I mercati emergenti devono costituire un blocco unico

L'unica possibilità per affrontare le politiche monetarie restrittive di Usa, Cina e zona euro

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I mercati emergenti devono costituire un blocco unico

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Nel suo ultimo post sul suo blog sul Telegraph, Ambrose Evans Pritchard torna ad occuparsi delle contemporanee scelte di politiche monetarie restrittive intraprese da diversi paesi emergenti per prevenire la fuga di capitali e per dimostrare agli investitori quanto “duri” possono essere. Turchia, Sud Africa ed India hanno aumentato i loro tassi d'interessi contemporaneamente la scorsa settimana; Brasile ed Indonesia l'avevano fatto in precedenza e Cile, Perù ed Ungheria  hanno solo per il momento resistito. La Russia, inoltre, sta spendendo due miliardi di euro a settimana nell'acquisto di riserve straniere per proteggere il rublo, restringendo automaticamente le condizioni di accesso interno al credito.
 
Più le politiche scelte sono restritive e più vengono plaudite come efficaci dagli analisti dei mercati emergenti. Bartosz Pawlowski di BNP Paribas è arrivato a dire come le risposte delle banche centrali di questi dimostrano che sanno “fare business” e “che se ci sarà bisogno faranno anche di più”. Bartosz, prosegue il Columnist del Telegraph, ha ragione su una cosa: molti di questi paesi hanno mantenuto in vita politiche troppo accomodanti per anni, come è ampiamente testimoniato da questo grafico della Banca Mondiale della regola Taylor sulle politiche monetarie dei paesi emergenti (maggiore la divergeneza dalla Regola, maggiore l'errore).

 
Considerando l'afflusso di liquidità globale garantita, questi paesi hanno facilitato la formazione di bolle del credito e certamente una reazione restrittiva era necessaria. Tuttavia, prosegue Evans-Pritchard, c'è un problema enorme quando paesi con due miliardi di persone complessive cercano di dimostrare contemporaneamente che “sanno fare business”: quello che può aver senso per un'economia singola, non ha senso per l'economia globale nel suo complesso – si tratta di una variante della sindrome beggar-the-neighbour degli anni '30.
 
E si tratta della stessa strategia sbagliata che l'Europa sta portando avanti da quattro anni: mentre le politiche d'austerità e deflazione potrebbero funzionare per l'Irlanda o il Portogallo presi singolarmente, è pura follia quando applicata contemporaneamente a tutta l'Europa del sud contemporanemate. 
 
In una situazione in cui le prime due economie mondiali – Stati Uniti e Cina – stanno riducendo lo stimolo alle loro economia – quella che Evans-Pritchard definisce una restrizione simultanea dal G2 – in cuil' Europa restringe in modo passivo e per difetto – restrizione G3 – lo shock per molti mercati mergenti è enorme. Ma una scelta di contemporanea restrizione monetaria anche da parte loro non è quella corretta e potrebbe  spingere l'intera economia globale in una trappola deflattiva. Dopo il tapering annunciato dalla Fed, il presidente della Banca centrale indiana Raghuram Rajan ha, ad esempio, dichiarato recentemente come il coordinamento globale “si è spezzato”.
 
Le economie emergenti, esclusa ovviamente la Cina, conclude il Columnist del Telegraph,  potrebbero unire le forze per affrontare insieme la crisi: agendo come blocco potrebbero formare una politica monetaria unica espansiva, piuttosto che alimentare bolle speculative dal lato del credito agendo sole. Dopo aver invocato la costituzione di un blocco latino all'interno della zona euro per cambiare le politiche europee, il columnist del Telegraph consiglia la formazione di un Blocco dei mercati emergenti, forte a sufficienza per contrastare gli effetti del tapering del G2. 
 
Cosa accadrebbe se il restante G20 tagliasse simultaneamente ed in modo coordinato i tassi d'interesse fino alla fine della tempesta? Lascerebbe gli hedge funds adeguatamente sbalorditi.

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