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La lenta tortura dell'Italia nel restare nella zona euro. Ambrose Evans-Pritchard

La lenta tortura dell'Italia nel restare nella zona euro. Ambrose Evans-Pritchard
 

"Senza cambiamenti urgenti, il sistema politico italiano esploderà presto"

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La zona euro ha lasciato che alla fine accadesse. Le autorità europee hanno gestito così male la strategia fiscale e monetaria che si è permesso all'aerea di sprofondare nella deflazione. Lo scrive Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph.
 
Le forze deflattive hanno iniziato a dominare le nazioni in crisi dell'Europa del Sud da 18 mesi. Ora, l'indice dei prezzi al consumo è diminuito dello 0,2% a dicembre per quel che riguarda tutto il blocco. Ma il dato in sé non ci dice molto di quello che è accaduto. Un coro di economisti hanno iniziato a lanciare allarmi due anni. Questo shock si sta ora auto-alimentando attraverso nuove ondate come le crisi in Russia, nella bolla d'investimenti in Cina e ora il collasso dei prezzi petroliferi. La teoria macroeconomica suggerisce che il dimezzamento dei prezzi dell'energia dovrebbe essere un motivo per festeggiare, un taglio alle tasse per i consumatori. Ma questo diviene un calcolo molto differente quando l'inflazione è già pari a zero e i tassi sui bond sono ai record negativi dal 14° secolo ad oggi.
 
“Normalmente, ogni banca centrale preferirebbe guardare un shock positivo dal lato dell'offerta”, ha dichiarato recentemente il capo economista della Bce Peter Praet. "Ma non possiamo mantenere questo lusso al giorno d'oggi. I shock possono cambiare: in alcune circostanze shock dal lato dell'offerta possono divenire shock dal lato della domanda attraverso effetti di secondo livello”.
 
Secondo Praet le famiglie e le aziende si stanno già adattandosi in modo preventivo al nuovo ordine, descrivendo quello che sembra sempre più una classica trappola da deflazione. “C'è un rischio reale economico di circolo vizioso: meno investimenti che riducono la crescita potenziale, il futuro diviene anche più grigio e gli investimenti si riducono ulteriormente”, ha dichiarato a Börsen-Zeitung.
 
Praet ha lanciato un avviso preciso, richiamando un termine utilizzato già da Keynes negli anni '30, vale a dire che si sta consolidando “un equilibrio di sottocupazione”. Ha esortato “tutte le categorie”, inclusi i governi, a rafforzare le proprie responsabilità e prendere “azioni urgenti”. Sono le parole di un uomo ben consapevole che la crisi è in una recessione profonda. Del resto, prosegue il Columnist del Telegraph, il suo capo, Mario Draghi era andato a Berlino nel novembre del 2013 per mendicare alle elites economiche tedesche politiche dal lato della domanda e per lanciare un monito preciso sul fatto che "misure radicali" fossero necessarie per assicurare un “margine di sicurezza contro i rischi di deflazione”. Temeva che la spirale negativa dei paesi della zona euro stesse spingendo i paesi dell'Europa del sud in una profonda trappola come hanno cercato di ridurre la competitività.

"La crescita reale del debito può crescere”, ha dichiarato Draghi, il quale non ha invocato il testo classico di Irving Fisher del 1933 - Debt-Deflation Theory of Great Depressions – ma il messaggio ero lo stesso: la caduta dei prezzi non era benigna nelle economie altamente indebitate. I giapponesi, del resto, ancora non ne sono usciti dopo 15 anni. Ci sono state promesse incessanti della Bce, fin dal discorso di Berlino, ma poco è stato fatto nonostante gli sforzi valevoli da parte di Draghi. Il balance sheet della Bce si è ridotta ulteriormente a causa della “restrizione passiva”, passando da 143 miliardi a 2.15 trilioni di euro.
 
