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“L'Europa non ha fatto altro che procedere senza i popoli”. Alain de Benoist.

“L'Europa non ha fatto altro che procedere senza i popoli”. Alain de Benoist.
 

Per poter considerare un “altro inizio”, bisogna che le cose giungano al termine

Notizia presa dal sito www.Lantidiplomatico.it visita www.Lantidiplomatico.it

di Alessandro Bianchi
(con la preziosa collaborazione del Prof. Paolo Becchi)

Alain de Benoist. Filosofo politico francese e saggista. Fondatore del movimento culturale denominato Nouvelle Droite. Direttore delle riviste Nouvelle Ecole e Krisis. Autore di “L'impero interiore. Mito, autorità, potere nell'Europa moderna e contemporanea” e “Sull'orlo del baratro. Il fallimento annunciato del sistema denaro
 
 
- In diversi paesi europei stiamo assistendo alla fusione dei partiti tradizionali conservatori e socialisti in governi di unità nazionali, uniti per difendere l'austerità di Bruxelles contro la volontà degli elettori. Considerando che il voto dei Parlamenti nazionali è sempre più marginalizzato, che i vari governi sono oggi soggetti sempre più passivi rispetto all'approvazione della Commissione e, infine, che i paesi si stanno indebitando per finanziare organizzazioni internazionali dalla dubbia democraticità come il MES, cosa resta oggi in mano ai cittadini europei per esprimere il proprio dissenso? 
 
La situazione che descrive è l'esito di una lunga deriva che ha continuato a prendere velocità dopo la firma del Trattato di Maastricht. E' noto da tempo il deficit di legittimità democratica delle istituzioni europee: la Commissione europea sfugge praticamente ad ogni controllo ancora oggi, il Consiglio dei ministri, composto dai governi europei, non ha l'obbligo di rendere conto a nessuno, le scelte della Banca centrale non devono essere confermate dal Parlamento e la nomina dei membri della Corte di giustizia dell'Unione è l'unico impegno dei governi.
Persino la sovranazionalità che vige attualmente non risulta di alcuna deliberazione pubblica né di un processo democratico, bensì di una decisione giudiziaria della Corte europea di giustizia, che nelle sue due sentenze fondamentali del 1963 e 1964, ha elevato i trattati fondatori dell'Europa al rango di “carta costituzionale”, con effetto diretto del primato del diritto comunitario rispetto ai diritti nazionali. Il Parlamento europeo, unica istanza portatrice della sovranità popolare, è così stato privato nello stesso tempo del suo potere normativo e del suo potere di controllo. Con l'arrivo dei nuovi Stati membri si produce solo una cacofonia politicamente inaudibile
L'Europa non ha fatto altro che procedere senza i popoli. Potremmo anche dire che la grande costante dei “fabbricatori d'Europa” risiede nella loro diffidenza irrefrenabile nei confronti della minima richiesta di controllo da parte degli elettori, cioè dei cittadini. Alcuni anni fa, del resto, si era formato un progetto di Costituzione senza che fu mai posto il problema del potere costituente e quando si è consultato il popolo tramite referendum, come in Francia nel 2005, è stato, visti i risultati, per pentirsene amaramente e giurarsi di non rifarlo più (da qui il progetto di “trattato semplificato” adottato al summit di Lisbona, che aveva come unico scopo di aggirare l'opposizione al trattato costituzionale europeo riproponendo lo stesso contenuto sotto un'altra veste). 

 
 - Nei suoi articoli e libri Lei cita spesso la frase di Nietzsche: “l'Europa si farà sull'orlo di una tomba”. Ci può spiegare la sua idea di Europa e quale saranno i suoi sviluppi futuri? 
 
Questa frase di Nietzsche significa che un riorientamento della costruzione europea potrà verificarsi solo quando le istituzioni attuali saranno crollate del tutto. Oggi, l'Unione europea è nello stesso tempo impotente e paralizzata, ma, paradossalmente, si è anche impegnata in una sorta di corsa folle verso l'ignoto che le vieta di cambiare principi o orientamenti. Per poter considerare un “altro inizio”, bisogna che le cose giungano al termine. Potremmo fare qui un paragone con il sistema capitalista che ha meno da temere dai suoi avversari che da se stesso: saranno le sue stesse contraddizioni a distruggerlo.
 
 
- Nel suo libro del 1995, L'Empire intérieur, Lei sostiene come il federalismo sia la lagica più conforme all'imperialismo. Cosa pensa da questo punto di vista dell'idea tante volte acclamata degli Stati Uniti d'Europa? 
 
