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Corea del nord, il grande patto per evitare l'intervento armato Usa

Corea del nord, il grande patto per evitare l'intervento armato Usa
 
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di Diego Angelo Bertozzi - Cinaforum
29 marzo 2017

Non le proteste internazionali, non le condanne, non le sanzioni in sede Onu (a sostegno delle quali si è schierata anche una Cina storicamente mal disposta verso questo strumento, essendone una vittima) né tantomeno improvvide dichiarazioni belliche (l’attacco militare tra le opzioni prese in considerazione) come quelle rilasciate dal segretario di Stato Usa Rex Tillerson: per trovare una soluzione, tanto condivisa quanto stabile, alla crisi che interessa la penisola coreana e l’Asia orientale servono nuove idee, meno scontate e più coraggiose. Perché l’urgenza è quella di fermare la corsa di due treni – per riprendere l’espressione del ministro degli Esteri cinese Wang Li – “che vanno verso lo scontro con i rispettivi conducenti che non hanno alcuna intenzione di frenare.

 

C’è bisogno di opzioni meno scontate, soprattutto, perché potrebbero persino portare ad accettare quanto fino ad oggi è considerato impensabile, soprattutto lungo le rive del Potomac: una Repubblica democratica popolare di Corea come “normale” Stato nucleare pienamente integrato nella comunità internazionale. Nelle ultime settimane, proprio mentre l’ex “Regno eremita” proseguiva nelle sue sperimentazioni e ai suoi confini si sviluppavano le esercitazioni militari statunitensi e sud-coreane, alcune autorevoli personalità si sono espresse proprio a favore di questa soluzione, proponendo, appunto quello che potremmo definire un “grande patto”. Perché la soluzione militare – ma è una ipotesi non dimostrabile – potrebbe fermare i progetti nucleare nordcoreani solo a spese di una reazione altamente distruttiva per Corea del Sud e Giappone da parte di Pyongyang, senza contare – ma c’è la tendenza a scordarlo o sminuirlo – che quest’ultima è legata a Pechino da un trattato di amicizia e cooperazione, siglato nel 1961 e rinnovato fino al 2021, che prevede – all’articolo II – l’assistenza politica e militare di Pechino.
 

Una formulazione “ridotta” di grande patto è quella che è stata proposta da Gideon Rachman sulle colonne del Financial Times: il modo migliore per risolvere la crisi passa attraverso la garanzia che gli Stati Uniti non cercheranno di rovesciare il regime guidato da Kim Jong-un e saranno disponibili a garantire assistenza economica, in cambio del blocco del programma nucleare. Si punta, quindi, sull’assicurazione di non puntare ad un “regime change” al cospetto di una leadership che ha visto cadere, proprio sotto i colpi di una simile strategia combinata con interventi militari diretti o pressioni diplomatiche, prima la Serbia e poi la Libia, per non parlare del tentativo mal riuscito nella Siria di Assad, ed è quindi fortemente orientata alla propria continuità di potere e alla sicurezza nazionale. Un “processo di apprendimento” che, come rileva Antonio Fiori nel suo “Il nido del Falco. Mondo e potere in Corea del Nord” (Le Monnier) nella guerra all’Iraq (accusa di possesso di armi di distruzione di massa) ha trovato un punto fondamentale: “al fine di prevenire un conflitto e difendere la sicurezza di un Paese e la sovranità nazionale, è necessario avere un forte potere di deterrenza”.

Un’analisi frutto anche di una costante attività di ricerca e studio, è quella condotta, sul prestigioso Foreign Affairs, da John Delury. Consapevole del fatto che entro i prossimi quattro anni Pyongyang “varcherà quella soglia pericolosa che le permette di sviluppare la capacità nucleare di colpire direttamente il territorio continentale degli Stati Uniti”, lo studioso parte dal presupposto che il numero degli esperimenti eseguiti nel 2016 (2 test militari e 24 missilistici) ha ampiamente dimostrato che la politica delle sanzioni finora adottata, oltre ad avere il fiato corto, non ha prodotto molti risultati sul fronte nucleare né accelerato il tanto atteso collasso del regime comunista.
 

Dunque, secondo Delury, serve una buona dose di coraggio: “Se gli Stati Uniti sperano davvero di raggiungere la pace nella penisola coreana, dovrebbero smettere di cercare di soffocare l’economia della Corea del Nord e minare il regime di Kim Jong-un e iniziare a trovare modi per far sentire Pyongyang più sicura. Questo potrebbe sembrare illogico, alla luce delle ambizioni nucleari della Corea del Nord e della situazione dei diritti umani. Ma c’è da considerare questo: la Corea del Nord inizierà a concentrarsi sulla sua prosperità invece che sulla sua autoconservazione solo quando non avrà più da preoccuparsi della propria distruzione. E la Corea del Nord prenderà in considerazione di rinunciare al suo deterrente nucleare solo una volta che si sentirà sicura, prospera ed economicamente integrata nell’Asia nord-orientale”.

 

Quali dovrebbero essere i passi concreti per arrivare alla conclusione di questo “deal”? Innanzitutto spedire a Pyongyang un inviato per attivare colloqui diretti ad alti livelli – fino ad arrivare ad un incontro tra Trump e Kim Jong-un – per negoziare un congelamento del progetto nucleare in cambio di un pacchetto di “concessioni sostanziali” che prevede la sospensione delle esercitazioni militari Usa-Sudcoreane nella penisola e lo stop al dispiegamento di nuove truppe ed aprire uffici di collegamento nelle due capitali. In questo nuovo quadro sarebbe possibile riattivare il meccanismo dei colloqui a sei (Usa, Cina, Giappone, Russia e le due Coree) e ottenere la piena collaborazione di Pechino. Lo studioso non accenna però specificatamente ad uno scoglio non indifferente quale lo spiegamento nel Sud del sistema antimissilistico THAAD.

Un accordo di questo tipo, inoltre, produrrebbe interessanti conseguenze sul fronte interno nordcoreano, rendendo possibile il nuovo corso economico (“byungjin”, perseguire contemporaneamente deterrenza nucleare e prosperità economica), timidamente riformatore, annunciato dalla nuova leadership in occasione dell’ultimo congresso del Partito coreano del lavoro e che ha portato ad un decentramento della gestione delle aziende fabbriche e delle aziende agricole e alla creazione di una dozzina di zone economiche speciali.

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