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Dove va la Catalogna? Un'analisi di classe

Dove va la Catalogna? Un'analisi di classe
 
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di Fabrizio Poggi
 

E dunque, la dichiarazione di indipendenza della Catalogna è destinata a fare la fine dei danteschi “color che son sospesi” e non avrà mai accesso al mondo degli impegni realizzati? Ha seguito, la piccola borghesia catalana – che, secondo diverse analisi, si è fatta promotrice dell'attuale ondata indipendentista – le orme delle solite scelte di questa classe, deputata a rimanere sempre a metà strada anche nelle rivendicazioni che le sono proprie? Quale peso ha, in effetti, la piccola borghesia nella vicenda?
 

Per i comunisti, l'analisi di classe è a fondamento della lettura degli avvenimenti. Guardando all'attuale situazione catalana, oltre al retroterra storico, alle radici politiche, alla configurazione della realtà spagnola, è necessario indagare i rapporti di classe, i rapporti di forza tra le classi della società catalana; è necessario tener presente peso e forza del capitale internazionale nell'economia spagnola e, in particolare, in quella catalana; la potenza del grande capitale contro il piccolo capitale; la forza del grande capitale spagnolo contro il piccolo e medio capitale catalano. Soprattutto, il peso e la forza della classe operaia catalana nei suoi rapporti con le altre classi della società nazionale; quale sia l'interesse immediato e a lunga scadenza della classe operaia catalana e come questo si leghi agli interessi di tutta la classe operaia spagnola.
 

L'analisi prodotta dai comunisti del PCPE ( a dire il vero, un po' monca sul fronte del capitale sovranazionale) in merito alla situazione in Catalogna evidenzia, tra l'altro, gli interessi di classe della piccola borghesia nazionale, che sembra basare i propri affari principalmente nel contesto territoriale della Catalogna e teme di essere fagocitata dal grande capitale che, per sua natura, tende alla massima concentrazione. In base a tale analisi, significativo impulso al processo indipendentista, diretto dalle classi medie in opposizione ai grandi monopoli, sarebbe stato dato dalla profonda crisi economica e dalla relativa proletarizzazione di ampi strati di piccola e media borghesia catalana. Il PCPE riconosce che a tale progetto stiano partecipando settori popolari e della classe operaia: ma “la questione è sotto quale bandiera, sotto quale prisma politico” avvenga tale partecipazione “interclassista”.
 

Il blocco oligarchico-borghese, afferma il PCPE, “non è né catalano, né basco, né madrileno; è un blocco di carattere spagnolo, mentre la sua base di accumulazione e dominio non è nazionale, ma statale”, dato che “la grande borghesia nazionale si è fusa con quella del resto dello Stato e si è convertita in borghesia spagnola, perdendo il quadro nazionale e non rappresentando più gli interessi del territorio su cui si concentra il mercato della piccola e media borghesia”.


Il PCPE sostiene che sia sbagliata l'idea secondo cui con “una Catalogna indipendente la classe operaia vivrà meglio. La nostra classe migliorerà le sue condizioni di vita solo quando lotterà contro la classe dominante e la farà cadere” e quindi “non sarà possibile alcuna autodeterminazione e tantomeno indipendenza, senza distruggere il potere statale dell'oligarchia”. La conclusione è che, per far questo, sia necessario intraprendere “un processo rivoluzionario. E' disposto l'indipendentismo a portare avanti un processo rivoluzionario? La risposta a questa domanda è certamente no. L'indipendentismo oggi non ha né forza né capacità di resistenza per affrontare un conflitto reale con lo Stato”.

