E sono 50 in 10 giorni. Il boia del regime saudita sulle lavoratrici immigrate

Nel silenzio complice dell'occidente, il regime saudita esprime l’attuale capo dei consulenti della Commissione per i diritti umani dell’Onu

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E sono 50 in 10 giorni. Il boia del regime saudita sulle lavoratrici immigrate

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di Fulvio Scaglione*

E 50. Con la decapitazione di una lavoratrice etiope immigrata, accusata di omicidio, il regime dell’Arabia Saudita ha eseguito, in un silenzio connivente rotto solo dalle organizzazioni missionarie, la cinquantesima condanna a morte in dieci giorni. E’ salita al patibolo una delle tante lavoratrici immigrate, accusata di omicidio. Il che vuol dire che il Paese che esprime l’attuale capo dei consulenti della Commissione per i diritti umani dell’Onu, nonché baluardo della politica occidentale per il Medio Oriente, in questo breve periodo ha mandato a morte più della metà delle persone salite al patibolo in tutto il 2014 (87) e un terzo di tutte quelle uccise nel 2013 (153), che per esecuzioni aveva a sua volta stabilito il record rispetto ai vent’anni precedenti.
 
La frenesia giustizialista del nuovo re Salman e del gran muftì Abdul-Aziz, peraltro imparentati tra loro, sembra priva di freni. Ed è drammaticamente interessante notare su chi si eserciti, oltre che sui prigionieri politici, gli oppositori sciiti e i reali o presunti terroristi. Gli ultimi a salire sul patibolo, infatti, sono stati due immigrati. La donna etiope, Jinat Farid, una domestica, era accusata di aver ucciso a coltellate una donna saudita. Prima di lui, era stato giustiziato un lavoratore immigrato delle filippine, Joselito Lidasan Zapanta, 35 anni, ucciso perché la sua famiglia, nelle Filippine, non è riuscita a raccogliere il milione di dollari che la famiglia dell’ucciso chiedeva per acconsentire alla commutazione in carcere della pena di morte.
 

Lavoratrici e abusi
 
Date la scarsa quantità di informazioni che trapela dal sistema giudiziario saudita, è impossibile giudicare nel merito i due casi. Quel che è certo, però, è che l’Arabia Saudita è un caso unico al mondo per il trattamento inflitto ai lavoratori immigrati, che sono il bersaglio privilegiato del boia.
 
Le più diverse e autorevoli organizzazioni si sono occupate per lungo tempo del problema, che affonda le radici nella struttura della stessa popolazione saudita: il 30% dei quasi 29 milioni di abitanti del Paese è costituito da lavoratori immigrati, che a loro volta costituiscono quasi il 50% della popolazione attiva del Paese. Molti di loro trovano una sistemazione, moltissimi trovano un incubo. E’ pratica diffusa, da parte dei datori di lavoro, di ritirare il passaporto del dipendente per impedirgli di sottrarsi a quella che spesso è una stria di non pagamento del salario, orari da semi schiavitù e maltrattamenti. Nel caso delle lavoratrici, che sono moltissime (secondo Human Rights Watch, nel 2014 c’era un milione e mezzo di donne di servizio straniere nel Paese, delle quali quasi 400 mila originarie dello Sri Lanka), gli abusi raddoppiano: oltre a quelli sul lavoro, anche quelli sessuali.
 
Nel 2004, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro pubblicò un rapporto secondo cui almeno 19 mila lavoratrici quell’anno avevano abbandonato il posto di lavoro o erano fuggite dall’Arabia Saudita denunciando maltrattamenti, abusi e mancato pagamento dei salari. Nel 2007, ancora Human Rights Watch aveva pubblicato un altro rapporto, significativamente intitolato “Arabia Saudita: domestici immigrati uccisi dai datori di lavoro”, in cui venivano raccontati molti casi concreti e si diceva: “I lavoratori domestici in Arabia Saudita sono costantemente sottopagati, costretti a quantità di lavoro eccessive, rinchiusi nel posto di lavoro, soggetti ad abusi verbali, fisici e sessuali”. Sempre in quell’anno, la stessa organizzazione aveva denunciato che nel braccio della morte fossero in attesa di esecuzione 45 lavoratrici domestiche indonesiane: dato noto perché le autorità indonesiano l’avevano fatto trapelare, a differenza di altri Paesi che preferivano tacere e trattare in silenzio per la vita delle condannate.
 
In queste condizioni è del tutto possibile che qualcuno reagisca alle violenze, magari commettendo reati. Ma ancora una volta le statistiche suggeriscono che la pena di morte è usata come uno strumento di controllo sociale e non, anche se in senso perverso, di amministrazione della giustizia. Ci sono almeno 16 capi d’accusa che possono portare al patibolo in Arabia Saudita: vanno dall’omicidio al terrorismo, dallo spaccio di droga al tradimento allo spionaggio, ma comprendono anche l’adulterio, i rapporti omosessuali, l’apostasia, la stregoneria e il furto. Diventa quindi facilissimo, anche per un datore di lavoro che vuole liberarsi di un lavoratore diventato scomodo o portatore di giuste rivendicazioni, inventare e sostenere una qualunque di queste accuse. Davanti al tribunale sarà la sua parola, e quella dei suoi familiari e amici, contro quella di una persona sola, che magari non parla o parla male l’arabo ed è quasi sempre di poca o nulla istruzione. Ecco perché, di solito, più di metà delle persone giustiziate ogni anno in Arabia Saudita sono stranieri, anche se questi sono solo un terzo della popolazione.

*Vicedirettore di Famiglia Cristiana. Pubblichiamo su gentile concessione dell'autore.

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