L'euro e la crescita economica

Le bugie sull'euro degli "esperti" hanno un fine politico

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L'euro e la crescita economica

Gli esperti hanno sostenuto per anni che l'attuazione dell'Unione economica e monetaria - l'Eurozona – avrebbe avuto effetti positivi sulle economie dei paesi membri. Con questa premessa l'economista francese Jacques Sapir, nel suo blog Russeurope, rimarca come la teoria recente abbia palesemente contraddetto queste affermazioni, ma non convinto i suoi sostenitori.
L'illusione diffusa che la zona monetaria con una singola valuta generi un aumento nel flusso commerciale tra i paesi membri trova il suo principale fondamento teorico negli scritti di Andrew K. Rose, basati sul modello gravitazionale, con una grande importanza attribuita alla prossimità geografica dei partner. Il cosiddetto “effetto Rose” descrive le monete nazionali come un “ostacolo” al mercato internazionale: l'integrazione monetaria  non solo migliora il ciclo della produzione tra i paesi membri, ma determina un'accumulazione di conoscenza, aumento di produttività e maggiori scambi potenziali. In altre parole, l'Unione monetaria doveva creare le condizioni per il successo di un'area ottimale, seguendo dinamiche endogene. 
Le celebri frasi di diversi politici – da Jacques Delors a Romano Prodi – prevedevano che l'euro avrebbe portato una crescita a livelli costanti tra l'1% ed l'1,5% per tutti gli stati membri. Altri esperti, sulla falsa riga di Rose, prevedevano un incremento minimo del commercio tra i paesi membri tra il  20% ed il 40%. Secondo questa letteratura dominante non vi era dubbio che l'euro avrebbe avuto un effetto estremamente positivo sulle economie dei paesi membri. Ma i loro scritti ed i metodi utilizzati – specialmente le stime del modello gravitazionale del commercio mondiale – non sono adeguati e perdono di valore nell'analisi di una zona composta da più paesi. Inoltre, non considerano le asimmetrie presenti nel commercio internazionale e l'esistenza di una serie di fattori esogeni nello sviluppo del commercio tra paesi.
Questi elementi hanno portato ad una riconsiderazione fondamentale dei risultati degli studi iniziali di A-K. Rose, anche per i sostenitori dei modelli gravitazionali. Harry Kelejian, G. Tavlas e P. Petroulas hanno riconsiderato recentemente le stime sugli effetti di un'unione monetaria sul mercato internazionale dei paesi membri. Con risultati impressionanti: l'impatto dell'Unione monetaria sul mercato dei paesi membri è valutabile tra il 4.7% ed il 6.3%, lontanissimo dalle peggiori stime del passato fissate al 20%. Per non parlare degli scritti di Rose che parlava addirittura di un numero variabile tra il 200% ed il 300%.
Gli annunci più stravaganti sugli effetti positivi dell'Unione monetaria sono state fatti nel momento dell'annuncio dell'euro. E non è un caso. Queste bugie sono servite come giustificazione per i politici. Gli stessi argomenti vengono ritirati fuori oggi per dare credito all'idea che la dissoluzione dell'euro sarebbe una catastrofe, con gli stessi numeri usati a fine di propaganda pro-euro – o «Funkpropaganda» come la definisce Sapir - ma questa volta in un modo invertito, per prevedere un collasso del commercio internazionale dei paesi membri, e quindi una caduta del Pil reale del blocco. Al contrario, la teoria recente dimostra che gli effetti commerciali dei paesi membri sono minimi e gli effetti dei prezzi – o costi di competitività – sono enormi. Questo dà importanza alle svalutazioni come politiche per restaurare la crescita di alcuni paesi. 
Con due tabelle, Sapir dimostra come la crescita nell'eurozona è stata inferiore a quella che i partner avevano al momento dell'introduzione.

 

Average 2001-2011

Average 2001-2007

Average 2007-2011

Australia

3,1%

3,4%

3,1%

Canada

2,1%

2,6%

1,4%

Norway

1,8%

2,3%

1,2%

Sweden

1,8%

3,0%

0,5%

Switzerland

1,7%

2,0%

1,6%

United Kingdom

1,6%

2,6%

0,4%

United States

1,9%

2,4%

1,3%

Eurozone

1,1%

1,9%

0,4%

Total OECD

1,8%

2,4%

1,1%

Difference to the OECD average

-0,7%

-0,5

-0,7

Database of OECD, 2011

Nel caso francese, i governi hanno scelto di non arrestare la politica fiscale espansiva per compensare l'impatto dell'euro: non pesando su crescita ma sul debito pubblico. 

 

2001-2007

2007-2011

Austria

2,2

1,1

Belgium

2,0

0,8

Finland

3,2

0,5

France

1,8

0,8

Germany

1,2

0,5

Greece

4,1

-0,7

Ireland

5,5

-0,9

Italy

1,1

-0,5

Luxemburg

4,2

2,2

Netherlands

2,0

1,1

Portugal

1,1

0,2

Spain

3,4

0,3

Eurozone (12 countries)

1,9

0,4

Total OECD

2,4

1,1

Typical difference of Eurozone as % of average

72,3%

171,1%

Min-Max difference in percentage of average growth in the Eurozone.

231,5%

281,8%

Fonte OECD, 2011

Se uno tiene in considerazione tutti gli aspetti di politica economica, conclude Sapir, appare chiaro che l'euro ha avuto per 15 anni un effetto estremamente negativo sulle economie dei paesi membri: l'introduzione della moneta unica è stato un esperimento tragico, il cui prezzo non è ancora stato pagato pienamente dai paesi membri.

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