Una società della conoscenza: l'antidoto al ristagno secolare. J. Stiglitz

La società deve focalizzare l’attenzione su come promuovere l’apprendimento e su come individuarne nuove forme

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Una società della conoscenza: l'antidoto al ristagno secolare. J. Stiglitz

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Nel suo ultimo articolo per The Project Syndicate, il premio Nobel J. Stiglitz riprende la nota teoria di Solow - secondo cui l’aumento dei redditi deve essere attribuito non tanto all’accumulo di capitale, quanto al progresso tecnologico e all’apprendimento di nuove e migliori modalità in cui svolgere le attività - per affermare come la società deve focalizzare l’attenzione su come promuovere l’apprendimento e su come individuarne nuove forme.
 
Un secolo fa Joseph Schumpeter, prosegue Stiglitz, sosteneva che la virtù essenziale di un’economia di mercato fosse la capacità d’innovazione, e che la focalizzazione tradizionale degli economisti sui mercati competitivi fosse errata. Ciò che era in realtà importante a suo avviso era la competizione per i mercati, il vero motore dell'innovazione, e non la competizione all’interno dei mercati. Secondo Schumpeter, una successione di posizioni monopolistiche avrebbero quindi portato nel lungo termine a degli standard di vita più elevati.
 
Diverse sono le critiche che si possono fare alle conclusioni di Schumpeter: da un lato, le aziende monopolistiche così come quelle dominanti come Microsoft, possono soffocare l’innovazione: queste aziende possono infatti portare avanti dei comportamenti ai danni della competitività e a beneficio del loro potere monopolistico; dall'altro lato, gli incentivi privati non sono ben allineati con i benefici sociali e le aziende possono trarre profitto dalle innovazioni che aumentano il loro potere di mercato, permettono loro di aggirare le norme o incanalare delle rendite che verrebbero altrimenti maturate da altri.
Ma uno dei principi fondamentali di Schumpeter è rimasto valido: le politiche tradizionali focalizzate sull’efficienza nel breve periodo potrebbero non essere adeguate dopo che un’azienda ha assunto la prospettiva dell’innovazione e dell’apprendimento a lungo termine. Ciò è particolarmente vero per i paesi in via di sviluppo ed i mercati emergenti.
 
Le politiche industriali possono aiutare “le economie appena nate” nel campo dell’apprendimento. Quando adottate, queste politiche sono sempre oggetto di forti critiche, in particolare che il governo non dovrebbe essere coinvolto nella scelta delle aziende vincenti. Sarebbe molto meglio che fosse il mercato ad esprimere questi giudizi, si dice spesso.
 
Ma, sostiene Stiglitz, la realtà economica ci svela un'altra verità. Il settore privato americano è stato notoriamente pessimo nello stanziamento del capitale e della gestione del rischio negli anni precedenti alla crisi finanziaria globale, mentre gli studi mostrano che i profitti medi dell’economia derivanti dai progetti di ricerca finanziati dai governi sono in realtà più elevati di quelli derivanti dai progetti del settore privato, in quanto il governo investe in modo più consistente nella ricerca di base, che è un elemento fondamentale. Basti pensare ai benefici sociali attribuibili alla ricerca che hanno portato allo sviluppo di Internet e alla scoperta del DNA.
 
Kenneth Arrow ha enfatizzato l’importanza dell’apprendimento sul campo e sostenuto come l’unico modo per imparare ciò che è necessario per una crescita industriale è avere delle industrie e capire che si può ottenere la crescita tramite un tasso di cambio competitivo oppure un accesso privilegiato al credito, proprio come nel caso dei paesi dell’Asia orientale che hanno incluso questi due meccanismi nelle loro strategie di sviluppo.
 
Questa è un’argomentazione convincente da parte delle economie appena nate a protezione delle industrie nascenti contro le politiche di protezione industriale. Se non definita nel modo adeguata, del resto, la proprietà intellettuale può diventare un’arma a doppio taglio: se da un lato può infatti aumentare gli incentivi ad investire nella ricerca, dall’altro lato potrebbe aumentare la tendenza alla segretezza, ostacolando in tal modo il flusso di conoscenze essenziali per l’apprendimento e incoraggiando d’altro canto le aziende ad ottimizzare la conoscenza collettiva condivisa, ma a minimizzare i contributi dati. In questo scenario, il progresso dell’innovazione in realtà si riduce.
 
Diverse politiche (in particolar modo quelle neoliberali associate al “consenso di Washington”) imposte sui paesi in via di sviluppo con l’obiettivo di promuovere l’efficienza nello stanziamento delle risorse, impediscono oggi in realtà l’apprendimento, rischiando così di portare a standard di vita inferiori nel lungo termine. Nel bene e nel male, ciascuna politica governativa ha effetti diretti ed indiretti sull’apprendimento, intenzionalmente o meno. I paesi in via di sviluppo, nei quali i policy maker sono ben a conoscenza di questi effetti, conclude Stiglitz, sono maggiormente in grado di coprire il divario della conoscenza che li separa dai paesi più sviluppati. Questi, nel frattempo, hanno l’opportunità di sperimentare un antidioto contro il pericolo di un ristagno secolare.

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