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"La Causa": Resistenze mediorientali contro il «caos creativo» di chi vuole un "grande Medioriente ogm, con la frantumazione di Iraq, Siria, Iran"

La Causa: Resistenze mediorientali contro il «caos creativo» di chi vuole un grande Medioriente ogm, con la frantumazione di Iraq, Siria, Iran
 

Sabato a Roma convegno con relatori da Libano, Palestina, Bahrein, Siria. "Il terrorismo di Daesh/Isis, prodotto dell’imperialismo statunitense ed europeo. Davanti alla tragedia in Yemen, una parte del mondo, comprata dai petrodollari sauditi, ha chiuso gli occhi e si è mangiato la lingua»

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di Marinella Correggia
 
«Nel silenzio del mondo e con la complicità dei paesi potenti, lo Yemen subisce da nove mesi un’aggressione guidata dalla monarchia wahabita, con intensi bombardamenti e un blocco navale, aereo e terrestre. La falsa paura dell’Iran è una scusa per uccidere la popolazione e distruggere le nostre infrastrutture…Chiediamo alle persone vive di aiutarci a fermare subito l’aggressione e l’assedio perpetrato da sauditi e alleati; e di cooperare affinché le parti politiche yemenite si trovino a un tavolo di dialogo senza ingerenze esterne»: per mancanza di visto da parte dell’Italia, due politici yemeniti dell’Alto Comitato rivoluzionario preso di mira dall’Arabia saudita hanno potuto mandare solo un messaggio scritto al convegno La causa - Il Medioriente fra resistenza alla guerra imperialista, caos e migrazioni, organizzato a Roma il 12 dicembre dall’associazione Amici del Libano in Italia e da diversi gruppi di movimento italiani, con relatori da Libano, Palestina, Bahrein, Siria. Il messaggio degli yemeniti Sameer al Abdaly e Tawfiq Ameen Almairi precisava anche: «I paesi arabi sono entrati in una sorta di caos creativo che ha l’obiettivo di smembrare l’area in staterelli etnici e oltranzisti, secondo i piani messi in atto da Daesh e al Qaeda che sono il contrario dell’islam. E davanti a questa tragedia, una parte del mondo, comprata dai petrodollari sauditi, ha chiuso gli occhi e si è mangiato la lingua». 
 
Partendo dalla «bussola», la «causa madre», la causa palestinese, gli interventi degli ospiti hanno analizzato e condannato , come si legge anche nel comunicato finale, «il terrorismo di Daesh/Isis, prodotto dell’imperialismo statunitense ed europeo» e il parallelo «processo neocoloniale che viene messo in campo violentemente in Medioriente», invitando tutti a schierarsi «contro la guerra imperialista contro la Siria; contro il regime di apartheid israeliano e per il sostegno alla campagna Bds; per il sostegno alla lotta del popolo palestinese contro il colonialismo di insediamento sionista nella Palestina storica e la giudeizzazione di Gerusalemme, e per la riaffermazione piena del diritto al ritorno;  per il sostegno alle forze di resistenza che combattono il sionismo e i terroristi di Daesh/Isis in Libano, Siria ed Iraq; per il sostegno alla pacifica opposizione del popolo del Bahrein; contro l’ingerenza straniera nello Yemen, per fermare il massacro quotidiano del popolo yemenita e l’aggressione al suo territorio da parte della coalizione saudita con l’appoggio logistico statunitense e sionista».
 
Nella sua introduzione, Hassane Hassi dell’associazione Amici del Libano in Italia ha richiamato la destabilizzazione in atto da tempo in tutta l’area a opera di forze esterne e dei loro alleati interni, in particolare le petro-monarchie del Golfo. In questi tempi di «califfato», mentre si sa bene «chi ha reclutato, chi ha fatto entrare, chi ha armato i terroristi, chi li paga», è più che mai attuale il piano «di un Grande Medioriente ogm, con la frantumazione di Iraq, Siria, Iran, Stati recalcitranti». Quanto alla Repubblica araba siriana, è un «baluardo contro l’entità sionista…se crolla la Siria, dimentichiamoci anche la Palestina»
 
