Quello che è stato venduto al mondo come un accordo storico tra Washington e Caracas ha i contorni di una rapina a mano armata, consumata non con le pistole ma con la penna e il ricatto geopolitico. Donald Trump ha annunciato in prima persona, con il tono trionfale e spavaldo che gli è abituale su Truth Social, che gli Stati Uniti hanno ottenuto il controllo maggioritario su oltre 65 miliardi di barili di riserve accertate di petrolio in Venezuela. Diciassette giacimenti strategici sparsi tra la Fascia dell'Orinoco e il Lago di Maracaibo, il cuore pulsante dell'industria petrolifera venezuelana, passano di fatto sotto la gestione delle compagnie USA. Per un paese che fino a pochi mesi fa era strangolato da un apparato di sanzioni senza precedenti, la mossa ha il sapore amaro della resa incondizionata.
La presidente incaricata Delcy Rodríguez ha confermato l'intesa con un comunicato che parlava di investimenti per oltre 100 miliardi di dollari e di tributi per 209 miliardi destinati alle casse dello Stato. Numeri che, letti in fretta, possono impressionare. Ma basta fermarsi un istante e fare una divisione elementare per capire che qualcosa non torna. Duecentonove miliardi diviso 65 miliardi di barili fa 3 dollari e 22 centesimi per barile. È questa la cifra che il Venezuela incasserebbe su ogni barile estratto dal proprio sottosuolo.
Venezuela anuncia un histórico acuerdo con el Gobierno de los Estados Unidos, que tendrá un impacto significativo en el renacimiento de nuestra nación. pic.twitter.com/aIogqZOVA4
— Delcy Rodríguez (@delcyrodriguezv) August 29, 2026
Il portale di inchiesta La Tabla ha smontato l'operazione con una freddezza che lascia poco spazio alle interpretazioni. Prima della riforma della Legge Organica sugli Idrocarburi approvata nel gennaio 2026, lo Stato venezuelano incassava attraverso royalties e imposte almeno 25 dollari per barile, e nei calcoli più generosi si arrivava a superare i 44. Con il nuovo regime fiscale entrato in vigore ad aprile, che prevede royalties al 30 per cento e un Imposto Integrato sugli Idrocarburi del 15 per cento, le entrate potrebbe teoricamente arrivare fino a 37 dollari e 35 centesimi per ogni barile, considerando il prezzo del greggio WTI attorno agli 83 dollari di fine agosto. L'accordo con Trump consegna invece al Venezuela meno del nove per cento di quanto la sua stessa legislazione vigente gli garantirebbe.
La portata della svendita diventa ancora più vertiginosa se si allarga lo sguardo all'intero arco temporale dello sfruttamento. Quei 209 miliardi di tributi, spalmati su un orizzonte di estrazione che potrebbe durare un secolo, si riducono a una media annua di poco più di due miliardi di dollari. Se Caracas applicasse il regime fiscale attualmente in vigore ai 65 miliardi di barili oggetto dell'intesa, la raccolta complessiva sfiorerebbe i 2.400 miliardi, vale a dire oltre undici volte quanto previsto dal contratto. La differenza, circa 2.200 miliardi di dollari, è denaro che il Venezuela cede volontariamente, o almeno così viene presentato, alle corporation statunitensi.
Trump non ha fatto mistero delle sue intenzioni. Ha dichiarato che con questa operazione il suo paese più che raddoppia le proprie riserve petrolifere, che oggi si aggirano attorno ai 46 miliardi di barili secondo l'Agenzia per l'Informazione Energetica. In realtà le riserve restano fisicamente in territorio venezuelano, e la Costituzione di Caracas riserva allo Stato le attività centrali dell'industria petrolifera, ma il controllo operativo maggioritario passa alle imprese USA. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato di 100 miliardi di investimenti privati, mentre il segretario della Guerra Peter Hegseth ha partecipato direttamente ai negoziati, dettaglio che la dice lunga sulla natura della trattativa.
Per comprendere come si sia arrivati a questo punto bisogna tornare al 3 gennaio scorso, quando le forze armate statunitensi hanno lanciato un'aggressione militare contro il Venezuela culminata nel rapimento di Nicolás Maduro, trasferito in un carcere di New York. Da quel momento la nuova amministrazione di Caracas, guidata da Delcy Rodríguez, ha progressivamente smantellato le barriere che proteggevano la sovranità energetica del paese. La riforma della legge sugli idrocarburi di gennaio, che ha aperto la porta alla partecipazione maggioritaria del capitale privato straniero, era già di per sé una concessione significativa. Ma questo accordo va ben oltre qualsiasi scenario previsto dalla stessa riforma, tanto che gli analisti di La Tabla si chiedono se il modello di affitto dei giacimenti prospettato da Washington sia addirittura compatibile con la legislazione venezuelana.
Il confronto con il passato è impietoso. Nel 2010, sotto Hugo Chávez, Petróleos de Venezuela firmò i contratti per lo sviluppo del blocco Carabobo nella Faja dell'Orinoco con colossi come Chevron, Repsol e la indiana ONGC. Si trattava di 50 miliardi di barili di greggio extra-pesante con investimenti per 40 miliardi di dollari, eppure lo Stato manteneva il controllo azionario e una partecipazione fiscale incomparabilmente superiore a quella odierna. Oggi, con un volume di riserve superiore e investimenti nominalmente più alti, il Venezuela rinuncia a quasi tutto.
Delcy Rodríguez ha descritto l'accordo come il frutto del rafforzamento delle relazioni bilaterali, e Trump le ha fatto eco con entusiasmo. Ma la retorica dell'amicizia e della cooperazione fatica a reggere di fronte ai numeri. Il Venezuela possiede le maggiori riserve accertate di petrolio al mondo, oltre 303 miliardi di barili secondo i dati storici dell'Opec. Con questo accordo, Washington ottiene il controllo operativo su più del 21 per cento di quel tesoro geologico, a un prezzo che farebbe impallidire qualsiasi compagnia mineraria coloniale del diciannovesimo secolo.
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