Gino Strada: non mi unisco al coro, la politica diventa marketing

13 Agosto 2021 21:26 Michelangelo Severgnini

Non mi unisco agli epitaffi e ai panegirici in via di stesura e pronunciamento in queste ore che seguono la morte di Gino Strada.

Non mi riferisco a quelli che i media liberali tributeranno a caldo ad un personaggio discusso, gli “osanna” di rito sollevati per l’occasione, utili a metterne in secondo piano semmai i tratti scomodi.

Mi riferisco a coloro che, riconoscendo in lui un uomo coraggioso, lo trasformeranno ipso facto in un pensatore rivoluzionario.

Gino Strada è stato una persona coraggiosa, una persona con uno spessore umano raro e necessario, una persona giusta, probabilmente. Una persona buona.

Tuttavia lo spirito umanitario della sua azione, portata avanti dall’associazione Emergency da lui fondata, ha forse involontariamente creato le basi per l’assuefazione eurocentrica ai conflitti mondiali.

Mi spiego.

La filosofia di Emergency riprende quella riflessione cominciata all’indomani della Prima guerra mondiale secondo cui, nei conflitti moderni, la maggioranza delle vittime siano i civili e non più i militari.

Paradigma ancora più consolidatosi durante la Seconda guerra mondiale e rimasto una costante nei conflitti del dopoguerra fino ad arrivare ai giorni nostri.

L’azione di un medico coraggioso è stata quella non solo di riconoscere questo stato di cose, ma anche quella di denunciarlo e di mettere a rischio la propria vita per occuparsi delle vittime di quei conflitti. Lì, sul campo.

Questa è la testimonianza tremenda che ci lascia, un patrimonio morale imperituro.

PRIMA DI ESSERE VITTIME

Tuttavia l’analisi del reale non può esaurirsi lì, a ciò che vedono gli occhi di un medico.

Ho sperimentato sulla mia pelle quanto fosse e sia difficile orientare il mondo di Gino Strada (i tanti suoi sostenitori attivi e passivi) al di fuori di questa formula dei civili vittime dei conflitti.

Non che sia sbagliata, è che non è tutto. E’ una fotografia scattata a cose fatte. E le lascia immutabili.

Compito di un medico non è quello di prevedere i conflitti, neanche quello di farli terminare. Il suo compito è umanitario.

Non è servito a niente quando nel 2006 cercavo di spiegare a questo mondo che le vittime dei conflitti, prima di essere state vittime, erano potenziali protagonisti della loro storia.

Una volta che sono vittime hanno già perso. Hanno diritto ad attenzioni umanitarie, non al ripristino della loro sovranità.

All’epoca lavoravo al film “Isti’mariyah - controvento tra Napoli e Baghdad”, un progetto che fu finanziato da PeaceReporter, un’agenzia legata ad Emergency e che accoglieva al suo interno esattamente quello mondo di Gino Strada.

E non fu possibile lavorare con loro ad un approccio ai conflitti che prevedesse un’altra dimensione per i nostri interlocutori al di fuori del mondo occidentale: erano sempre e comunque delle vittime.

La vittima non parla, si contorce per il dolore, per la sofferenza. Così altri parleranno in suo nome.

Quando invece è ancora protagonista della sua storia, quando ha ancora la possibilità di usare il suo pensiero e la sua parola per interagire con quello che gli sta accadendo, è un soggetto non interessante per un medico. Perché sta bene in salute.

Provai a spiegare loro che in quegli anni erano i Siriani a dover parlare, più degli Iracheni. Perché sarebbero stati loro le prossime vittime. Ma in quella fase erano ancora protagonisti e sovrani del loro pensiero.

Niente, questa dimensione non interessava.

Quando pochi anni dopo la Siria viene trascinata davvero nel conflitto, i Siriani divengono interessanti, perché diventano vittime. Ma di ciò di cui parlavano loro negli anni precedenti a chi interessa? Per fortuna, benché mancando di una promozione, quel progetto venne comunque portato a termine e il film venne pubblicato. Almeno per questa volta è stato possibile far parlare i protagonisti un attimo prima che fossero vittime.

GLI SCHIAVI IN LIBIA PER EMERGENCY NON HANNO PAROLA

Lo stesso vale per quanto riguarda l’argomento con cui da 3 anni occupo i miei sforzi: la Libia e i cosiddetti “migranti”.

Che i “migranti-schiavi” in Libia parlino prima di essere in mare non interessa a nessun, tanto meno ad Emergency. Loro entrano in gioco quando questi sventurati si ritrovano ormai con l’acqua alla gola.

Il problema è schiacciato alla prospettiva umanitaria del salvataggio, alla pura carità spacciata per solidarietà. Una prospettiva determinata surrettiziamente per mettere la realtà in linea con le aspettative dell’azione. Il che, come si capisce, ribalta la realtà. Non è il fenomeno a motivare l’azione di Emergency, ma è l’azione di Emergency che determina i pretesti per auto-giustificarsi.

Che la maggioranza dei “migranti-schiavi” in Libia chiedano di tornare a casa non solo non è materia di interesse per Emergency, ma è materiale scottante da tenere sotto silenzio. Si vanificherebbe la santità dei propri sforzi.

Che il problema della Libia sono le milizie di Tripoli, strumento per il saccheggio del petrolio libico, le quali al contempo gestiscono il traffico di esseri umani, in combutta con le mafie africane, che adescano migliaia di giovani africani con il pretesto dell’Europa perché vadano in Libia per essere trasformati in schiavi e restino lì a produrre reddito per le milizie stesse, a Emergency non interessa.

Il loro “target”, emerso da un piano strategico aziendale, prende il post dell’analisi della realtà.

In questo senso Emergency ha mandato in confusione milioni di persone soprattutto in Italia.

Ha trasformato i nostri fratelli e sorelle in giro per il mondo in soggetti degni di nota solo quando sono vittime. Li ha trasformati in soggetti non-pensanti, testimonial di una promozione di mercato, proiettili verso la nostra coscienza.

Ha partecipato pertanto all’intossicazione eurocentrica che ci impedisce di ascoltare gli altri quando sono ancora protagonisti della loro storia, quando ancora hanno un margine di scelta, quando ancora hanno qualcosa da difendere oltre alla loro vita, quando ancora sono qualcuno, quando ancora sono esseri umani.

E allora uno “migrante” africano in Libia non ha diritto di parola se sta con i piedi a terra. E’ un invisibile, un muto. Perché non è lui che deve essere padrone del suo destino.

Acquisisce diritto di parola solo quando si convince a gettarsi in mare e sta ormai con l’acqua alla gola. L’unica cosa che può dire in quel momento è “salvami”. E la si fa passare per l’unica cosa che hanno da dire.

Questo è un processo di de-politicizzazione dell’altro. Ed è un processo mentale molto simile al colonialismo, perché presume soluzioni per le nostre vittime in un paternalismo fratricida.

Gino Strada ha fatto anche questo. Ha sdoganato questo pensiero.

Oggi sono triste per la morte di un uomo che ha fatto molto per gli altri.

Sono triste per la morte di un medico che è stato esempio di moralità.

Ma il pensiero che ha promosso è stato un limite alla riflessione di tutti ed è oggi strumento di ingiustizia.

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