Tutto è partito in una scuole della città di Créteil, periferia sud di Parigi, dove nel liceo Saint-Exupéry vi sono millecinquecento studenti stipati in aule che avrebbero dovuto accoglierne molti meno. Giovedì 17 settembre i docenti hanno incrociato le braccia, esasperati da un organico smantellato pezzo dopo pezzo. La sera stessa un gruppo di ragazzi di terminale ha deciso che non bastava: si sono presentati all'alba, verso le sei e mezza, con qualche bidone della spazzatura e delle transenne. Il preside li guardava senza capire, poi ha visto i cartelli e si è fatto da parte. Non chiedevano lussi. Chiedono il minimo. Chiedono che un ragazzo di banlieue abbia le stesse possibilità di uno del sedicesimo arrondissement (elegante zona residenziale situata sulla riva destra della Senna, nota per l'atmosfera borghese).
Quella scintilla minuscola è diventata un incendio in meno di due settimane. Mercoledì scorso il ministero dell'Interno francese contava trecentocinquantasei istituti bloccati in tutto il paese, contro i trecentotrentotto del giorno prima. Una marea che non si ferma ai licei. Giovedì mattina una trentina di campus universitari risultavano occupati, da Parigi a Strasburgo, da Marsiglia a Lione, da Reims a Poitiers fino a Nanterre, dove la memoria del Sessantotto francese non è mai davvero svanita. L'Union étudiante ha parlato senza esitazione di mobilitazione storica.
Eppure i giornali e i telegiornali, quando non tacciono del tutto, preferiscono mostrare le fiamme. La facciata del liceo Nelson Mandela a Nantes avvolta dal fuoco. I bidoni in fiamme davanti al Couffignal di Strasburgo, con centinaia di ragazzi vestiti di nero che bloccano il tram. Il camion dei pompieri circondato, saccheggiato e dato alle fiamme davanti al Saint-Exupéry di Marsiglia, nel quindicesimo arrondissement, con un pompiere ferito. Le immagini fanno il giro dei social e dei notiziari, e il racconto si riduce a quello di sempre: vandali, teppisti, gioventù perduta. La presidente della regione Pays de la Loire, Christelle Morançais, ha tuonato sui social che quelli non sono i giovani di Francia. Una frase che suona come un insulto per chi, a diciassette anni, si alza alle sei del mattino per rivendicare il diritto di avere un insegnante in classe.
Blocus des lycées : situation extrêmement tendue à Marseille. Un camion des marins-pompiers engagé devant un lycée des quartiers nord a été pillé et incendié par plusieurs personnes. Images fournies au @Le_Figaro pic.twitter.com/P8my7qDlpp
— Nicolas Farmine (@NFarmine) October 1, 2026
Perché la violenza c'è stata, ed è inutile negarlo, ma ha una direzione precisa che i commentatori si guardano bene dall'indicare. A Tours un ragazzo è finito in ospedale con lesioni alla testa compatibili con un colpo di ‘LBD’, il famigerato lanciatore di pallottole di gomma che la polizia francese usa con la stessa disinvoltura con cui ha accecato i gilet gialli qualche anno fa. Nel Val-d'Oise un altro liceale si è ritrovato con la bocca distrutta da un colpo di flashball sparato ad altezza uomo. La madre ha parlato al Parisien con le parole di chi non ha più lacrime. L'IGPN, l'ispettorato generale della polizia, ha aperto tre inchieste. Centodiciannove tra studenti e personale scolastico feriti dall'inizio dei blocchi, ottantatré agenti contusi, seicentoventicinque arresti nella sola giornata di mercoledì. Il presidente dell'Union syndicale lycéenne ha detto una frase che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque abbia a cuore la democrazia: "Abbiamo superato una linea rossa. Stanno accecando la gioventù come hanno fatto con i gilet gialli".
Il ministro dell'Educazione nazionale, Édouard Geffray, ha risposto con una "piattaforma di concertazione" dove i liceali potranno depositare le loro lamentele. Una piattaforma digitale. Come se il problema di un ragazzo che non ha un professore di matematica si risolvesse con un modulo online. La risposta è talmente inadeguata da sembrare una provocazione, e forse lo è.