Il momento ottimo per iniziare misure di quantitative easing è secondo Ambrose Evans-Pritchard ormai passato. E' tardi ora, anche se la Bce e il suo Consiglio dovessero iniziare a trovare il coraggio questo mese per un QE a pieno regime contro la guerriglia della Bundesbank. I titoli a 10 anni della Germania sono crollati ad un record storico negativo dello 0.46 pc, in Finlandia allo 0.54pc, in Olanda allo 0.57pc e in Francia allo 0.73. Anche in Spagna è scesa a 1.63pc.
 
Poco può essere fatto per comprimerli ancora di più e la Bce non può per trattato intraprendere anzioni più radicali che iniettino moneta direttamente nelle vene dell'economia. Più probabilmente ci sarà un altro, l'ennesimo, “trucco”, una formula complessa che eviterà ogni condivisione reale del rischio. Gli Hedge funds potrebbero intascare un ottimo profitto, ma certamente, sottolinea il Columnist, non si creerebbero posti di lavoro a Napoli.
 
Senza cambiamenti urgenti, il sistema politico italiano esploderà presto. Il tasso di disoccupazione giovanile ha addirittura raggiunto il 43.9pc. Il Mezzogiorno sta portando la depressione al collasso sociale. In contrasto, la Germania ha generato 27 mila lavori a dicembre con la disoccupazione scesa al record negativo del 5%. Le cose non sono mai state così buone dalla riunificazione ed è l'esempio più emblematico dell'insostenibilità dell'unione monetaria.

Gli stati "vittime del sistema" dei paesi del sud dell'Europa hanno resistito eroicamente, ma gli effetti della deflazione saranno fatali. Le loro traiettorie debito-deflazione stanno ancora aumentando a causa dell'effetto meccanico dei costi dei tassi d'interesse su una base catatonica del Pil. Il tasso d'inflazione spagnolo è diminuito dell'1,1%, una “maledizione” per Ambrose Evans-Pritchard stranamente accolta positivamente dal Partito Popolare come prova che la “svalutazione interna” del paese all'interno della zona euro funzioni. E' così, ma l'esito finale non è esattamente quello che in Spagna potrebbero pensare.
 
Per l'Italia è una “lenta tortura”. Le politiche contrattive hanno già portato il debito dal 116% al 133% del Pil in tre anni. Ogni unità di percentuale in meno di inflazione per il paese significa dover aumentare il surplus primario dell'1,4% del Pil per rispettare le regole della zona euro, secondo uno studio condotto da un think tank di Bruxelles, Bruegel. Ma per agire su questo imperativo sarebbe necessario rivitalizzare l'economia e bloccare la spirale negativo debito-deflazione in corso.
 
La zona euro non è in grado di rispondere a tutto questo perché è una costruzione disfunzionale. Non c'è da incolpare chi è oggi a prendere le decisioni ma è la cornice che è fallata. Il Telegraph ha argomentato sin dai tempi di Maastricht che un'unione valutaria di culture disparate senza un Tesoro Europeo e un'autorità politica in grado di guidare una crisi sarebbe finita nella paralisi. Draghi ha fatto il suo personale cri de coeur in un intervento a Helsinki sei settimane fa, elencando i “requisiti minimi per un'unione monetaria”, vale a dire un super Stato europeo, con una sovranità economica esercitata congiuntamente. 
 
E' un'utopia. Non c'è nessuno spazio per un tale balzo in avanti e in più, qualora dovesse essere attuato, implicherebbe una dittatura tecnocratica senza più nessun controllo democratico. I creditori del Nord hanno passato igli ultimi quattro anni ad evitare che venissero messi in comune i rischi o ogni passaggio necessario per la creazione di un'unione fiscale. 
 
Nel lanciare questi passaggi, Draghi ci sta dicendo in realtà che, anche lui, conclude Ambrose Evans-Pritchard, non pensa più che la zona euro possa funzionare. 
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