Nel mio libro scrivo che il federalismo prolunga in un certo modo l'ispirazione “imperiale” nella misura in cui è caratterizzato da tratti quali la decentralizzazione, l'autonomia delle sue varie componenti, il ricorso al principio di sussidiarietà, etc. Ma parlo qui del modello storico dell'Impero in opposizione al modello giacobino dello Stato-nazione, non dell'“imperialismo”, termine che non uso mai in senso positivo! Per me, esiste tanta differenza tra Impero ed imperialismo quanto tra il bene comune ed il comunismo, l'uguaglianza e l'egalitarismo, o ancora la libertà ed il liberalismo...
Non avverso la formula degli “Stati uniti d'Europa”, evocata già da Victor Hugo. Ma  questa formula non significa granché dal momento che non si può considerare un'Europa  politicamente unita sul modello in cui si sono formati gli Stati-Uniti d'America.  Mi sembra invece importante sottolineare che l'Europa attuale non ha assolutamente niente di “federale”,  nonostante quello che dicono alcuni dei suoi avversari. 
Per i sostenitori di un “federalismo integrale”, di cui faccio parte, una sana logica avrebbe voluto che la costruzione europea avvenga dal basso, dal quartiere e dal vicinato (luogo di apprendistato di base della cittadinanza) verso il comune, dal comune o dall'agglomerato urbano verso la regione, dalla regione verso la nazione, dalla nazione verso l'Europa. Questo avrebbe consentito l'applicazione rigorosa del principio di sussidiarietà. La sussidiarietà esige che l'autorità superiore intervenga nei soli casi in cui l'autorità inferiore è incapace di farlo (è il principio di competenza sufficiente). 
Nell'Europa di Bruxelles, dove una burocrazia centralizzatrice tende a regolamentare ogni cosa tramite le sue direttive, l'autorità superiore interviene ogni volta che si considera capace di farlo, con il risultato che la Commissione decide di tutto perché si ritiene onni-competente. La denuncia di rito da parte dei sovranisti dell'Europa di Bruxelles quale un'“Europa federale” non deve dunque illudere: con quella tendenza ad attribuirsi in modo autoritario tutte le competenze, essa si costruisce al contrario su un modello altamente giacobino. Lungi dall'essere “federale”, è anche estremamente giacobina, poiché coniuga autoritarismo punitivo, centralismo ed opacità. 
 
 
 - Alcuni tra i maggiori economisti del mondo avevano ampiamente previsto tutte le conseguenze negative che la scelta di una moneta unica avrebbe comportato per paesi così diversi sul piano economico. Pensa che sia desiderabile e politicamente possibile per la Francia o l'Italia, particolarmente colpiti dalle asimmetrie prodotte dall'euro, ritornare alle loro vecchie monete? 
 
Non sono affatto sicuro che “i più grandi economisti mondiali” ci abbiano realmente messi in guardia contro l'instaurazione dell'euro! Alcuni l'hanno certamente fatto, ma mi sembra che la maggior parte degli economisti si siano piuttosto schierati a favore della moneta unica. Vediamo oggi quanto hanno sbagliato. Eppure, l'idea di una moneta unica non era per niente assurda, soprattutto nella prospettiva della creazione di una moneta di riserva alternativa al dollaro.
Il problema si è posto quando la Germania ha ottenuto che l'euro avesse lo stesso valore del marco, il che l'ha reso inutilizzabile da più della metà dei paesi europei. Per i suoi creatori, l'euro avrebbe dovuto favorire la convergenza delle economie nazionali. In realtà, proprio per la sua sopravvalutazione, ha favorito la loro divergenza.
Oggi si parla molto di un ritorno alle vecchie monete nazionali. In Francia, per esempio, uomini come il sociologo Emmanuel Todd o l'economista Jacques Sapir si sono nettamente schierati per un'uscita dall'euro. Personalmente, sono più scettico. Prima di tutto, tale ipotesi è oggi meramente teorica, perché nessun paese è apparentemente disposto ad uscire dal sistema dell'euro. Un ritorno al franco o alla lira, seguito da una svalutazione, avrebbe inoltre come conseguenza di rincarare il debito pubblico che rimarrebbe in euro. Un'uscita dall'euro avrebbe senso solo se fosse presa di concerto, cioè se fosse il fatto di un insieme di paesi, ma per adesso rimane solo un sogno. Per finire, se non si può contestare che l'euro abbia aggravato la crisi che conosciamo dal 2008, non è l'unico responsabile. La questione del debito pubblico mi sembra più grave. Un ritorno alle vecchie valute nazionali non risolverebbe questa questione del debito pubblico. Basta guardare il caso della Gran Bretagna: non ha mai adottato l'euro, ma si ritrova lo stesso con enormi problemi di deficit e di debito. La causa principale della crisi, la dipendenza degli Stati rispetto ai mercati finanziari, trova la sua origine nella natura stessa del sistema capitalista. La scomparsa dell'euro non ci farebbe uscire da quel sistema. 
 
 
 - Dopo le scuse del Fondo Monetario Internazionale, anche alcuni membri della Commissione e della Bce hanno riconosciuto di aver commesso degli errori nella gestione della crisi della Grecia. Una vera beffa se si considera il dramma sociale in corso nel paese. Quale degenerazione dei nostri tempi rappresenta secondo Lei la Troika?
 
