/ "Lavorare meno, lavorare tutti, Vivere meglio". Serge Latouche

"Lavorare meno, lavorare tutti, Vivere meglio". Serge Latouche

Lavorare meno, lavorare tutti, Vivere meglio. Serge Latouche
 

L'Intervista esclusiva al principale teorico della "decrescita"

Notizia presa dal sito www.Lantidiplomatico.it visita www.Lantidiplomatico.it
di Alessandro Bianchi

Serge Latouche. Professore emerito di Scienze economiche all'Università di Parigi XI. Principale teorico contemporaneo della teoria della decrescita. Autore di La scommessa della decrescita e Incontri di un obiettore di crescita.

- Professore, Lei sostiene come la crescita per le società occidentali sia finita già negli anni '70. Da allora, però, nessun governo ha cercato di cambiare un modello di sviluppo che sta portando il pianeta al collasso. I disastri ambientali recenti nelle Filippine, negli Stati Uniti ed in Sardegna sono solo le ultime prove che abbiamo sempre meno tempo a disposizione per farlo?
 
Non sono un esperto del clima o della biodiversità e non so dire precisamente quanto tempo abbiamo prima che la situazione diventi irreparabile. Ma da ciò che ho letto nel III Rapporto del Club di Roma, che affronta i limiti dello sviluppo ed apre diversi scenari molto preoccupanti per i prossimi 40 anni; dagli ultimi rapporti dell'Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite sull'evoluzione drammatica del cambiamento climatico; e da molte altre ricerche molto attendibili, la conclusione che possiamo trarre è che abbiamo meno di 30 anni prima di un peggioramento epocale. Tra poco, se non è già successo, entreranno in circolo gli effetti retroattivi della liberazione dei gas serra nell'atmosfera, che accelereranno in modo irreversibile il riscaldamento climatico. I tempi sono molto contati. Direi tra il 2030 ed il 2050.
 
- In una situazione di disoccupazione di massa, di rinegoziazione dei diritti sociali e di disuguaglianza crescente, i governi e le organizzazioni internazionali che hanno in mano il nostro destino continuano a basare tutti i loro sforzi intorno ad un unico indicatore di riferimento, il Pil. Quanto questo numero rispecchia la "ricchezza" reale di un paese e quali dovrebbero essere, secondo Lei, i veri punti di riferimento?
 
E' davvero incredibile e stupefacente che i governi continuino a basare i loro programmi politici sul Pil e che si affrettino ad esaltarsi per un aumento magari di una percentuale di uno 0,3% o di uno 0,5%, che non ha alcun senso neanche a livello tecnico. Anche se il Pil aumenta, la vita della stragrande maggioranza delle persone continua a peggiorare da anni. Ma nella società della crescita per la crescita, non vi è un'altra bussola di riferimento. Per rompere questa logica, noi vogliamo prendere a riferimento altri valori e misurare il benessere reale di una società, dando importanza all'impronta ecologica, alla soddisfazione dei popoli ed agli indici di felicità, come fa ad esempio la New economy foundation con l'Happy Planet Index.
 
- Il 13 agosto scorso si è celebrato l’Earth overshoot day, per denunciare come da quel giorno l’umanità avesse esaurito le risorse naturali rinnovabili a disposizione per l’intero 2013 ed iniziato a vivere a "credito". L'Italia, ad esempio, consuma risorse ecologiche pari a 4 volte le capacità del suo territorio. E' questo il primo debito che i governi si devono preoccupare di ripagare?
 
Sarebbe certamente meglio ripagare questo debito che abbiamo verso la Terra che quello che abbiamo contratto con le istituzioni finanziarie, le banche ed i fondi pensionistici, le quali sono paradossalmente la causa del collasso attuale delle economie degli stati. Il 13 agosto è stata una data molto importante ed un evento per sensibilizzare l'opinione pubblica. Ma ripagare il debito ecologico significa impegnarsi per una nuova concezione di società, con l'obiettivo concreto di cercare una nuova via e limitare i mutamenti drammatici in corso. Si tratta, sicuramente, del debito più importante che abbiamo verso le generazioni future.
 
- Ad i tempi della troika, Lei ha sostenuto come bisognerebbe abbandonare l'austerità imposta, figlia di disuguaglianza sociale e condizioni di vita sempre meno degne, ed abbracciare "l'austerità scelta". Ci può spiegare meglio questo concetto?
 
Non utilizzo molto la parola austerità, che è un termine che non mi piace e la lascio ad i governi ed alle organizzazioni internazionali. Io preferisco parlare di frugalità. Ma nel momento in cui è entrata nel dibattito in modo preponderante, ho utilizzato il termine “austerità scelta” per indicare come l'obiettivo deve essere quello di un'uscita dalla società della crescita, consumando meno ma puntando sulla piena occupazione e sul miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Si tratta della società della frugalità globale. Non c'è abbondanza se non ci sono fini condivisi ed oggi abbiamo perso il senso della misura.
 
- Due dei punti di riferimento concettuali più importanti della teoria della decrescita sono il passaggio dalla produttività alla convivialità di Illich e la decolonizzazione dell'immaginario di Polanyi. Come possono essere attuati praticamente nella società di oggi?
 
In una situazione di crisi epocale, quasi rivoluzionaria, come quella che stiamo vivendo oggi, per applicare i concetti della decrescita dobbiamo organizzare dei dibattiti pubblici e comprendere quali debbano essere le prime scelte da attuare. Decolonizzare l'immaginario significa reinventare tutti i valori di riferimento della società: ripuntare sulla felicità, controllare i programmi televisivi che manipolano la mente delle popolazioni, imporre nuove regole per le imprese che inquinano, scegliere di produrre meno ma prodotti di miglior qualità e con minori sostanze nocive per il pianeta. Si tratta della logica della riconversione alla base della teoria della decrescita.
 
- Tra le otto R per l'applicazione pratica della decrescita, la prima è “ridefinire” per uscire ideologicamente dalla logica del pensiero dominante che, secondo Lei, scuola e manipolazione mediatica stanno alimentando. Quale deve essere l'obiettivo che la controinformazione si deve porre per contrastarlo?
 
L'obiettivo deve essere quello di rompere quel circolo vizioso che intrappola le popolazioni al consumismo illimitato. Per riuscirci, la controinformazione deve denunciare costantemente la manipolazione che i media compiono sulla gente ed aiutare le popolazioni a ritrovare quella capacità di giudizio perso. Del resto, basterebbe tornare a dare importanza a quei valori della convivialità e del piacere di vivere che fino a poco tempo fa erano al centro della società per uscire da questo stallo di consumismo sfrenato.

Continua a leggere. La Seconda parte dell'Intervista a Serge Latouche sulla responsabilità dei partiti socialisti verso l'attuale crisi, un giudizio sull'euro ed, infine, i tre provvedimenti che prenderebbe da ministro dell'economia: italiano. http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=6256
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