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«Pace, pace». La "marea rossa" che smonta la propaganda mediatica contro il Venezuela

«Pace, pace». La marea rossa che smonta la propaganda mediatica contro il Venezuela
 

Come nel 2014, la forza dell’opposizione non sta nella piazza, ma nelle tecniche violente (le «guarimbas»)

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di Geraldina Colotti* - il Manifesto

La marea rossa avanza cantando e gridando «Pace, pace». I giornalisti indipendenti lanciano sui social immagini e proiezioni di numeri: di sicuro più di un milione, c’è chi dice due. È la risposta popolare alla «madre di tutte le manifestazioni», lanciata dall’opposizione venezuelana. Anche le destre sparano numeri, subito ripresi e amplificati dalla grande stampa internazionale. Le poche immagini messe a confronto, mostrano una realtà assai diversa: dal lato dell’opposizione, a sfilare saranno state 30-50.000 persone. Ben pochi dubbi, per chi conosce l’urbanistica di Caracas anche con le inquadrature «giuste».
 

Numeri assai inferiori alla manifestazione organizzata contro Maduro qualche mese fa. Il Partito socialista unito del Venezuela (Psuv) resta sempre il primo partito con oltre il 40% dei consensi. E alla manifestazione di sostegno ha partecipato anche la sinistra più critica, che considera sbagliato farsi imbrigliare dal dialogo con l’opposizione, sostenuto dall’ex presidente spagnolo Zapatero, dalla Unasur e dal papa Bergoglio (voce solitaria fra le gerarchie ecclesiastiche). E che vorrebbe andare più in fretta verso il socialismo, gli espropri e l’autogestione, senza mediazioni con le componenti moderate e con gli imprenditori «nazionalisti».
 

Una difesa dell’unità nazionale «contro le aggressioni», per respingere le minacce di Trump e del suo entourage di petrolieri, a cui le destre fanno appello come «all’unico difensore del popolo venezuelano» (Lilian Tintori, di Voluntad Popular). Trump, dopo aver telefonato a Erdogan per congratularsi per il referendum, ha accusato Maduro: «soffoca l'opposizione» . Il Parlamento di destra ha denunciato Maduro «per crimini contro l’umanità», attribuendogli gli 8 morti di questi giorni. Vittime di cecchini, che sparano per provocare una risposta violenta dello Stato. Numeri agitati per aumentare la «pressione internazionale» su Maduro affinché si dimetta prima della scadenza del mandato (2018).
 

Nessuno racconta la dinamica delle uccisioni, né si dà voce ai genitori dei ragazzi uccisi, buona parte dei quali residenti nei quartieri popolari: che accusano «l’opposizione e le violenze che organizza» di aver tolto la vita ai loro figli.


Nel Tachira (zona di confine, dove sono scoppiate le proteste violente del 2014 e dove forte è la presenza del paramilitarismo colombiano) è stata uccisa una ragazza. Le hanno sparato 20 colpi da un edificio. L’assassino – un commerciante che milita in un partito di estrema destra – è stato arrestato. È morto anche, per colpi di armi da fuoco, un sergente della Guardia Nacional (Gnb). Aveva 28 anni.
 

Come nel 2014, la forza dell’opposizione non sta nella piazza, ma nelle tecniche violente (le «guarimbas»): barricate e trappole, fili tesi sulla strada per far cadere le moto, chiodi a tre punti, olio nelle curve, armi e bombe. Gli appelli alle manifestazioni pacifiche sono solo l’avamposto delle «rivoluzioni colorate», secondo uno schema ormai noto. Il resto è violenza e scontro: mediatizzato.
 

Così come nel 2014, mentre le trappole sgozzavano ignari ragazzi di ritorno in moto dal lavoro e i poliziotti cadevano sotto il piombo dei «guarimberos» i grandi giornali stilizzavano i giovani con le scarpe di marca che lanciavano bombe contro la «dittatura», oggi si racconta della ragazza che si mette in posa contro il blindato – impresa difficilmente realizzabile in una vera repressione di piazza. Ieri, l’opposizione ha invitato commercianti e imprenditori a chiudere gli esercizi e le fabbriche. I sindacati hanno risposto che occuperanno le fabbriche impegnate nel sabotaggio come quello padronale del 2002.
 

Senza dubbio quella venezuelana è una società «polarizzata». Un dato evidente fin da quando Hugo Chavez ha vinto le elezioni, a dicembre del 1998: non proprio da subito, in verità. Gli obiettivi hanno cominciato a divaricarsi, anche violentemente, dopo la visita di Chavez a Washington, quando è apparso chiaro che a vincere le elezioni non era stato il solito «caudillo» latinoamericano ma il portato di un arco di forze inedito che dava voce alle categorie tradizionalmente escluse. Il golpe del 2002 è arrivato dopo la legge contro il latifondo e la pesca a strascico delle megaimprese ittiche e le prime nazionalizzazioni.


 

Le classi dominanti vogliono finirla con il ciclo redistributivo. Di quale segno sia la partita si capisce anche dagli schieramenti internazionali: da una parte i governi latinoamericani modello Fmi, dall’altra intellettuali e premi Nobel come l’argentino Adolfo Pérez Esquivel, sindacati e ambientalisti, che hanno manifestato solidarietà al Venezuela nei cinque continenti. Ma a riflettori spenti. Nel 2002, una troupe internazionale ha casualmente scoperto il massacro voluto dalla Cia e dai suoi contractor a Puente Llaguno, quando i cecchini hanno sparato sulla folla di chavisti e opposizione. Quel documentario s’intitola La rivoluzione non sarà teletrasmessa.

*Pubblicata su gentile concessione dell'Autrice

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