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La “marcia della vergogna” in Israele: il trono di Bibi inizia a vacillare...

La “marcia della vergogna” in Israele: il trono di Bibi inizia a vacillare...
 
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PICCOLE NOTE 


«Una delle più grandi manifestazioni popolari degli ultimi anni in Israele. La rabbia sta prendendo corpo anche nello Stato ebraico e l’obiettivo numero uno è “Bibi”, il premier Benjamin Netanyahu, coinvolto in tre inchieste che potrebbero incriminarlo per corruzione e abuso di ufficio». Così Antonello Guerrera racconta, sulle pagine della Repubblica del 4 dicembre, quanto accaduto in occasione della “marcia della vergogna” avvenuta in Israele.
 

Prosegue Guerrera: «La manifestazione anti corruzione di sabato al Rotschild Boulevard, nella zona dove quasi 70 anni fa venne firmata la dichiarazione di indipendenza di Israele, potrebbe essere presto ripetuta perché ha ottenuto un grande risultato: ieri Netanyahu è stato costretto a scrivere su Facebook che se l’ultimo controverso disegno di legge del governo dovesse essere approvato, non sarà applicato al suo caso».
 

Si tratta di una legge che l’opposizione ha definito come una sorta di “bavaglio”, in quanto eviterebbe al premier israeliano di essere danneggiato dalle inchieste sul suo conto. Da tempo, infatti, Netanyahu è nel mirino della polizia e della magistratura, che gli contestano presunti episodi di corruttela e di abusi.
 

Non solo le opposizioni, anche il presidente israeliano Reuven Rivlin, di recente, è intervenuto in maniera durissima e inusuale sul disegno di legge controverso.
 

Il presidente ha lanciato l’allarme su tale disegno di legge spiegando che tale normativa, come anche la campagna contro la magistratura agitata dal premier e dai suoi sostenitori, rischiano di minare le fondamenta della democrazia israeliana.
 

Un intervento che ha avuto grande eco, stante la carica istituzionale ricoperta da Rivlin e i toni del suo “j’accuse” (vedi Piccolenote).


Netanyahu sperava di cavarsela a buon mercato, con un decreto che impedisse la pubblicazione dei contenuti delle inchieste, ma a quanto pare la realizzazione del suo disegno è più difficile di quanto sembri.
 

Anche perché quanto sta avvenendo in Israele non è solo una controversia sulle inchieste che lo braccano, ma soprattutto sulla sua figura, che ormai da decenni domina incontrastata la politica israeliana, grazie a un pragmatismo e a un’intelligenza politica fuori dal comune, che ha usato per divenire il punto di equilibrio necessitato di ogni possibile governo.
 

Sono tanti i suoi oppositori. Tra questi anche George Soros, controverso magnate della finanza, che Netanyahu ha individuato come suo principale avversario, grazie anche ai potenti mezzi, finanziari e non, dei quali dispone.
 

Il passo indietro del premier è alquanto sibillino e non servirà a rassicurare i suoi variegati oppositori. Un post su facebook ha certo un valore in una società dominata dai social, ma non ha alcun valore dal punto di vista istituzionale.
 

Né la rassicurazione sulla non applicazione della controversa legge al suo caso basterà a tenere a freno la contestazione, stante la sua ambiguità di fondo.
 

Vedremo gli sviluppi di questo scontro, che per la prima volta vede vacillare il dominus della politica israeliana.
 

Una eventuale fuoriuscita di Netanyahu dai giochi politici del Paese aprirebbe un vuoto politico non indifferente. Che in tanti sperano di occupare, dai centristi di Lapid, ai laburisti di Avy Gabbay.
 

Ma l’eventuale vuoto politico sarà terreno di scontro soprattutto del variegato mondo della destra israeliana, finora egemonizzata dal carisma di Bibi.
 

Non solo Naftali Bennet, al quale va la simpatia dell’ultradestra, anche l’attuale ministro della Difesa Avigdor Liberman pare si stia accingendo a un eventuale passo in avanti, limando il suo profilo ultras per assumerne uno più istituzionale.
 

Anche l’esercito, istituzione che in Israele ha un’autorevolezza ignota altrove, pare più che interessato allo scontro in atto.
 

Va tenuto presente, infatti, che negli ultimi anni diversi esponenti di tale ambito hanno manifestato in vario modo, e nei limiti imposti dal loro ruolo, il loro fastidio per alcune decisioni politiche riguardanti la proiezione regionale del Paese, più volte definite avventate.
 

Val la pena seguire gli sviluppi di quanto sta avvenendo a Tel Aviv. Perché avrà ripercussioni in tutto il Medio oriente. E non solo.

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