La “Troika” è lo strumento privilegiato della Forme-Capital. Alcuni dei suoi responsabili hanno potuto riconoscere di aver commesso degli “errori” nel caso della Grecia, non hanno però cambiato fondamentalmente orientamenti. Conformemente alle esigenze della Banca nazionale e del FMI, tendono sempre verso misure di “austerità” che passano attraverso la privatizzazione  ad oltranza, la concorrenza selvaggia, il ribasso degli stipendi, le delocalizzazioni, lo smantellamento del settore pubblico e dei servizi sociali. Queste misure, che dovrebbero favorire un “ritorno della crescita”, sfociano in realtà nel risultato contrario. Le politiche di austerità diminuiscono il potere d'acquisto, e di conseguenza la domanda, il consumo, la produzione, il che provoca un aumento della disoccupazione ed un calo delle entrate fiscali. Le vittime principali di queste politiche sono le classi popolari e le classi medie oggi minacciate di declassamento.
 
 
- Quale accezione ha assunto oggi concetto di “imperialismo” in una società in cui vige la libertà assoluta di movimento dei capitali e delle merci, in cui è stata imposta la rinegoziazione al ribasso dei diritti sociali acquisiti e in cui un numero sempre maggiore di persone non è in grado di condurre una vita degna?
 
Non vedo in modo chiaro un nesso tra l'“imperialismo” e la situazione che descrive, forse perché non diamo lo stesso senso a questa parola. Ma è importante vedere che la libertà di movimento delle merci e dei capitali vanno di pari passo, nella dottrina del capitalismo liberale (e ancor più del capitalismo finanziario che trionfa oggi, tra cui una delle grandi caratteristiche è di essere quasi totalmente de-territorializzato), con una totale libertà di circolazione delle persone. Questo spiega perché, in tutti i paesi, sono gli ambienti capitalisti e patronali a dimostrarsi più favorevoli all'immigrazione. Sanno che essa esercita una pressione al ribasso sui salari dei lavoratori “autoctoni” e che quel ribasso è tale da aumentare i loro profitti. È in questo senso che si può dire che la massa degli immigrati costituisce l'“esercito di riserva” del  Capitale.

 
 - Ha ancora senso parlare oggi di destra e di sinistra nel dibattito politico? E esiste per Lei un modello di sviluppo alternativo a quello finanziario-globale che esercita la sua egemonia sull'occidente?
 
Oggi il divario destra-sinistra è diventato completamente obsoleto, dal momento in cui non consente più di analizzare i rapporti di forza nei nuovi movimenti sociali. Tutti i grandi eventi di questi ultimi decenni hanno fatto emergere nuovi divari trasversali rispetto alle famiglie politiche tradizionali. Ecco allora che ci sono sostenitori “di destra” e di “sinistra” dell'Unione europea, avversari “di destra” e “di sinistra” della globalizzazione, etc. In queste condizioni, il riferimento alla “destra” e alla “sinistra” non significa più nulla. Tutte le indagini di opinione dimostrano inoltre che la maggior parte della gente non sa affatto più quello che potrebbe ancora distinguere la destra e la sinistra. Lo sanno tanto meno  che vedono seguirsi da almeno trent'anni dei governi “di destra” e “di sinistra” per fare le stesse politiche (vedono alternanze, ma mai nessuna alternativa). Il fosso che non smette di ingrandirsi tra il popolo e la classe politica nella sua interezza ha ancor contribuito ad aggravare questa situazione.
Esistono modelli alternativi al sistema capitalista attuale, che si trova oggi fondamentalmente fi fronte al problema della svalutazione del valore, ma non hanno nessuna possibilità di essere applicati finché non saremo andati fino in fondo con la crisi. Non si può infatti uscire a metà dal sistema dominante. Non se ne può uscire che totalmente, oppure rimanerci. Rompere con quel sistema implicherebbe una vera e propria “decolonizzazione” degli spiriti. Il capitalismo non è infatti solo un sistema economico. È anche portatore di una dinamica antropologica nel senso in cui si fonda su una certa idea dell'uomo ereditata dal liberalismo dei Lumi, nel nostro caso un uomo che non sarebbe altro che un consumatore-produttore mosso da considerazioni meramente utilitariste o rilevanti dell'assiomatico dell'interesse. In questo senso, rompere con il sistema capitalista attuale implica anche il fatto di rompere con l'ossessione economica ed il primato dei soli valori di mercato.
 

- Cosa si aspetta dalle prossime elezioni europee? Pensa che la politica sarà in grado di offrire un modello di sviluppo alternativo in grado di salvare l'Europa?
 
Non mi aspetto nulla dalle prossime elezioni europee, il cui unico interesse sarà di permettere di valutare l'audience dei vari partiti nazionali. In modo più generale, non mi aspetto più nulla dalla politica. Ogni giorno, i politici scoprono la vastità della loro impotenza. Le trasformazioni essenziali della società, quelle che fanno veramente passare da un momento storico all'altro, sono di una natura troppo complessa per ridursi ad iniziative politiche o governative che, quasi in tutti i casi, non sono capaci di andare oltre l'orizzonte del breve termine e gli imperativi della pura gestione. 

La versione originale dell'Intervista
(Traduzione delle risposte a cura di Sandra Vailles)
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