 

Nella storia, non mancano certo gli esempi in cui le rivendicazioni nazionali siano state fatte proprie dalla classe operaia, che si è incaricata di perseguire conseguentemente anche gli interessi che la “propria” borghesia si prefiggeva in modo inconcludente. La questione è sapere fino a che punto la piccola e media borghesia catalane saranno disposte a spingersi per raggiungere quegli obiettivi che, davvero, sono conquistabili solo andando fino in fondo nel conflitto con il grande capitale spagnolo e, soprattutto, con quello europeo. E' importante sapere fino a che punto gli interessi del grande capitale sovranazionale siano compenetrati nell'economia catalana, tanto da farlo schierare contro Madrid o, quantomeno, da interferire per imbrigliare Madrid. In definitiva, la classe operaia catalana si troverà comunque, prima o poi, a dover fare i conti con la “propria” borghesia nazionale e con quella internazionale e, se oggi è difficile escludere il rischio che la borghesia spagnola riesca a dividere la classe operaia catalana dal complesso dei lavoratori spagnoli, a quel punto il fronte non potrà essere che quello che divide l'intera classe operaia di tutta la Spagna da tutta la classe borghese.
 

*

 

(…) Di dichiarazioni sulla parità di diritti ce ne sono tante in ogni partito borghese o socialdemocratico. Che valore hanno le dichiarazioni se non vengono tradotte in vita? La questione è quella di distruggere quelle classi che sono portatrici, creatrici e veicolatrici dell'oppressione nazionale. Tali classi erano da noi i latifondisti e i capitalisti. Noi abbiamo rovesciato queste classi e con ciò stesso abbiamo distrutto la possibilità dell'oppressione nazionale. (...)

Questo è ciò che noi definiamo realizzazione dell'idea dell'autodecisione delle nazioni, fino al diritto alla separazione. Proprio perché abbiamo realizzato l'autodecisione delle nazioni, proprio per questo siamo riusciti a estirpare la sfiducia reciproca tra le masse lavoratrici delle diverse nazioni dell'URSS e a unire le nazioni in un unico stato federale, sulla base della volontarietà. L'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche quale esiste oggi è il risultato della nostra politica nazionale e l'espressione della federazione volontaria delle nazioni dell'URSS in un unico stato unitario.(...) Non si può non rilevare il fatto, ad esempio, che a capo dell'organo di potere supremo dell'URSS, il Comitato Esecutivo Centrale dei Soviet, non sta necessariamente un presidente russo, bensì sei presidenti, secondo il numero delle repubbliche federate che si sono unite nell'URSS e di essi uno è russo (Kalinin), un altro ucraino (Petrovskij), un terzo bielorusso (?ervjakov), un quarto è azerbajdžano (Musabekov), il quinto è turkmeno (Ajtakov) e il sesto è uzbeko (Fajzulla Khodžaev). Questo fatto costituisce una delle più chiare espressioni della nostra politica nazionale. Non c'è bisogno di dire che nessuna repubblica borghese, fosse anche la più democratica, non avrebbe fatto un simile passo. Mentre invece questo passo rappresenta per noi un fatto di per sé implicito, che scaturisce da tutta la nostra politica di uguaglianza nazionale.

(Stalin, Conversazione con la prima delegazione operaia americana, 9 settembre 1927)

 

(…) Prima, la questione delle nazioni oppresse veniva affrontata solitamente come una questione puramente giuridica. La solenne proclamazione della “parità di diritti nazionali”, innumerevoli dichiarazioni sulla “uguaglianza delle nazioni”...

Prima, la questione nazionale veniva affrontata in modo riformista, come una questione a sé, slegata dalla questione generale del potere del capitale, dell'abbattimento dell'imperialismo, della rivoluzione proletaria. (…) La questione nazionale è parte della questione generale della rivoluzione proletaria, parte della questione della dittatura del proletariato. (…) Da qui, la necessità dell'appoggio, un appoggio deciso e attivo da parte del proletariato delle nazioni “potenti”, al movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi e dipendenti. Questo non significa, naturalmente, che il proletariato debba appoggiare ogni movimento nazionale, sempre e ovunque, in ogni singolo caso concreto. Stiamo parlando dell'appoggio a quei movimenti nazionali, diretti a indebolire, ad abbattere l'imperialismo e non al suo rafforzamento e alla sua conservazione. Ci sono casi, in cui i movimenti nazionali di singoli paesi oppressi si scontrano con gli interessi di sviluppo del movimento proletario. Si capisce da sé che, in tali casi, non ci può essere appoggio. (Stalin, Sulle questioni del leninismo, aprile-maggio 1924)