Shukri Hroub, dell’Unione araba palestinese, ha ricordato la frase di Gandhi ai tempi del colonialismo inglese: «Ogni volta che gli indiani si uniscono contro il colonialismo, ecco che salta fuori qualcuno che uccide una mucca, sacra agli indù, e ci si divide di nuovo». Oggi in Medioriente «ogni volta che si cerca una prospettiva di resistenza, salta fuori un kamikaze telecomandato, l’equivalente della mucca in India». L’imperialismo «inventa religioni, le devia per dividere i popoli in base appunto a fattori etnici e di fede. I paesi dei petrodollari vogliono evitare l’unità panaraba. Anche per ragioni economiche. Se gli oleodotti passassero per la Siria, loro ci perderebbero. Idem per gli eredi degli Ottomani, che vogliono demolire la Siria perché gli interessi in campo sono anche quelli del controllo dell’acqua, oltre che dei combustibili fossili». Insieme al richiamo all’assoluta necessità di unitài, perché «uno staterello può solo vendersi agli Usa…», Hroub ha ricordato le lotte progressiste che hanno percorso la storia del Bahrein, «anche in Palestina c’erano canti per il Bahrein…», un piccolo paese dominato dalla monarchia al Khalifa e colonizzato dalla V Flotta Usa. 
 
Esponente delle rivolte nei paesi del Golfo nel 2011, silenziate dai media e represse manu militari dalle monarchie, l’ex deputato bahreinita Ali al Aswad, attualmente residente a Londra per ragioni di sicurezza, ha brevemente richiamato «novant’anni di lotte nel mio paese, dagli anni della colonia a oggi, negli anni 1920, poi nel 1950, nel 1965, per arrivare alla rivolta dell’onore nel 1990 e all’insurrezione di massa che nel 2011 portò in piazza praticamente l’80% della popolazione». Il risultato fu la repressione da parte della dinastia al Khalifa con l’aiuto, nel marzo 2011, dei carri armati sauditi per l’operazione «scudo del deserto». Così «il regno del Bahrein continua a opprimere il popolo, contro la libertà di espressione, di religione, di stampa, discriminando sul lavoro in vari settori». L’opposizione in Bahrein continua la sua lotta, pacifica: «Siamo impegnati nella proposta di un dialogo, chiediamo la liberazione dei numerosi prigionieri politici, l’applicazione di accordi conclusi a Ginevra e mai rispettati, una costituzione scritta, e la fine del regime degli al Khalifa, il primo ministro è al potere dal 1971. Il Medioriente deve diventare un ambito democratico e sano dove tutti i popoli si autodeterminano e partecipano, lontano dal pensiero takfiri e dal relativo terrorismo». Già: «Fra le più grandi sfide che la regione mediorientale affronta c’è la sicurezza. L’operato dei gruppi terroristi in vari paesi si somma agli orrori sauditi in Yemen e a quelli dell’entità sionista in Palestina».
 
La Palestina, non solo occupata da uno «Stato apartheid che non rispetta alcun diritto» ma anche strumentalizzata anche da certi governi arabi che, come ha spiegato Bassam Saleh, responsabile di al Fatah in Italia, «avevano magari un budget militare enorme, ma non serviva a liberare la Palestina bensì a reprimere i loro popoli». Con l’aiuto dell’Occidente, si sono susseguite le involuzioni: «In Sudan c’era il più grande partito comunista del mondo arabo e poi sono arrivati i Fratelli musulmani», e in seguito «i paesi arabi hanno tranquillamente accettato la partizione del Sudan» perché «la maggior parte dei paesi arabi sono culturalmente occupati». E’ tempo di ritrovare una identità «al tempo stesso nazionalista, panaraba e internazionalista», contro ogni settarismo, proprio adesso che le forze della distruzione e del neocolonialismo cercano di «trasformare tutto in lotta religiosa» e che « la mano assassina dell’imperialismo, Daesh/Isis» è al centro di giochi perversi: «La Turchia compra il petrolio del califfato e quest’ultimo li usa per acquisire armi dall’Occidente». Direttamente o attraverso attori del Golfo…
 
