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Il trionfo di Maduro alle ultime elezioni per La Stampa diventa: "In Venezuela non c'è più forza per protestare"

Il trionfo di Maduro alle ultime elezioni per La Stampa diventa: In Venezuela non c'è più forza per protestare
 

Il vortice di menzogne e mistificazioni è divenuto talmente intricato da rendere praticamente impossibile a un semplice lettore di scorgere la realtà dietro la propaganda anti-venezuelana imperante sui principali media

Notizia presa dal sito www.Lantidiplomatico.it visita www.Lantidiplomatico.it
 

di Fabrizio Verde

Utilizzare fake news a sostegno di precedenti fake news propalate per giustificare narrazioni fallaci e mistificatorie. Questa è la diffusa pratica adottata dal circuito informativo mainstream nei riguardi di tutti i paesi non in linea con i diktat del neo-liberismo. Come ad esempio il Venezuela.

 

Il vortice di menzogne e mistificazioni è divenuto talmente intricato da rendere praticamente impossibile a un semplice lettore di scorgere la realtà dietro la propaganda anti-venezuelana imperante sui principali media. 

 

Un esempio di quanto appena descritto è il ‘reportage’ apparso quest’oggi sul quotidiano La Stampa. Un approfondimento abbastanza singolare visto che non aggiunge nulla di nuovo alle fake news propalate da mesi senza soluzione di continuità contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela.

 

Analizziamo un passaggio dell’articolo. Alberto De Filippis (che in quest’altro articolo-“reportage” per Euronews è quasi in lacrime nel commentare il trionfo democratico di Maduro alle elezioni dello scorso ottobre) scrive: «Il Venezuela non ha un’agricoltura. Importa praticamente tutto e adesso, con il prezzo del petrolio giù, non ha più i mezzi per sostenersi. E la scelta di stampare moneta a rotta di collo è stata un suicidio. Questa situazione ha fatto crollare la popolarità del presidente Maduro ai minimi storici». 

 

Poche righe, ma una serie incredibile di fake news o mistificazioni. Vediamo nel dettaglio: 

 

Riguardo la questione agricoltura, su teleSUR, José Miguel Menéndez, scriveva in un articolo da noi tradotto in italiano: «Bisogna ricordare che fu il boom petrolifero a cambiare radicalmente le nostre abitudini di consumo e il modo di produrre. Rómulo Betancourt al suo arrivo al potere consegnò il paese su un piatto d’argento a Nelson Rockefeller, che oltre ad avere a disposizione importanti giacimenti petroliferi per la sua Standard Oil Company, riuscì a ottenere grandi estensioni di terra per sperimentare la nefasta “Rivoluzione Verde” basata sulla mono-produzione, la selezione genetica e l’uso massiccio di fertilizzanti, pesticidi ed erbicidi. 

 

Questi accordi tra Betancourt e Rockefeller furono orientati a trasformare il cibo in un affare commerciale. Un progetto portato a compimento con la creazione di supermercati assortiti con una grande quantità di prodotti importati. E così furono costrette alla chiusura enoteche, chincaglierie e negozi alimentari. Il nostro modello di consumo divenne completamente dipendente dai disegni delle industrie transnazionali».

 

In poche righe, possiamo vedere che la questione è ben più complessa rispetto alle accuse semplicistiche lanciate dall’autore dell’articolo con il solo intento di screditare il governo guidato da Maduro. 

 

Così come accade quando si affronta la questione inflazione. Uno dei cavalli di battaglia preferiti dai media mainstream per provare a screditare le politiche economiche promosse dalla Rivoluzione Bolivariana. In merito all’aumento incontrollato del tasso d’inflazione, scriveva l’economista Alfredo Serrano Mancilla, in un articolo intitolato ‘Manuale di stupidaggini sull’inflazione in Venezuela’: «Nessuno nega che i prezzi in Venezuela siano un problema. Proprio per questo, la questione non può essere trattata con tanta leggerezza. La formazione dei prezzi è un problema infinitamente più complesso che una relazione univoca tra due variabili. I prezzi non cadono dal cielo, non sono determinati da nessun software matematico. La famosa mano invisibile non esiste. Ogni prezzo ha la sua ragione d’essere. 

 

In Venezuela, da diversi decenni, l’inflazione di è costituita come componente strutturale dell’economia. L’inflazione media annua nel periodo 1989-1998 fu del 52,45%. Con l’arrivo del chavismo, questo valore si ridusse significativamente, con l’eccezione degli ultimi anni.

