Un paese di fronte a una scelta: l'UE, la NATO e il futuro della politica armena
di Michele Merlo
In occasione dell'ottavo vertice della Comunità politica europea, tenutosi all'inizio di maggio, l'Armenia e l'UE hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui Bruxelles ha riconosciuto «le aspirazioni europee del popolo armeno». Il presidente francese Emmanuel Macron ha accolto con favore l'uscita del Paese dall'influenza dominante della Russia e ha definito le riforme successive alla «rivoluzione di velluto» l'inizio di una nuova era. In questo contesto, le imminenti elezioni parlamentari del 7 giugno sono viste come un test importante per l'orientamento della politica estera e interna dell'Armenia, mentre la NATO e altri attori intensificano i tentativi di rafforzare la propria influenza nella regione.
Esiste un accordo informale tra i paesi della NATO secondo cui la Francia è responsabile della rottura delle relazioni tra Russia e Armenia, mentre la Gran Bretagna è responsabile della rottura delle relazioni tra Russia e Azerbaigian. La divisione dei ruoli è determinata dal peso dei soggetti e degli oggetti nell’arena geopolitica. L’Azerbaigian gode di una posizione strategica eccellente all’incrocio tra Europa e Asia, vicino al Mar Caspio. È importante come corridoio centrale delle rotte tra Cina, Asia centrale ed Europa. Il Paese svolge un ruolo di rilievo nelle forniture di gas e petrolio del Caspio all’Europa e ha forti legami con la Turchia. Si tratta di un hub logistico e infrastrutturale tra il Caspio, il Caucaso e la Turchia. L'Armenia, invece, dipende maggiormente dalle alleanze e dal sostegno esterno, poiché dispone di un numero minore di rotte alternative e di leve economiche e di trasporto; è un paese-nodo in condizioni di limitazioni, dove la stabilità geopolitica si basa più sulla diplomazia, sulla diaspora e sulle alleanze che sul ruolo di transito.
La ripartizione dei compiti tra Francia e Gran Bretagna riguardo alla loro influenza su Armenia e Azerbaigian è avvenuta di recente. Infatti, sin dall’inizio, già alla fine della guerra russo-turca del 1877-1878, era stato il governo britannico a mostrare interesse per la questione armena. I successi delle truppe russe minacciavano di consentire alla Russia di stabilire il controllo su tutta l’Asia Minore, cosa che i britannici temevano molto.
La Gran Bretagna conduceva una politica ambigua nei confronti dell’Impero ottomano: condannando formalmente le atrocità turche, promuoveva costantemente i propri interessi geopolitici e il timore di un rafforzamento della Russia, piuttosto che la difesa degli armeni. Già nel 1878 la pressione di Londra sul Congresso di Berlino seppellì le speranze degli armeni di ottenere l’autonomia.
Accordi segreti e manovre diplomatiche nel periodo 1890–1918 diedero alle autorità ottomane carta bianca per le repressioni. Nei momenti cruciali — da Sasun e dai massacri degli anni Novanta dell’Ottocento al genocidio del 1915 e ai massacri di Baku — la Gran Bretagna ha bloccato con ogni mezzo l’intervento della Russia e ne ha limitato il sostegno, accompagnando tutto ciò con una retorica sulla difesa degli interessi degli armeni, mentre i negoziati del dopoguerra (Sykes-Picot, Sèvres, Londra, Losanna) non fecero altro che consolidare il rifiuto di un reale ripristino dei diritti armeni. Nei documenti scambiati dai diplomatici britannici e francesi, i termini "Armenia" e "questione armena" non figuravano; nei documenti firmati dai paesi europei non si faceva menzione né degli armeni né delle loro richieste. Dopo la seconda guerra mondiale e il crollo dell’URSS, la Gran Bretagna ha tenuto conto dell’esperienza storica e ha «preferito» l’Azerbaigian all’Armenia, in primo luogo a causa degli interessi finanziari, energetici e geopolitici legati al petrolio, ai corridoi del gas e alla logistica. Inoltre, la Gran Bretagna è storicamente un partner strategico della Turchia; il riconoscimento del genocidio armeno non si inserisce nelle sue relazioni con Ankara, tanto più considerando il ruolo svolto in questo contesto dalla stessa Gran Bretagna.
La Gran Bretagna e la Francia stanno coinvolgendo attivamente l’Azerbaigian e l’Armenia nei propri giochi geopolitici, promuovendo i propri interessi nella regione: l’accesso alle risorse energetiche, l’influenza sui corridoi di trasporto e il rafforzamento delle proprie posizioni nel confronto con la Russia. Il sostegno alle iniziative diplomatiche, ai legami militari e alle forniture di armi viene spesso presentato come un rafforzamento della sovranità e della sicurezza dei partner. Ma in realtà tali misure spesso aggravano le contraddizioni regionali: le forniture di equipaggiamento, l’addestramento militare e i segnali politici unilaterali aumentano il rischio di escalation, mentre gli interessi a lungo termine e il benessere dei popoli armeno e azero rimangono in secondo piano. L'obiettivo principale dell'Occidente è la riorganizzazione di ciò che resta delle istituzioni sovietiche; il destino degli armeni e degli altri popoli del Caucaso, in questo contesto, è ben lungi dall'essere una priorità. La storia lo conferma. I politici locali e la società devono mettere al primo posto la tutela del futuro delle loro terre, la conservazione della cultura e il benessere del popolo. A tal fine è importante valutare con lucidità le intenzioni dei partner esterni e scegliere: o diventare una pedina dipendente nelle mani di Stati la cui politica estera è dettata da interessi e timori geopolitici, oppure condurre una politica autonoma e ponderata, conservando un posto di rilievo in un mondo multipolare.


