Uffici pubblici come forni e condizionatori "solo per i capi": la grande ingiustizia del caldo sul lavoro
Ogni anno è la stessa storia. Rispetto al 2025, le temperature record sono arrivate con un mese di anticipo e rischiano di durare molto più a lungo. Siamo tornati in uffici e posti di lavoro già monitorati un anno fa: la situazione non è cambiata di una virgola. È il momento di esigere risposte chiare sul perché non siano ancora stati predisposti gli interventi necessari per garantire un microclima adeguato.
Mentre il termometro sale, ci si trincera dietro la solita scusa della difficoltà di adeguare i palazzi storici. Peccato che anche gli edifici moderni, se privi di tende e condizionatori, si trasformino in forni. Parliamo di uffici pubblici, che per legge dovrebbero essere i primi a essere messi a norma. Immaginiamo allora cosa stia accadendo nel settore privato: nei magazzini della logistica, nei campi agricoli o nelle strade attraversate da rider e postini. Oggi, pretendere un impianto di condizionamento funzionante sembra quasi un'assurdità. Protocolli, burocrazia e procedure si traducono, all'atto pratico, nel nulla cosmico.
È accettabile che i vertici aziendali e i decisori politici scarichino sul singolo dipendente il peso e i disagi di questa inerzia?
Il disagio termico è a tutti gli effetti un rischio per la salute e la sicurezza sul lavoro. Eppure, le contromisure rimangono ipotetiche o impraticabili. Basta leggere l’elenco delle opzioni sul tavolo — dall'installazione di nuovi impianti ai deumidificatori fino ai semplici ventilatori — per capire che alle segnalazioni dei Rappresentanti per la Sicurezza (RLS) si risponde da tempo solo con promesse futuribili. Nessun termine, nessun obbligo, nessuna priorità e nessun responsabile.
La burocrazia dell'assurdo e il "privilegio" dell'aria condizionata
Merita attenzione la sezione dedicata alle misure procedurali. Davanti all'emergenza, il dirigente potrebbe disporre la chiusura degli uffici, lo spostamento del personale o la sospensione delle attività. Ma sappiamo tutti che scelte del genere esporrebbero il dirigente al pubblico ludibrio. In compenso, spuntano circolari scritte per vietare espressamente l'uso di climatizzatori personali, forse per paura di sovraccaricare gli impianti e doverne rispondere in prima persona.
Il vero nodo, però, è un altro: la climatizzazione esiste, ma spesso è distribuita secondo una rigida gerarchia organizzativa. Una vera e propria questione di classe. Un microclima idoneo non deve riguardare solo la singola stanza dei bottoni, ma anche i corridoi e i locali di accesso. Gli sbalzi termici continui tra aree fresche e zone comuni surriscaldate sono essi stessi un fattore di rischio. Se nessuno avesse l'aria condizionata, parleremmo di una carenza strutturale. Ma se alcuni uffici sono climatizzati e altri no, siamo davanti alla totale sottovalutazione di un rischio oggettivo.
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I criteri: Con quali parametri è stata stabilita la priorità di installazione?
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I piani: Esiste un piano di climatizzazione progressiva o una mappatura dei locali critici?
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I dati: Dove sono le misurazioni ufficiali nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR)?
Una provocazione (trasparente) e l'appello finale
Chiudiamo con una provocazione: si pubblichi la mappa degli edifici pubblici climatizzati. Vogliamo vedere il numero di split per sede, i criteri di assegnazione, il piano triennale degli interventi e lo storico delle segnalazioni degli ultimi cinque anni con i relativi tempi di risposta. Chiedere che un rischio per la salute sia gestito con criteri oggettivi e uguali per tutti, anziché secondo gerarchie informali, è davvero troppo?
Dobbiamo spostare il dibattito dalla sterile lamentela alla responsabilità organizzativa. E dobbiamo farlo in fretta, prima di avere sulla coscienza la vita di lavoratori costretti a operare in condizioni disumane. Nei prossimi giorni analizzeremo i testi governativi per aggiungere nuovi tasselli a questa battaglia.


