Un messaggio a Trump? La Cina sostiene il Messico contro le "interferenze esterne"
Nel giorno delle pressioni USA, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il suo omologo Velasco blindano l'alleanza citando Benito Juárez
Pechino, sala delle riunioni del ministero degli Esteri. Wang Yi accoglie il collega messicano Roberto Velasco con una frase molto eloquente e che non lascia spazio a interpretazioni: "Amicizia tra pari". Non è una frase pronunciata a caso. È una risposta, neanche troppo velata, a chi dall'altra parte dell'emisfero pretende di dettare le regole del gioco. "La Cina rispetta l'indipendenza, la sovranità e la sicurezza del Messico", dice il diplomatico cinese, aggiungendo che i rapporti bilaterali "non sono diretti contro terzi, né devono esserne condizionati".
Il comunicato dell'ambasciata cinese a Città del Messico cita poi una massima di Benito Juárez, il presidente che guidò il paese tra il 1858 e il 1870: "Tra gli individui, come tra le nazioni, il rispetto del diritto altrui è la pace". Un riferimento colto, quasi una carezza culturale, che Velasco raccoglie con molto piacere. "Il Messico è amico di tutti", risponde il suo omologo, rivendicando i valori condivisi con Pechino: fiducia, rispetto della sovranità, parità tra Stati, non ingerenza. E ribadisce l'adesione al principio di una sola Cina.
México abre una puerta estratégica hacia China
— Dr Jose Cuauhtemoc Cervantes (@temotizox) September 8, 2026
La reunión en Pekín entre el canciller mexicano Roberto Velasco y su homólogo chino Wang Yi representa mucho más que un gesto diplomático: abre una nueva etapa de diálogo entre dos naciones que comparten la defensa de la soberanía,… pic.twitter.com/gTV8AJ0rV0
Tutto questo accade mentre a Washington Trump, tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, ha fatto della pressione sul vicino meridionale una delle sue bandiere. L'amministrazione nordamericana ha dichiarato apertamente di voler frenare gli investimenti e gli accordi cinesi in America Latina. E il Messico, per posizione geografica e peso economico, è il banco di prova più delicato. La risposta di Trump è stata dura: nuovi dazi sul Messico e il rifiuto di ampliare il T-MEC, il trattato di libero commercio che lega i due paesi insieme al Canada. Il patto è ancora in revisione, e l'attesa pesa sull'economia messicana come una spada di Damocle.
La presidente Claudia Sheinbaum non ha abbassato la testa. "Nel mese della patria ribadiamo che il Messico non è né sarà colonia né protettorato di alcun paese straniero", ha affermato, rivendicando l'orgoglio di una nazione "libera, indipendente e sovrana". Parole che arrivano mentre Trump moltiplica le provocazioni, quasi a ridisegnare la geografia con un tratto di penna. Da gennaio ha ribattezzato il Golfo del Messico "Golfo d'America" nei registri federali. Ha definito il Canada "51° stato" e ribattezzato il Lago Ontario, condiviso con Ottawa, "Lago America". Insiste da anni per strappare la Groenlandia alla Danimarca, invocando ragioni di sicurezza nazionale. E domenica scorsa, sul suo Truth Social, ha pubblicato un video alterato con l'intelligenza artificiale in cui rinomina il Nuovo Messico, un suo stesso Stato federale, in "Nuova America".
Nel frattempo, Cuba vive la peggior crisi energetica della sua storia, stretta da un blocco economico intensificato e da un assedio che impedisce al combustibile di raggiungere l'isola. Un quadro che, agli occhi di molti analisti latinoamericani, disegna la stessa logica: chi non si allinea viene strangolato, chi si piega viene rinominato.
Sheinbaum, dal canto suo, gioca una partita molto delicata. Domenica ha detto di aspirare a "una buona relazione" con l'amministrazione Trump, ma senza rinunciare al tono fermo sulla sovranità. Il messaggio è chiaro: il Messico non sceglie campi, sceglie partner. E se Pechino offre "amicizia tra pari", mentre Washington sembra voler ridisegnare i confini con un decreto, la scelta di Città del Messico diventa quasi obbligata.
Resta da capire quanto questa danza diplomatica potrà reggere. Il T-MEC è ancora sul tavolo, i dazi premono sull'export messicano, e Trump non ha mai nascosto di considerare l'America Latina come il suo cortile di casa nel quadro della cosiddetta Dottrina Monroe 2.0 rilanciata con Marco Rubio.
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