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Maurice Lemoine - Contro i cantori della fine del "ciclo progressista" in America Latina

Maurice Lemoine - Contro i cantori della fine del ciclo progressista in America Latina
 

America latina, «Fine del ciclo», una battaglia di piazze e idee

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di Maurice Lemoine - il Manifesto



A oltre una settimana dalle presidenziali ecuadoriane che hanno sancito la vittoria del candidato della «rivoluzione cittadina» Lenín Moreno (Alianza País), con il 51,15%, il multimilionario banchiere Guillermo Lasso (Creo-Suma) rifiuta di riconoscere la sconfitta.


Accusando il Consiglio nazionale elettorale (Cne) di coprire «irregolarità», negate invece dagli osservatori internazionali, compresi quelli dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa), e dichiarando senza timore del ridicolo che «un democratico non può rendersi complice di una frode», Lasso esige un nuovo conteggio del 100% dei voti, senza riuscire a fornire quelle prove concrete di brogli che legalmente lo consentirebbero.


Le autorità hanno acconsentito parzialmente alla sua domanda; ma il riesame di 296.340 voti contestati in cinque province non ha modificato i risultati. I rappresentanti di Creo, coscienti dell’inanità dei propri sforzi, non si sono nemmeno recati personalmente ad assistere al riconteggio nella provincia di Pichincha; e hanno tentato cinicamente di giustificarsi affermando: «La nostra presenza non avrebbe fatto che avallare questo abuso contro la democrazia».


Benché le manifestazioni organizzate negli ultimi dieci giorni, in particolare a Quito, stiano perdendo di intensità, è evidente la somiglianza con quanto accadde in Venezuela dopo le elezioni del 14 aprile 2013, vinte con il 50,75% dei voti da Nicolás Maduro (Partito socialista unito del Venezuela, Psuv), «delfino» del defunto presidente Hugo Chávez, contro il candidato della Tavola di unità democratica (Mud) Henrique Capriles.


Anche quella vittoria di stretta misura scatenò accuse di brogli, mai provate, e violentissime manifestazioni nelle strade (con undici morti); instillando il veleno del dubbio e della frustrazione negli elettori di destra, preparò il terreno alla destabilizzazione del paese che è proseguita in un crescendo e conosce attualmente una recrudescenza.


Come sempre, i ranghi dei settori più reazionari si mobilitano, fuori di sé perché le elezioni hanno premiato la «rivoluzione cittadina», intrapresa in Ecuador nel 2007 da Rafael Correa. Spiega il direttore dell’Interamerican Institute for Democracy (Iid) Carlos Sánchez Berzaín, ex ministro dell’interno e della difesa della Bolivia, ricercato dai tribunali del suo paese e «rifugiato» negli Stati uniti: «Se Guillermo Lasso non vuole essere un altro Capriles (oggi reso ineleggibile dalla dittatura venezuelana), deve difendere il voto popolare ed evitare che, grazie a una frode autentica, non si ripeta in Ecuador la storia del Venezuela».


Ancora una volta, i fatti danno torto alla teoria della «fine del ciclo» che dovrebbe sancire in America latina un riflusso generale della sinistra, o delle sinistre.

È vero che queste sono state rovesciate da colpi di Stato in Honduras (nel 2009), in Paraguay (nel 2012) e in Brasile (nel 2016), ma per via elettorale, cioè «democraticamente», hanno in realtà subito un’unica vera sconfitta: in Argentina alla fine del 2015, con la vittoria del neoliberista Mauricio Macri. Rimangono al potere a Cuba, in Bolivia, Salvador, Venezuela, e la vittoria di Moreno in Ecuador, alcuni mesi dopo la rielezione di Daniel Ortega in Nicaragua, non fa che confermare il rifiuto di una restaurazione conservatrice i cui effetti si fanno già dolorosamente sentire sia a Buenos Aires che a Brasilia.


In Brasile, dove la situazione va di male in peggio dopo il «golpe» contro Dilma Roussef, il vento inizia a girare: dopo le grandi manifestazioni di protesta delle donne l’8 marzo, e dei lavoratori il 15 contro la riforma delle pensioni, il 28 aprile avrà luogo uno sciopero generale.


In Argentina, dove gli insegnanti in sciopero dal 6 marzo sono stati brutalmente malmenati il 9 aprile, si susseguono massicce le mobilitazioni: ce ne sono state cinque fra l’8 e il 24 marzo, e il 6 aprile un primo sciopero generale contro le politiche di austerità ha paralizzato il paese.


In questo contesto, il furore delle oligarchie, della destra del continente (per non parlare di quella mondiale) e dei media che fungono da megafono, si concentra contro il paese simbolo della resistenza, che occorre assolutamente far cadere: il Venezuela. La vittoria della Mud alle elezioni legislative del 2015, resa possibile da una destabilizzazione economica che ha spossato e disorientato ampi settori della popolazione, anche «chavisti», ha portato all’Assembla un’opposizione che ha subito annunciato un unico obiettivo: «sfrattare» Maduro dalla presidenza. In modo legale o no. Con una certa preferenza per la seconda soluzione.
 

In questa guerra nella quale il potere reagisce colpo su colpo, la destra è appoggiata dagli Stati uniti e dal loro nuovo «cipaye» Luis Almagro, segretario generale dell’Osa, obiettivamente tornata a essere il ministero delle colonie di Washington, come a suo tempo la chiamò Fidel Castro. Un’offensiva feroce alla quale collaborano quattordici paesi membri (su trentacinque) governati dalla destra, tenta di isolare Caracas, sospendendola dalle attività dell’organizzazione. La Mud, forte di questo sostegno, ha appena convocato per il 19 aprile quella che chiama «la madre di tutte le manifestazioni». Un inquietante ritorno alla terminologia e ai metodi del colpo di Stato contro Chávez, nell’aprile 2002.


* Scrittore francese, esperto di America latina
(Trad. di Marinella Correggia)

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