WASIM SAID: GAZA MUORE MENTRE IL MONDO TACE. Intervista all’autore de “L’inferno del genocidio a Gaza. Testimonianza”

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WASIM SAID: GAZA MUORE MENTRE IL MONDO TACE. Intervista all’autore de “L’inferno del genocidio a Gaza. Testimonianza”

 

di Pasquale Liguori

Il 14 marzo scorso ho intervistato telefonicamente Wasim Said, autore di L’inferno del genocidio a Gaza, edito da LAD Edizioni (€ 14), che mi onoro di aver tradotto e curato. Quella che segue non è una conversazione letteraria, né un semplice approfondimento su un libro da poco pubblicato. È piuttosto un attraversamento diretto della catastrofe, una presa di parola che arriva da dentro la distruzione materiale e morale inflitta a Gaza, dove la sopravvivenza quotidiana precede ormai ogni altra dimensione dell’esistenza, compresa quella dello studio, del sogno, della memoria e perfino del lutto.

Wasim Said non parla da un altrove protetto, né da una distanza retrospettiva che consenta di ricomporre gli eventi in forma ordinata. Parla mentre è ancora dentro ciò che testimonia: sfollato, privato dell’acqua, dell’elettricità, della stabilità minima necessaria a vivere e pensare, ma ancora determinato a scrivere perché la cancellazione non abbia l’ultima parola. È proprio questo a conferire al suo libro una forza rara e insostenibile insieme: L’inferno del genocidio a Gaza non chiede di essere letto come un romanzo, ma come una testimonianza che sottrae il lettore all’alibi della distanza, lo costringe a misurarsi con il peso della verità e con la responsabilità storica e politica dell’Occidente. 

Wasim, nel libro che hai scritto ti descrivi come uno studente di fisica appassionato in cerca di risposte sull'universo. Oggi, come coesistono in te lo studente di scienze e il testimone di un genocidio? La fisica ti aiuta ancora a interpretare ciò che accade, o è stata totalmente sommersa dalla necessità di sopravvivere?

Sono riuscito a conseguire la mia laurea triennale in Fisica proprio una settimana fa. Ma per quanto riguarda i sogni, quelli hanno bisogno di un contesto adatto in cui coltivarli. Ogni giorno che passa, la mia sofferenza personale e quella del mio popolo si intensificano; ogni attimo sembra più estenuante del precedente. Anche adesso, in questa fase denominata "cessate il fuoco". Oggi, la mia preoccupazione principale non è lo studio della fisica o la scoperta dei segreti dell'universo, ma qualcosa di molto più semplice: l'acqua, di cui non v’è disponibilità di potabile o destinata agli usi comuni. L'acqua... quella cosa a cui, in passato, non davo mai importanza. Mi bastava aprire il rubinetto di casa perché scorresse o osservarla zampillare nella fontana del giardino di mio nonno. La mia più attuale e grande preoccupazione è semplicemente riuscire a trovare il modo di procurarne un minimo alla mia famiglia.

Iniziasti a scrivere “L’inferno del genocidio” durante la breve tregua di gennaio 2025, pensando di raccontare con rinnovata speranza il ritorno a Beit Hanoun da cui dovesti allontanarti con la tua famiglia. Com'è stato il momento in cui ti sei reso conto che la guerra stava riprendendo e che avresti quindi dovuto scrivere "dall'interno della morte" piuttosto che sulla morte? Il tuo spazio di lavoro nella tenda era costituito da un materasso posto a terra, alcuni libri di testo e i tuoi appunti... Riesci ad analizzare e rielaborare quelle fasi con lo sguardo di oggi?

Ecco, adesso, mi trovo nella mia sesta tenda di sfollamento: una tenda situata in un accampamento nel mezzo della striscia di Gaza. Desidero sottolineare che sono tuttora sfollato, lontano da Beit Hanoun — nonostante il cosiddetto “cessate il fuoco” — perché i mostri presidiano ancora la mia città di provenienza, anzi, le sue rovine. Quando ripenso oggi all'esperienza di scrittura del mio primo libro [Wasim, è impegnato nella stesura di un nuovo volume, ndr] e alle condizioni in cui mi trovavo mentre scrivevo, mi rendo conto che qualcosa dentro di me è profondamente cambiato. Ho sviluppato un senso di resa alla morte e un sentimento di normalizzazione verso la perdita. Questi sono sentimenti possibilmente provati da una persona più in là nella vita, forse a partire dai settant'anni... non appena dopo averne compiuto venti.

Affermi chiaramente che questo non è un romanzo, ma una “lapide” o una “testimonianza sotto il fuoco”. Qual è il “peso” che vuoi appendere al collo del lettore che, qui in Italia, apre oggi il tuo libro?

