/ Présidentielle 2017. Di “meno peggio”, si muore.

Présidentielle 2017. Di “meno peggio”, si muore.

Présidentielle 2017. Di “meno peggio”, si muore.
 
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Nemmeno il tempo di aspettare i risultati delle urne che già gli sconfitti al primo turno di queste presidenziali francesi hanno da subito invitato al voto per Macron, il “meno peggio”, per fermare quel Front National, fascista e demagogo, il “peggio”. Ad un primo sguardo, superficiale, questo è un discorso che resta valido e che ha sempre incontrato il sottoscritto allineato e convinto del fatto che il fascismo non è mai la scelta giusta. Lo sono ancora, ma in queste presidenziali francesi, visti i candidati, i loro rispettivi programmi e le loro storie, mi sono convinto da subito che l’astensione o la scheda nulla/bianca fossero l’unica scelta assennata.

Da una parte abbiamo Marine Le Pen, rappresentante di una destra estrema che mette in discussione le gestione del capitalismo, liberale e nazionalista, amica di Israele da una parte e di Putin dall’altra.

Accanto e lei abbiamo Emmanuel Macron, il figlio delle élite francesi, delle politiche neoliberiste europee e internazionali, figlio delle guerre “umanitarie”.

Può il solo antifascismo giustificare il voto a Macron? Per mia modesta opinione no.  Se la storia europea degli ultimi 9 anni (si potrebbe prendere un arco di tempo più grande, ma mi limito al periodo 2008 in poi) ha insegnato qualcosa è che tra due prodotti dello stesso sistema non si può scegliere, ma solo combattere.



Macron, ministro dell’economia di Hollande, è uno dei grandi promotori di tagli allo stato sociale, del Loi Travail e grande sostenitore delle primavere arabe, tanto che nel suo programma ha già messo in chiaro che ci saranno 60 miliardi di tagli al welfare, più flessibilità nel Loi Travail e linea ancor più dura contro Russia e Siria. Il nuovo inquilino dell’Eliseo quindi raccoglie in sé tutte le condizioni che hanno portato (e stanno portando) consenso ai vari Le Pen di tutta Europa: il meno peggio che è causa del peggio.

Nella piazza strapiena, davanti al Louvre, nel tripudio di bandiere tricolori che festeggiano il neo presidente, ci sono 5 o 6 bandiere che non hanno trovato alcuno spazio in tv o nei grandi giornali: è la bandiera dei cosiddetti ribelli siriani, quel tricolore rovesciato verde, bianco e nero che riunisce Free Syrian Army, Islamic Front e Al Nusra contro il governo di Bashar Al Assad, organizzazioni terroristiche affiliate ad Al Qaeda e alleate dell’ISIS in quella guerra contro la Siria della quale Macron ha già detto di voler intervenire con forza (in sostengo dei “ribelli”, ovviamente). Non so a quante persone, incollate alla tv o su facebook, quelle bandiere abbiano destato quantomeno un sospetto, ma ho la quasi certezza che siano state poche.

Questo non far caso a simboli di organizzazioni terroriste è il triste e pericoloso prodotto di campagne mediatiche tartassanti che “abituano” al terrorismo, facendolo diventare parte della vita quotidiana delle persone, perché il vero nemico è chi propone una qualsiasi alternativa, anche se pienamente interna al sistema come quella Lepenista, che propone una critica essenzialmente gestionale del capitalismo e non complessiva dello stesso, basata più sul sentimento di rabbia delle persone invece che per un vero cambiamento della loro esistenza e della loro coscienza.

Una speranza però c’è, come sempre, ed è reale: è il popolo dell’astensione e delle schede bianche, di Melenchon e dei milioni di lavoratori che hanno bloccato la Francia negli scioperi generali contro il Loi Travail. In un sistema maggioritario puro come quello francese, che ti impone di scegliere tra due candidati, il 12% e più di schede bianche e il 25% di astensione, in aumento rispetto al primo turno, è un dato politico imponente che fa riflettere.

Melenchon è stato l’unico candidato a non aver dato alcuna indicazione di voto e ad aver chiamato il quasi mezzo milione di militanti ad una consultazione online per decidere cosa fare.

Più del 65% ha deciso di non votare nessuno, né le Pen, né Macron relegando in soffitta la strategia del “meno peggio” ed imponendo una nuova visione a sinistra: tra due peggio non si sceglie, si combatte.

Se la Le Pen propone una critica di gestione del capitale, Melenchon ha proposto ai francesi un programma di alternativa sistemica e radicale, che prevede la fuoriuscita dalla moneta unica e dall’UE nel caso non fosse in alcun modo possibile cambiare i trattati, l’abolizione del Loi Travail, la fine delle guerre imperialiste in Medio Oriente e una nuova politica di investimenti statali in economia e nel welfare francese, massacrato dalle politiche neoliberiste europee.

Non è un caso che sia passato da poco più del 10% dei consensi nelle presidenziali 2012, al 20% di queste da poco concluse e non è un caso che abbia velatamente appoggiato e sostenuto la via dell’astensione al ballottaggio. Più si resta lontani da Macron e Le Pen, più l’immagine di movimento politico di alternativa si rafforza e non mi sorprenderei se alle vicine elezioni legislative questa linea portasse un consenso importante e una cospicua fetta di parlamentari in forza alla sinistra di Melenchon e del Partito Comunista Francese, che sebbene abbia precipitosamente ed erroneamente dichiarato di votare Macron, rappresenta comunque una parte storica della sinistra francese, senza la quale Melenchon non avrebbe potuto raggiungere tali consensi.

I 5 anni di presidenza Macron saranno molto duri per tutti i francesi e forse altrettanto duri per la stessa Europa. Le premesse per disastro à la Hollande ci sono tutte, meno sicure sono le conseguenze di tutto questo: forse tragiche, forse sorprendenti. Ma una grande parte del popolo francese ha carpito una lezione che noi italiani, soprattutto a sinistra, dovremmo imparare al più presto: di “meno peggio” si muore.

Nicolò Monti
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