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In fuga dalla guerra a Shabra e Shatila

In fuga dalla guerra a Shabra e Shatila
 
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Dallo scoppio della guerra civile siriana nel 2011, migliaia di siriano-palestinesi in fuga dal conflitto sono arrivati nei campi profughi libanesi, aggravandone le già difficili condizioni in una pericolosa miscela di sovraffollamento e carenza strutturale di servizi.

 

di Maurizio Vezzosi e Giacomo Marchetti

 

Beirut - Shabra e Shatila richiamano inevitabilmente  il culmine di una spirale di violenza che colpì indiscriminatamente anziani, donne e bambini.

In uno degli episodi più sanguinosi della guerra civile libanese, nel settembre del 1982 le truppe israeliane di occupazione lasciarono entrare nel campo il proprio alleato falangista per compiere un vero e proprio massacro.

 

Per non dimenticare una delle pagine più nere della storia dei nostri tempi, ogni anno il 16 e 17 settembre delegazioni da tutto il mondo si recano qui per onorare la memoria delle circa 3.000 vittime della strage: è terribile, ma doveroso, ricordare che le vittime della strage siano sepolte in una zona adiacente al campo, che per lunghi anni è stata una discarica, mentre oggi è un anonimo e polveroso piazzale di periferia.

 

Situato nella parte sud-occidentale di Beirut, nei pressi del quartiere di Al Jedideh, il campo si sviluppa in un chilometro quadrato: una superficie non estendibile per la legislazione libanese.  A dispetto di ciò, dai suoi originari 4.000 abitanti è giunto ad ospitarne  - ufficialmente -  più di 10.000.

Dal 1948 il campo non ha ospitato solo palestinesi ma anche immigrati giunti qui dal subcontinente indiano, dalle Filippine e dal Corno d'Africa.

 

Il campo ha assunto nel tempo la forma di uno vero e proprio slum: abitazioni disperatamente arroccate le une sulle altre, vengono attraversate – ad eccezione di alcune strade principali – da una trama di vicoli cupi, maleodoranti e spesso larghi appena un metro.

Una favelas, dove la popolazione subisce strutturali problemi di approvvigionamento idrico, disponibilità di corrente elettrica e smaltimento dei rifiuti. L'acqua potabile manca del tutto: quella disponibile è salata, od in parte desalinizzata.

Per bere e cucinare la si deve acquistare regolarmente. La raccolta dei rifiuti è problematica, come del resto in gran parte della capitale, e crea una situazione di forte disagio sopratutto nei lunghi mesi estivi,

Una pericolosa ragnatela di cavi elettrici permette raramente di avere la corrente per più di un paio d'ore al giorno, o comunque di accedervi in modo stabile. Ricorrere ai generatori è quasi sempre l'unico rimedio possibile: estremamente dispendiosi per la benzina e la manutenzione, saturano l'aria del campo di polveri e gas, insieme al traffico interno, ai fuochi e ai rifiuti.

Mancano le più elementari misure di sicurezza: grovigli di cavi penzolano su ringhiere, vecchie tubature, malconce, perdite d'acqua e scarichi.

Ogni anno due o tre persone del campo muoiono folgorate.

Le cure mediche e l'educazione, già estremamente complesse, sono divenute un problema dilagante. La mancanza cronica di fondi fa si che nelle scuole si trovino fino a 50 bambini per classe.

 

A Shabra e Shatila, come negli altri campi, la presenza di organizzazioni sociali come Beit Atfal Assomoud che si occupano delle attività culturali, dell'istruzione, dell'assistenza sanitaria contrastano la marginalità sociale. A subire le difficoltà di una situazione critica, e saturatasi fino ad arrivare sull'orlo del collasso sociale con l'arrivo dei profughi siriani, sono di certo le fasce più deboli della popolazione come bambini, donne incinte, anziani e disabili.

 

Sono migliaia i senza volto di cui si possono incrociare gli sguardi: molti hanno perso tutto.

Alcuni hanno figli in Europa, a cui sperano prima o poi di potersi ricongiungere da qualche parte.

Molti vorrebbero fare ritorno in Siria: un ritorno reso molto spesso impossibile dagli incessanti combattimenti e dalla presenza di Al-Nusra e Daesh in territorio siriano.

 

Nel campo di Shabra e Shatila dallo scoppio dello guerra civile in Siria nel 2011 hanno trovato ospitalità migliaia di profughi siriani e siriano-palestinesi.

Il loro maggiore afflusso - complessivamente un milione e centomila secondo le stime delle Nazioni Unite, ma poco meno di due milioni in via ufficiosa - si è avuto tra il febbraio e l'agosto del 2013, riducendosi notevolmente, dal maggio dell'anno successivo, in seguito alla stretta governativa che per i cittadini siriani ha vincolato l'accesso al paese ad un appuntamento fissato con l'Ambasciata di Beirut o alla prenotazione di un biglietto aereo accompagnata da un visto per un paese terzo.

 

Un recente studio dell'Università Americana di Beirut per conto del' UNRWA, l'associazione delle Nazioni Unite che si occupa dei Rifugiati Palestinesi, riporta che mentre il rinnovo della residenza era gratuito durante il primo anno di residenza: “durante il 2014 e parte del 2015, il costo del rinnovo per il rilascio dei documenti di residenza è divenuto di 200 $ per persona per un anno, per coloro che soggiornano da più dodici mesi”. Commenta il rapporto: “Appare probabile che molti rifugiati siriani non si siano recati al General Security Office per la paura di essere arrestati e deportati o a causa della lentezza e del costo di tale procedura”.

 

Ai palestinesi in Libano per legge viene impedito l'accesso ad una lunga serie di professioni, come quelle mediche e giuridiche, e le ultime generazioni scolarizzate non trovano spesso sbocchi occupazionali, né una possibilità lavorativa sufficientemente stabile.

Alle prese con una disoccupazione strutturale che riguarda la maggioranza degli abitanti del campo, i palestinesi sono costretti ad accettare qualsiasi occupazione giornaliera spesso usurante e pericolosa. Con l'arrivo dei profughi siriani la situazione è peggiorata per i palestinesi così come per i libanesi stessi: i palestinesi erano soliti percepire 7 dollari al giorno, ma adesso i siriani lavorano regolarmente per 4 dollari.

 

Dopo il 1948 la diaspora palestinese ha continuato ad essere perseguitata dalla guerra: oggi sono centinaia di migliaia a vivere in una condizione non dissimile da quella di chi aveva dovuto lasciare la Palestina quasi settanta anni fa.

Una condizione, quella di chi è fuggito dalla guerra in Siria, che è stata ignorata almeno fino a quando questi “dannati della terra” non hanno cominciato a bussare  alle porte dell'Occidente, pronto scatenare l'ennesima guerra in nome dei diritti umani ma poco incline ad accogliere entro i  propri confini i risultati di questo disastro.
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