Già: lo scandalo del commercio delle armi; si pensi al fatto che l’Arabia saudita è la prima acquirente di prodotti militari dall’Italia. Luca Frusone, parlamentare del movimento 5 stelle e membro della commissione difesa della Camera dei deputati, ha parlato di «silenzio e lassismo» nel nostro paese che invece «deve essere conseguente: mettere un segno meno all’export di armi ai sauditi e un segno più al salvataggio di vite umane». Evidente invece è l’abdicazione di sovranità: «L’Italia in nome delle alleanze va contro i propri interessi, si pensi a quanto avvenuto in Libia, e si pensi alle sanzioni alla Russia. L’Italia bada bene a non scontentare mai Usa e Nato, che sono poi la stessa cosa».
 
Il deputato di Hezbollah Nawar El Sahili, ricordando che il terrorismo fondamentalista è il contrario dell’islam, «che non è la religione degli sgozzamenti e della profanazione», ha spiegato: «Le belve feroci create dai servizi segreti per combattere l’Urss ora minacciano tutti, sotto la bandiera di Daesh o di al Qaeda o di Boko Haram. Hezbollah è entrato in guerra contro il terrorismo nel 2013, le nostre stesse frontiere libanesi erano minacciate, siamo andati a combattere in Siria, dove oggi intere aree sono un vivaio del terrorismo takfiri che solo Russia, Iran ed Hezbollah hanno sentito il bisogno di combattere». Oggi tutto il mondo deve unirsi contro Daesh, basta con le divisioni e l’asse dei guadagni. El Sahili ha anche ricordato la guerra in Libano nel 2006, «un complotto, non riuscito, per occupare il paese e accerchiare la Siria», e successivamente l’impegno da parte dei «paesi della prepotenza» a «depistare le primavere arabe facendo crescere il terrorismo oltranzista che oggi sommerge intere regioni del mondo». 
 
Il giornalista e attivista Sergio Cararo ha ricordato l’assurdità di un mondo islamico che pur conta oltre un miliardo di persone, avendo le maggiori riserve di idrocarburi al mondo e ingenti potenziali militari (da sola l’Arabia saudita spende oltre 80 miliardi di dollari l’anno in armi), non ha peso politico, anche perché frammentato in 30 Stati. Del resto, un documento dei neocon statunitensi nel 1992 evidenziava la necessità di evitare che, morta l’Urss, sorgessero potenze capaci di mettere in difficoltà gli Usa. Da lì la continua opera di destabilizzazione, parallela a quella messa in atto nell’Est europeo, ora spezzettato in staterelli. Non è detto che il piano riesca, però; lo stesso ex segretario di Stato Henry Kissinger, il cardinale di decenni di interventi e destabilizzazioni, ha di recente dichiarato che «l’ordine mondiale del dopoguerra è seriamente messo in discussione». Dopo la fase delle cosiddette primavere arabe, anche agevolate dal discorso di Obama al Cairo nel 2009, e rispetto alle quali lo stesso presidente statunitense aveva chiaramente indicato la barra («il loro esito deve essere una evoluzione, non una rivoluzione»), si assiste a uno scenario tutti contro tutti, e nell’area alla divisione fra sunniti e sciiti si è aggiunto uno scontro interno al mondo sunnita. Gli stessi Saud devono fare i conti con i loro competitors.  «In questo scenario, la lotta contro Daesh sembra formalmente un elemento in grado di ricomporre, mettendo insieme Israele, le antiche potenze coloniali, gli Usa, il Qatar, l’Arabia saudita; l’agnello sacrificale sarebbe la destabilizzazione della Siria di Assad. Che ci riescano, non è detto». 
 
Il convegno ha annunciato una manifestazione contro la guerra il 16 gennaio, a 25 anni dalla «Tempesta nel deserto». Tutti sono invitati a mobilitarsi.
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