Certamente, quello che ho scritto non è un romanzo. Un romanzo si legge solitamente nel contesto delimitato da una “distanza di sicurezza”: potrebbe evocare simpatia per qualche momento ma poi il lettore torna alla propria vita. La testimonianza, tuttavia, è qualcosa di completamente diverso. Essa costringe il lettore a confrontarsi con la verità e a sopportarne il peso. Voglio che il lettore senta il peso di questa verità e anche il peso della responsabilità — specialmente i lettori occidentali, perché i loro governi sono complici nel nostro genocidio e nel nostro sfollamento.

Hai scritto: «Non voglio essere dimenticato». Ora che il libro è tradotto e pubblicato in vari Paesi, senti che la tua voce ha iniziato a infrangere quell'oblìo che tanto temevi?

Ho sviluppato un senso di pace dentro di me con l’idea che, se un giorno venissi ucciso, le mie parole rimarrebbero... Il mio impatto, il mio grido rimarrebbero. Ciò per cui mi impegno, quindi con la pubblicazione delle mie testimonianze, è finalizzato al far sì che il mio popolo non venga dimenticato. Nel mio primo libro ho menzionato solo una piccola parte di ciò che ho concretamente vissuto: la maggior parte degli eventi a cui ho assistito deve ancora essere testimoniato. Sto cercando di preservare quante più voci e storie possibili della mia gente prima che svaniscano. O prima che io venga ucciso.

Tra i vari, drammatici e crudeli episodi che ti hanno visto protagonista in prima persona, racconti dell’area scolastica rifugio con 20.000 persone accampate e solo 10 servizi igienici disponibili. Com'è la situazione attuale delle infrastrutture di base (elettricità, acqua, igiene)? Per curiosità, come riesci a ricaricare i dispositivi per restare in contatto con noi, comprare generi alimentari o effettuare pagamenti? Ricordo dal tuo racconto di un primitivo “modello socialista” adottato dalla tua famiglia per gestire le scorte. Come funziona oggi l'acquisto dei beni di prima necessità? Usate ancora contanti o fate affidamento sul baratto o sui sistemi digitali?

La centrale elettrica di riferimento è stata distrutta sin dai primi giorni del genocidio. Oggi, la principale fonte di energia è costituita da pannelli solari e generatori elettrici, ma entrambi sono molto limitati dal punto di vista della produzione. A Gaza, usiamo ormai l’elettricità solo per caricare i telefoni: non possiamo più permetterci il lusso di possedere o utilizzare altri apparecchi elettrici o elettrodomestici. La disponibilità di acqua, come dicevo, è assai critica. Dopo la distruzione della maggior parte degli impianti di desalinizzazione, rimangono solo poche stazioni in grado di renderla potabile. Pertanto, bisogna ricorrere alle minime quantità distribuite dai camion cisterna che trasportano l'acqua nei campi dove viviamo. È un sistema primitivo e disumano per assicurarsi le necessità più elementari della vita. Nei centri di evacuazione come le scuole, la situazione rimane la stessa: sovraffollamento estremo e grave mancanza di servizi. Nei campi, dove la gente vive in tende, viene scavata una buca profonda accanto a ogni tenda e sopra di essa viene allestito un bagno rudimentale. Per quanto riguarda il denaro, la maggior parte della valuta cartacea si è rarefatta perché l'occupazione da due anni blocca l'ingresso di nuovi fondi a Gaza. E, quindi, la stragrande maggioranza degli acquisti quotidiani viene effettuata mediante sistemi digitali.

Hai descritto nelle tue testimonianze i “mercanti di morte”, tipici speculatori di guerra che dominano sulla disponibilità di farina e carburante, imponendo prezzi elevatissimi. Da dove provengono i pochi aiuti che circolano attualmente e come vengono distribuiti alla popolazione così stremata?

Tutti i valichi della Striscia di Gaza sono sotto il controllo israeliano e i beni di necessità che vengono fatti passare sono esigui. In molti casi, parte di questi materiali viene sequestrata da bande che operano in aree adiacenti al controllo dell'esercito. Tuttavia, il problema maggiore è che Israele permette solo a un numero molto limitato di commercianti di vendere merci al mercato. E così i prodotti vengono venduti a prezzi astronomici che, in alcuni e non rari casi, raggiungono centinaia di volte il prezzo normale.

Nelle pagine di “L’inferno del genocidio”, sostieni che, nonostante l'orrore, la struttura morale della società di Gaza è rimasta intatta. Come descriveresti ora i rapporti interni alla popolazione? C'è ancora spazio per la solidarietà o l'indigenza sta avendo la meglio sulla coesione sociale?