 

 

5. Parità di diritti delle nazioni e diritti della minoranza nazionale

Nel mio articolo sulla Severnaja Pravda (n. 10 di Prosveš?enie, pp. 96-98), contro il quale si sono avventati gli opportunisti (il sig. Semkovskij nella Novaja Rabo?aia Gazeta, il sig. Liebmann in Zeit), io affermo che c'è una sola soluzione della questione nazionale, nella misura in cui ciò sia possibile nel mondo del capitalismo, e questa soluzione è la democrazia conseguente. A dimostrazione, rimando, tra l’altro, alla Svizzera.(...) Naturalmente, la Svizzera è un’eccezione nel senso che non è uno Stato nazionale omogeneo. (…) In ogni caso, non rimane indubbio e incontestabile il fatto che la pace nazionale, in regime capitalistico, può essere realizzata (per quanto possa esserlo) esclusivamente in paesi di conseguente democrazia? (…) La propaganda della completa parità di diritti delle nazioni e delle lingue distingue in ogni nazione soltanto gli elementi conseguentemente democratici (cioè soltanto i proletari), unendoli non per nazionalità, ma in base all’aspirazione a profondi e seri miglioramenti della struttura generale dello Stato. (…)
 

6. Centralismo e autonomia

(…) I marxisti, s’intende, sono avversari della federazione e del decentramento per la semplice ragione che il capitalismo necessita, per il proprio sviluppo, di Stati il più possibile grandi e accentrati. A parità di tutte le altre condizioni, il proletariato cosciente difenderà sempre lo Stato più grande. Lotterà sempre contro il particolarismo medievale e sarà sempre favorevole alla più stretta compattezza economica di ampi territori, sui quali, nella maniera più vasta, possa dispiegarsi la lotta del proletariato contro la borghesia. (…) Ma, finché e nella misura in cui nazioni diverse faranno parte di un unico Stato, i marxisti non propaganderanno né il principio federativo né il decentramento. Il grande Stato centralizzato è un immenso passo storico in avanti dallo sminuzzamento medievale alla futura unità socialista di tutto il mondo e, all'infuori del passaggio attraverso questo stato, (legato indissolubilmente al capitalismo) non c'è e non ci può essere la via al socialismo. Ma non sarebbe consentito dimenticare che, nel difendere il centralismo, noi difendiamo esclusivamente il centralismo democratico. (…) Il centralismo democratico non solo non esclude l’autogoverno locale insieme all’autonomia delle regioni, che si distinguano per particolari condizioni economiche e di vita, per una particolare composizione nazionale della popolazione, ecc., ma, al contrario, richiede necessariamente l’uno e l’altra. Da noi, confondono sempre il centralismo con l’arbitrio e il burocratismo. Naturalmente, la storia della Russia doveva generare una tale confusione, ma essa rimane comunque indubbiamente inammissibile per un marxista.
 

(...) Rosa Luxemburg riconosce – e, essendo marxista, è tenuta naturalmente a riconoscere – che tutte le questioni economiche e politiche più importanti e fondamentali della società capitalista debbano competere nient'affatto alle sejm autonome delle singole regioni, ma esclusivamente al parlamento centrale, di tutto lo Stato. (...) Competono alle sejm autonome – sulla base della legislazione generale dello Stato – le questioni di rilevanza puramente locale, regionale o della singola nazione. (...)




 

Perfettamente evidente che non ci si può raffigurare uno Stato moderno effettivamente democratico senza la concessione di una tale autonomia a ogni regione ricca di qualche fondamentale particolarità economica e di consuetudine, di una particolare composizione nazionale, ecc. Il principio del centralismo, necessario negli interessi dello sviluppo del capitalismo, non solo non è minato da una tale (locale e regionale) autonomia, ma, al contrario, si concretizza proprio – democraticamente e non burocraticamente – grazie a essa”. (Lenin, Note critiche sulla questione nazionale, Prosveš?enie NN° 10, 11, 12 del 1913)

 

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