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Gianni Minà - Appello al Dovere di Resistere: per un mondo non genocida

Gianni Minà - Appello al Dovere di Resistere: per un mondo non genocida
 

4 Premi Nobel hanno già aderito. "Ciò che auspica questo appello è che tale visione del mondo e della civiltà di domani non solo sia enunciata come ideale, ma sia assunta come compito, diventi resistenza e azione, si faccia “movimento”.

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Ieri sera, approfittando dell'ospitalità di Grazia Tuzi, a un incontro con vecchi amici argentini, ho, una volta di più apprezzato, ma è meglio dire ammirato, una riflessione scritta da Raniero La Valle, uno di quegli intellettuali che non cessa di lottare per difendere, a 86 anni, la nostra Costituzione, la democrazia e la pace.

Sono momenti che rendono più accettabile la vita attuale.

Questo che vi propongo è un appello scritto personalmente da La Valle che ho firmato insieme ad Adolfo Perez Esquivel e Pino Solanas.

Se volete potete aggiungere la vostra firma indirizzandola a info@chiesadituttichiesadeipoveri.it


Gianni Minà
 

APPELLO AL DOVERE DI RESISTERE

PER UN MONDO NON GENOCIDA

PATRIA DI TUTTI PATRIA DEI POVERI


Alla fine della seconda guerra mondiale i popoli giudicarono la civiltà che li aveva portati a quella crisi, e si resero conto di come essa fosse avanzata nel tempo rendendosi più volte colpevole di razzismi aggressioni e genocidi. Nel 1948, con la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (termine con cui si intendeva non solo lo sterminio, ma tutti gli atti volti “a distruggere in tutto o in parte” un gruppo umano come tale) decisero di passare a una civiltà di popoli eguali senza più genocidio. 

Oggi però si ragiona, si decide e si governa come se quella scelta non ci fosse stata. Giocare a minacciarsi l’atomica tra Corea del Nord e Stati Uniti significa infatti ammettere come ipotesi il genocidio di uno o più popoli o di tutti i popoli; pretendere di rovesciare regimi sgraditi votando alla distruzione i relativi popoli come “danno collaterale”, è già genocidio; mettere in mano a un pugno di persone la maggior parte delle ricchezze di tutto il mondo vuol dire attivare “un’economia che uccide”, cioè genocida; continuare a incendiare il clima e a devastare la terra significa ecocidio, cioè scambiare il lucro di oggi con il genocidio di domani; intercettare il popolo dei migranti e dei profughi, fermarlo coi muri e coi cani, respingerlo con navi e uomini armati, discriminarlo secondo che fugga dalla guerra o dalla fame, e toglierlo alla vista così che non esista per gli altri, significa fondare il futuro della civiltà sulla cancellazione dell’altro, che è lo scopo del genocidio. Queste pratiche, oltre che malvagie, sono contro ragione; infatti nessuna di esse va a buon fine, mentre scelte opposte sarebbero ben più efficaci e vantaggiose, possibili e politicamente capaci di consenso. 

Riguardo al popolo dei migranti, un popolo fatto di molte nazioni, l’illusione di conservare la civiltà scartando pezzi di mondo è particolarmente infelice, perché il rifiuto di accogliere e integrare migranti e profughi li rende clandestini, li trasforma in rei non di un fare, ma di un esistere. La conseguenza è che gli stessi Stati di diritto e di democrazia costituzionale tradiscono se stessi perché accanto ai cittadini soggetti di diritto concentrano masse di persone illegali, giuridicamente invisibili e perciò esposte a qualunque vessazione e sfruttamento, pur avendo tutti non solo lo stesso suolo ma lo stesso sangue umano. 

Una tale situazione sembra evocare e rendere di attualità quello che agli albori del cristianesimo l’apostolo Paolo descriveva come “il mistero dell’anomia”, cioè la perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere “senza legge” di mettersi al di sopra di tutto additando se stesso come Dio. In quella stessa intuizione delle origini cristiane si annunciava però anche un “katéchon”, una resistenza, una volontà antagonista che avrebbe trattenuto e raffrenato le forze della distruzione e impedito il trionfo della fine, aprendo la strada alla risoluzione della crisi. 

Comunque si interpreti questa antica parola, noi avanziamo l’urgenza che dai popoli si esprima una tale resistenza, si eserciti questo freno, come già avvenne nel Novecento quando il movimento della pace in tutto il mondo, interponendosi in modo non violento tra i missili nucleari da un lato e l’umanità votata allo sterminio dall’altro, riuscì a ottenere il ritiro della minaccia e a scongiurare la guerra atomica.

Due appaiono oggi gli impegni prioritari di questo resistere agendo :
1 . Lottare perché le Potenze nucleari simultaneamente firmino e attuino la risoluzione dell’ONU per la messa al bando delle armi nucleari, cui già aderisce la maggior parte delle Nazioni;
2 . Lottare perché sia riconosciuto e attuato con politiche graduali e programmate il diritto universale di migrare e stabilirsi nel luogo più adatto a realizzare la propria vita. Lo ius migrandi, uno dei primi “diritti naturali” proclamati dalla modernità, sarebbe il volano di un profondo rinnovamento economico e sociale, e il più incisivo artefice della nuova identità di una società mondializzata con una umanità finalmente unita e custode della Terra che le è data per madre. 

Ciò che auspica questo appello è che tale visione del mondo e della civiltà di domani non solo sia enunciata come ideale, ma sia assunta come compito, diventi resistenza e azione, si faccia “movimento”.

Prime Firme:

Adolfo Perez Esquivel, Premio Nobel per la Pace
Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace
Jody Williams, Premio Nobel per la Pace
Mairead Corrigan-Maguire, Premio Nobel per la Pace
Raniero La Valle
Gianni Minà 
Don Luigi Ciotti
Luigi Ferrajoli
Enrico Calamai
Paolo Maddalena
Pino Solanas

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