Per Renzi un reddito minimo di dignità è assistenzialismo. E i suoi ultimi 10 anni di stipendi cosa sono?

Per il nostro premier essere disoccupati oggi è più o meno una colpa e non una condizione sociale

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Per Renzi un reddito minimo di dignità è assistenzialismo. E i suoi ultimi 10 anni di stipendi cosa sono?

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di Augusto Rubei

Siamo in un Paese dove l’opinabilità nel novanta per cento dei casi corrisponde a una precaria forma di perimento dell’ignoranza. Chiunque è in grado di dire e predicare. Lo fanno i preti col sesso e quindi lo può fare anche Matteo Renzi sullo Stato sociale. Tra l’altro, ieri, l’occasione era imperdibile, perché partecipava alla Repubblica delle idee. Peccato che la sua più che un’idea sia però sembrato un goffo tentativo di riscrivere la Carta Costituzionale.
 
Dire che il reddito di cittadinanza (reddito minimo) sia incostituzionale perché l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e non sull’assistenzialismo è come revisionare il concetto stesso di lavoro e intenderlo non più come un diritto (articolo 1 e 3), bensì come un dovere.
 
Il che equivale a dire che essere disoccupati oggi è più o meno una colpa e non una condizione sociale, oltre la quale c’è il disegno di un Paese moralmente abbattuto. C’è da aggiungere che l’Italia da più di cinque anni a questa parte è fuori i parametri della normalità: la disoccupazione dal 2008 è salita al 13,4%, per i giovani al 43,9%. Significa che quasi uno su due non lavora.
 
L’Istat considera la soglia di povertà come il valore monetario, a prezzi correnti, del paniere dei beni e dei servizi considerati essenziali per l’essere umano e per ciascuna famiglia. Oggi ci sono quasi 10 milioni di persone che in Italia vivono sotto questa soglia. Ma ce ne sono molte altre che non avendo mai speso un giorno della loro vita a lavorare si arrogano persino la qualifica di evangelizzatori.
 
Matteo Renzi è una di queste. Dalla cravatta slentata e il profilo in evidenza. Col sogno americano sempre chiuso nel cassetto, proprio come nelle fiction. Non è un caso che nel giorno delle Regionali si sia fatto fotografare dal suo portavoce mentre giocava alla Play Station, calcando il superomismo di Frank Underwood, protagonista della popolare serie americana House of Cards e antologia del male shakespeariano: camicia azzurra, videogame e mimetica, indossata a Herat nel giorno della visita a sorpresa al contingente italiano in Afghanistan.
 
Nel suo curriculum vanta qualche anno di lavoro nell’azienda di famiglia. Ci entra una volta diplomatosi nel 1993 e comincia a lavorare al fianco del papà. Ne diventa dirigente nel 2003 e appena 11 giorni dopo viene nominato presidente della Provincia. Il timing è buono per garantirsi il versamento dei contributi pensionistici.
 
Da quel momento in poi è solo politica, h24. Oltre dieci anni di vero e puro assistenzialismo, ma lui non se ne accorge. Non glielo permette innanzitutto il suo retaggio culturale. Gli stipendi gonfiati, i voli di Stato e il vitalizio da parlamentare sono servigi reali. Il sindacato unico una rivoluzione liberale.
 
Di fronte a questa stomacante vanagloria le sue parole sul reddito di cittadinanza fanno il rumore di un piccolo sasso in uno stagno. In Europa solo la Grecia e l’Italia non hanno ancora adottato forme di reddito minimo garantito per consentire ai loro cittadini più deboli di vivere una vita dignitosa, così come l’Europa chiede dal 1992. Il primo Paese è sull’orlo di un fallimento irreparabile. Il secondo un laboratorio aperto. Fa pensare.

Fonte: Micromega

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