Credo che la gente di Gaza sia tra le più esemplari su questo pianeta e forse la più solidale e coraggiosa di fronte a uno dei più vasti genocidi della nostra epoca. Ma alla fine, siamo esseri umani. Con il tempo che passa, con la sofferenza e la privazione costanti, la vita diventa più dura e iniziano a emergere certe tendenze tribali o individualistiche. Se la situazione non cambia repentinamente, temo purtroppo che il tessuto sociale giunga irrimediabilmente a un punto di collasso.

Cosa ne pensi della retorica che vi ha definito “animali umani”? In che modo il sionismo, secondo la tua esperienza, sta cercando di smantellare non solo i vostri edifici, ma la vostra stessa identità culturale?

Nel mio libro ho usato deliberatamente la parola “mostri” per descrivere i sionisti, come risposta al termine che hanno usato all'inizio del genocidio quando ci hanno descritto come “animali umani”. Tuttavia, mi preme sottolineare che questa stessa domanda rechi con sé una certa problematicità che va fondamentalmente rifiutata. Non si dovrebbe chiedere a una vittima: “Cosa ne pensi di coloro che ti descrivono come un animale?”. Questa prospettiva è frutto di un lungo discorso nutrito dal sionismo che si è installato nelle menti occidentali, anche tra chi è solidale con noi. Il sionismo ha esportato in Occidente l'idea che i popoli di questa regione siano inferiori, deboli e bisognosi di pietà. Mentre la verità è che la situazione in cui viviamo oggi è il risultato delle politiche dei governi dei loro Paesi che sostengono l'occupazione.

Cosa ne pensi del “Board of Peace” di Trump?

Per me, è il “Consiglio delle Illusioni”. Finora, nessuna delle promesse annunciate è stata attuata. La realtà a Gaza non è cambiata: continuano a esserci sfollamenti, bombardamenti, tendopoli, valichi chiusi e divieti di viaggio. Israele, di fatto, controlla militarmente più della metà dell'area della Striscia. Pertanto, per chi vive qui, queste iniziative sembrano nient'altro che parole pronunciate dai media, mentre la realtà sul campo rimane la stessa.

Nel libro citi spesso il fallimento del diritto internazionale. Come vedi il ruolo delle istituzioni che parlano di “pace” mentre il massacro continua?

Ci sono molte istituzioni che vendono illusioni. È evidente che le potenze coloniali occidentali usano la legge e i diritti umani solo quando servono i loro interessi. Pertanto, l’applicazione di un diritto universale a tutela dei diritti umani non è uguale per tutti. In verità, dovremmo chiamarli con il loro vero nome: diritti dell'uomo bianco coloniale.

Hai parole dure per chi “chiude il libro per tornare al proprio caffè”. Cosa pensi della solidarietà occidentale? Iniziative come quella della flotilla o i vasti cortei di qualche tempo fa nelle piazze europee sono percepiti come un aiuto reale o come performance in definitiva insufficienti per fermare il genocidio?

Siamo grati a chiunque mostri qualsiasi forma di solidarietà con noi, anche se piccola, come un breve post su internet. Anche il più semplice gesto di solidarietà è prezioso, perché ci fa sentire non abbandonati in questo inferno.

Mentre parliamo, il conflitto si è esteso al Libano e coinvolge l’Iran. Come vengono percepite queste notizie da Gaza? Ti senti parte di una lotta regionale o temi che l'attenzione mondiale si stia allontanando ulteriormente da voi?

Sfortunatamente, gli occhi si sono distolti da Gaza, anche se è essa stessa la radice del conflitto con il sionismo. Viviamo oggi in quella che io chiamo l'”era dei trend”, in cui ogni nuovo evento cattura l'attenzione globale mentre ciò che accade a Gaza rimane trascurato. È dovere delle generazioni attuali trattare il genocidio di Gaza al pari di come gli ebrei sono stati trattati per l’Olocausto, piuttosto che lasciare che venga dimenticato o marginalizzato.

L'ultimo capitolo del libro parla del tuo “tormento psichico”, di visioni di morte che ti perseguitano anche quando mangi o cammini. Cosa ti dà la forza di continuare a scrivere e testimoniare nonostante questo crollo interiore che avverti e qual è il messaggio più urgente che vuoi lasciare oggi al pubblico italiano?

L'unica motivazione a persistere è sfuggire all'oblìo. Persistere per non venire ucciso e trasformato in numero per fini contabili, perché la mia voce, il nostro popolo, il nostro genocidio, i crimini sionisti non vengano dimenticati. Il mio messaggio è chiaro: non dimenticate il più grande genocidio a cui ha assistito la nostra epoca e che avviene coinvolgendo occhi e orecchie del mondo intero. Non dimenticatelo, perché dimenticare significa permettere che si ripeta, ovunque.

 

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