di Giuseppe Giannini
L’annuncio della tregua energetica tra Russia ed Ucraina fatto da Trump ha scombussolato i piani dei guerrafondai europei. Fidarsi del presidente americano non è facile, viste le continue giravolte. E’ capace di tutto. Ripetutamente ha smentito se stesso riguardo alle intese per porre fine a quel conflitto. Lo stesso vale anche per l’Iran, ma lì vi è un altro tipo di pressione, proveniente dalla realtà sionista che, così come condiziona la politica statunitense, oggi, ha compiuto un ulteriore salto anche all’interno dell’Europa. Ingerenze, controlli in nome della cybersicurezza, il Mossad, i militari, e semplici cittadini israeliani che si sentono padroni del mondo. Così l’Europa politica, persa nella guerra per procura degli USA/NATO e impelegata anche sulla questione antisemitismo, pare avviarsi sulla strada del tramonto.
Se fino ad oggi potevamo parlare di irrilevanza, quanto alla sua politica estera, adesso, dopo scelte sconsiderate - voler continuare la guerra a tutti i costi - e con economie, in specie i rifornimenti di gas e petrolio, dipendenti dall’estero, sembrano, almeno nell’immediato, non esservi vie di uscita. D’altro canto, non è che ci fosse bisogno di qualche indovino, era risaputo fin dall’inizio che ciò avrebbe comportato la sudditanza verso gli USA e la dipendenza energetica da Paesi altri, chiudendo gli occhi sui regimi e i diritti umani (vedi l’Egitto). I governi americani, democratici o repubblicani cambia poco, come è nella loro tradizione mirano, unicamente, a dominare il pianeta. Il MAGA trumpiano ribadisce il concetto.
A discapito degli altri popoli (Venezuela, Iran, Cuba, ma anche la Groenlandia e gli europei, appunto) e dei suoi stessi cittadini, vittime del suprematismo, di una società interna sempre più preda della psicosi collettiva, dove le armi sostituiscono la ragione, e dove il tecnofascismo è un dato di fatto. Trump, cerca di tutelare gli interessi corporativi dei suoi amici: i giganti dell’high-tech che, da Peter Thiel a Elon Musk, sono tra i fautori del post-umanesimo. Della transizione, anche in altri mondi, verso una realtà dove la selezione viene operata dal darwinismo sociale, per il quale, chi non si allinea viene fatto fuori e relegato in luoghi di contenzione predisposti per lo scopo (migranti, working poor, organizzazioni antifasciste). E per assicurare il potere di questa élite la questione energetica diventa fondamentale, perché i big data e tutte le recenti innovazioni legate all’intelligenza artificiale consumano un quantitativo enorme di risorse.
Delle conseguenze ambientali - inquinamento, desertificazione dei luoghi e conseguenti indotte migrazioni, fenomeni meteorologici estremi - poco importa, per chi è riconosciuto come negazionista climatico, e che molti proseliti fa in Europa tra i sostenitori del nuovo nucleare, le cui tecnologie non saranno disponibili prima di qualche decennio. In tanti, depauperati dalla scelleratezza di Ursula von der Leyen & co., se la prendono con le politiche green, senza rendersi conto che, a causa del conflitto ucraino sono state riviste.
La riconversione alle fonti fossili, addirittura il ritorno del carbone, c’ha fatto tornare indietro di parecchi decenni, mettendo a rischio la tenuta ambientale, economica e sociale. Quindi, per fare il gioco degli americani portiamo avanti una pericolosa guerra, senza preoccuparci delle conseguenze. Tutti coloro che quattro anni fa sollevavano criticità, evidenziando come lo sconfinamento ad Est e le promesse all’Ucraina di entrare a far parte del circolo occidentale UE/NATO, cercando di ridimensionare l’influenza russa nell’area, si sarebbe tradotta nella dipendenza dal gas e dalle armi americane, sono stati definiti putiniani. Adesso, anche il mondo liberal, sembra far finta di notare che i costi umani, sociali ed economici sono enormi. Se lo scopo degli USA è quello di contrastare, in tutte le sedi, la potenza della Cina, che pure, a differenza loro, ribadisce la necessità del multilateralismo, e dopo aver appurato che, militarmente è impossibile fronteggiare la Russia, a meno che non si voglia una guerra nucleare, allora bisogna sacrificare qualcuno: l’Europa, e non semplicemente la UE.
Perché le ripercussioni riguarderanno la ridefinizione delle future alleanze tra Stati sempre più isolati e dipendenti dal mercato di guerra (commerciale e militare). Nei Paesi interessati dagli scontri armati sono migliaia le vittime, e i civili vivono nel terrore. Il Vecchio Continente è preda del caos interessato tra aggressioni geopolitiche (far fuori l’Europa e parlare direttamente tra grandi potenze) e il ritorno dei nazionalismi. Le responsabilità chiamano in causa tanto la Commissione europea quanto l’arrivismo politico di partiti trasversali, che per un po' di delega di potere stanno sacrificando il futuro dei loro popoli. E’ ancora possibile salvarci? Se tutto è stato programmato da tempo, cercando solo il momento adatto per intervenire militarmente, ciò non impedisce di provare altre soluzioni. Ad esempio dire di no alla NATO, e cercare il dialogo e soluzioni negoziali in autonomia dagli Stati Uniti. E’ una questione di coscienza, morale, civile e di classe. Dubito che le leadership europee ne siano capaci.
di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad Alla Mostra del Cinema di Venezia una sala si è alzata in piedi e ha applaudito per venticinque minuti. È l'ovazione più lunga...
di Ahmed Bashir Al-Aila* Quando è stato annunciato che il volo Flydubai FZ1073 aveva subito una brusca perdita di quota sopra i cieli di Tabuk, ho seguito la notizia da esperto di fisica,...
di Alessandro Bartoloni Dopo la visita del direttore della CIA John Ratcliffe a Mosca a metà agosto sui media italiani si sono moltiplicate le speculazioni su ciò che intendesse discutere...
«Queste dichiarazioni sono la prova diretta della politica statunitense di dispiegare armi nello spazio e di utilizzarle in operazioni di combattimento per assicurarne il dominio e la superiorità»....
Copyright L'Antidiplomatico 2015 all rights reserved
L'AntiDiplomatico è una testata registrata in data 08/09/2015 presso il Tribunale civile di Roma al n° 162/2015 del registro di stampa