Nel periodo 1999-2012, la crescita media annuale dei prezzi fu del 22%. A partire dal 2013 questa tendenza al ribasso scomparve. I prezzi tornarono a crescere con maggiore velocità. L’inflazione giunse al 56,2% nel 2013; 68,5% nel 2014; 180,9% nel 2015. 

 

Per alcuni neoliberisti da manuale (monetaristi) tutto è dovuto al chavismo che utilizza troppo la macchina per stampare bolívares. Questo corrisponde a verità?  È tutta colpa dell’emissione monetaria? No. Assolutamente no. Non tutto è dovuto all’aumento degli aggregati monetari. Numericamente è molto semplice dimostrarlo. Basta dare uno sguardo ad alcuni casi per renderci rapidamente conto che non vi è alcuna relazione diretta. È vero che nel 2015 l’inflazione fu elevata (180,9%) così come anche l’emissione monetaria (100,66%). Tuttavia, non è stato sempre così. Osserviamo l’anno 2006: con maggiore creazione di denaro (104,34%), l’inflazione fu relativamente bassa (17%). Oppure guardiamo l’anno 1996, prima dell’avvento del chavismo al potere, l’inflazione giunse al 103% con una crescita della massa monetaria del 55%. Comunque si guardi la questione, non vi è alcuna relazione semplicistica tra prezzi e denaro in circolazione». 

 

Veniamo poi alla popolarità di Maduro che sarebbe al minimo storico. Vista la situazione economica del paese, dovuta in larga parte alla spietata guerra economica condotta contro il Venezuela, una caduta verticale del consenso nei confronti del presidente, sarebbe anche comprensibile. Ma non è il caso del Venezuela. Dove le ultime tre tornate elettorali hanno premiato il chavismo, contro ogni più rosea previsione. 

 

Leggiamo quanto scrive Mision Verdad, che riporta i dati di un recente sondaggio: «Il presidente Nicolás Maduro mostra un aumento della sua immagine positiva negli ultimi mesi, che si attesta al 31,1%, posizionandosi ben al di sopra di leader dell'opposizione come Henry Ramos Allup, Henrique Capriles o Leopoldo López. (Maduro risulta in testa anche nelle intenzioni di voto, come si evince dal grafico sottostante).



 

Sebbene gli analisti vicini alle posizioni dell'opposizione abbiano cercato di minimizzare i dati di Venebarómetro, la cosa certa è che se il confronto si estende - in termini di accettazione o popolarità - verso altri leader della regione e del mondo, scopriamo che Maduro è sopra Juan Manuel Santos (18%), Enrique Peña Nieto (22%), Pedro Pablo Kuczynski (23%) e Mariano Rajoy (29%). Tutti governanti che in misura maggiore o minore ricevono un forte sostegno da influenti media ed élite finanziarie».

 

Altro passaggio rivelatore del livello di mistificazione dove giunge il reportage, è quello riguardante la detenzione del golpista Leopoldo Lopez nel carcere di Ramo Verde. Leggiamo che «Leopoldo Lopez dopo aver ottenuto gli arresti domiciliari non ha più aperto bocca. Diversi anni nel durissimo carcere militare di Ramo Verde sembrano averlo fiaccato». Anche in questo caso possiamo affermare che non si tratta di nulla di nuovo. Solo riciclo di vecchia propaganda. Avevamo affrontato la questione in un articolo risalente allo scorso luglio. Ecco quanto spiegavamo: «Molto si è speculato anche sulle condizioni di detenzione, che come i lettori potranno constatare, attraverso la foto e il video sottostante, sono state effettivamente tremende. Nella foto si vedono Lopez e altri ‘prigionieri’ come Ceballos e Scarano sadicamente torturati: bevono e suonano strumenti musicali all’aria aperta!».



 

In realtà al “reportage” di De Filippis la risposta più forte l’aveva data proprio il popolo venezuelano, con il terzo trionfo democratico, popolare ed elettorale di Maduro e del Psuv. Con buona pace dei De Filippis, l’Assemblea Costituente a luglio, le elezioni regionali a ottobre, e il trionfo alle elezioni comunali di questa domenica hanno mandato un messaggio chiaro di democrazia, pace e cooperazione. Quando invece qualche riga o reportage dall’Honduras dove siamo ormai al terzo golpe, oppure sui morti in Colombia e Messico? 

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