Il referendum in Svizzera che spaventa i guerrafondai dell'asse NATO-UE

27 Agosto 2026 15:00 Sara Reginella

di Sara Reginella

Il prossimo 27 settembre gli svizzeri voteranno sul futuro della loro neutralità, un voto importante poiché, per tutti coloro che si oppongono alle politiche di guerra, la neutralità svizzera ha un valore che va oltre i suoi stessi confini.

La votazione riguarda l'iniziativa popolare «Salvaguardia della neutralità svizzera», che chiede di iscrivere nella Costituzione federale una forma di neutralità permanente più rigida di quella attuale.

Secondo i promotori dell’iniziativa, infatti, l'odierna politica elvetica si è già allontanata dalla neutralità tradizionale, soprattutto imponendo sanzioni e aumentando la propria cooperazione con la NATO.

Ma quando la Svizzera ha cooperato con la NATO e applicato sanzioni?

La Svizzera, oltre ad aver adottato numerose sanzioni dell'UE contro la Russia e sanzioni contro Paesi come Nicaragua e Venezuela, ha autorizzato nel 2024 l'apertura a Ginevra di un Ufficio di collegamento della NATO.

Parallelamente, ha intensificato la cooperazione militare internazionale, partecipando all'European Sky Shield Initiative e a progetti PESCO dell'Unione Europea.

È anche entrata nello Science & Technology Enhanced Partnership della NATO, partecipando a progetti di ricerca mentre, già nel 1995, forniva supporto logistico durante la crisi nei Balcani, consentendo il passaggio alle forze NATO attraverso il proprio spazio aereo, la rete stradale e ferroviaria.

Le forze armate svizzere aderiscono inoltre ad attività di formazione e addestramento militare nel quadro del cosiddetto Partenariato per la Pace.

In questo contesto, i sostenitori del SÌ ritengono che una tale evoluzione rischi di trasformare progressivamente la Svizzera in un paese sempre più integrato nel sistema di sicurezza occidentale.

Per evitare ciò, si battono contro il sempre maggiore allineamento militare con la NATO, contro l’uso indiscriminato delle sanzioni e per una maggiore credibilità del paese come neutrale e mediatore nei conflitti. Dunque la Svizzera non potrebbe aderire ad alcuna alleanza militare o di difesa, salvo in caso di attacco diretto contro il Paese.

I sostenitori del NO replicano invece che neutralità e cooperazione internazionale possono coesistere. In tal senso, non è necessario irrigidire la Costituzione perché una neutralità inflessibile limiterebbe la politica estera, isolerebbe il paese e renderebbe impossibile cooperare militarmente con altri Paesi, anche per rafforzare la propria capacità di difesa, pur senza entrare nella NATO.

Dunque, come avverrà la scelta?

Tra i sostenitori del SÌ c'è anche il Partito Comunista - Svizzera, che insieme al Comitato pacifista e internazionalista per la neutralità difende una concezione della neutralità come strumento di sovranità e di pace.

Tra chi invece supporta il NO, c’è anche chi come Cyril Aellen dei Liberali Radicali afferma che: “Quando si verificherà un’emergenza, sarà giù troppo tardi per costruire la capacità di difesa”.

Ma la Svizzera chi dovrebbe temere e da chi dovrebbe difendersi?

La storia recente ci insegna quanto facilmente una presunta minaccia militare possa essere utilizzata per giustificare un'azione bellica.

È successo in Iraq, nel 2003 con le fantomatiche armi di distruzione di massa che non furono mai trovate. O in Iran, nel 2025 e poi nel 2026, quando prima Israele e poi gli Stati Uniti hanno bombardato il paese sostenendo di dover impedire a Teheran di sviluppare un'arma nucleare, nonostante l'AIEA abbia ribadito di non aver mai trovato prove di un programma strutturato per costruire una bomba atomica in Iran.

Anche la guerra in Ucraina è stata “venduta”, prima rimuovendo dalla narrazione otto anni di conflitto nel Donbass, poi alimentando la paura del “mostro russo”.

Ma se sostituiamo una minaccia raccontata dai media con una tragedia concreta, possiamo guardare agli effetti del coinvolgimento europeo in una guerra come quella d’Ucraina, ad esempio.

Il risultato?

Non una soluzione diplomatica del conflitto, ma centinaia di migliaia di morti, distruzione e pesanti conseguenze economiche anche per l'Europa.

Le sanzioni e l’interruzione delle forniture di gas russo hanno infatti contribuito a far aumentare i prezzi dell'energia e dei trasporti, facendo salire i costi di produzione industriale, i prezzi al consumo, l'inflazione e riducendo il potere d'acquisto.

L'aumento simultaneo di energia, carburanti e generi alimentari ha ridotto il reddito reale delle famiglie. L'effetto è stato particolarmente pesante per i nuclei a basso reddito, per i quali energia e alimentazione rappresentano la quota maggiore della spesa.

Dunque, il 27 settembre occorrerebbe dire sì alla diplomazia, sì a una reale neutralità.

Perché in Svizzera si vota, ma in Unione Europea, dove oltre 6 miliardi di Euro sono stati appena approvati per nuovi armamenti all’Ucraina, la percezione è che la guerra ci sia già.

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