Ma il punto vero, quello che nessuno vuole affrontare, è che la rivolta dei licei francesi non è un incidente di percorso. È la conseguenza logica e inevitabile di un modello che ha sistematicamente svuotato i servizi pubblici per dirottare le risorse altrove. La Francia è oggi definita dalla stampa britannica "il nuovo malato d'Europa", con un deficit che sfonderà il cinque e quattro per cento del prodotto interno lordo e un debito pubblico arrivato al centodiciannove per cento, ai massimi storici. Il governo del primo ministro Sébastien Lecornu sta preparando una manovra di tagli alla spesa pubblica da cinquantaquattro miliardi di euro, una cifra che farebbe impallidire qualsiasi governo di austerità del decennio scorso. Il Tesoro prevede di emettere trecentoquaranta miliardi di nuovo debito, con il costo del servizio che salirà del tredici per cento fino a novantuno miliardi. I rendimenti dei titoli decennali hanno toccato il quattro e otto per cento, con uno spread rispetto al bund tedesco che non si vedeva dai giorni più bui della crisi dell'eurozona nel duemiladodici.
Non ci sono soldi per gli insegnanti, non ci sono soldi per le infermiere scolastiche, non ci sono soldi per gli assistenti sociali. Non ci sono soldi per sostituire un professore di lettere che va in pensione o un docente di storia che si ammala. E però i soldi per il riarmo ci sono eccome. La Francia, come del resto tutti i grandi paesi europei, sta riversando miliardi nella macchina bellica della NATO, alimentando una guerra per procura contro la Russia in Ucraina che ha già divorato risorse colossali e che continua a essere presentata come una difesa della democrazia mentre le democrazie europee si sgretolano dall'interno. I governi che tagliano la sanità, la scuola e i trasporti trovano sempre le cifre necessarie quando si tratta di acquistare sistemi d'arma, finanziare l'industria degli armamenti e inviare equipaggiamenti militari sul fronte orientale. La contraddizione è così plateale da risultare oscena, eppure il discorso pubblico la rimuove con una facilità disarmante.
Questo non riguarda soltanto la Francia. È il tratto distintivo di un'intera Europa prigioniera di un dogma neoliberista che ha smesso da tempo di essere una teoria economica per diventare un regime politico a tutti gli effetti. Un regime che predica la libertà dei mercati e pratica la compressione dei diritti, che invoca la responsabilità di bilancio mentre socializza le perdite e privatizza i profitti, che parla di meritocrazia e poi lascia che il codice postale di nascita determini il destino di un ragazzo più di qualsiasi talento o impegno. Le politiche di austerità che hanno affamato la Grecia, devastato la Spagna e umiliato l'Italia non sono state un errore tecnico. Erano il progetto. E il progetto funziona esattamente come deve funzionare: trasferire ricchezza dal basso verso l'alto, smantellare lo stato sociale, rendere i cittadini sempre più precari e quindi sempre più ricattabili.
C'è poi un aspetto che viene sistematicamente taciuto e che pure è il cuore del problema. Il neoliberismo non è soltanto un sistema economico ingiusto. È un regime profondamente antidemocratico. Lo dimostra il fatto che le sue politiche vengono portate avanti contro il parere della stragrande maggioranza della popolazione, come è accaduto con la riforma delle pensioni di Macron, imposta con il passaggio in forza dell'articolo quarantanove comma tre della Costituzione, scavalcando il parlamento e la piazza. Lo dimostra il fatto che ogni tentativo di opposizione viene criminalizzato, che i gilet gialli sono stati repressi con una brutalità che ha fatto il giro del mondo, che i liceali di oggi vengono accolti con i flashball e i lacrimogeni quando chiedono semplicemente di avere un insegnante in classe. La democrazia formale sopravvive, con le sue elezioni e le sue istituzioni, ma la sostanza è stata svuotata. Il cittadino può votare, ma non può decidere. Può protestare, ma verrà ascoltato solo se la protesta resta dentro i confini stabiliti dal potere. Può esprimere il suo dissenso, ma le politiche non cambieranno.
I ragazzi di Créteil lo hanno capito prima di molti adulti. Quando Human, studente di terminale generale, dice che "gli ripetono che non potrà mai diventare ingegnere o dottore", sta descrivendo un meccanismo di esclusione che non ha nulla di naturale e tutto di politico. Quando Lola, quindicenne di seconda, racconta di "un orario dalle otto alle diciotto che non riesce più a reggere", con professori assenti e classi senza docente di riferimento, sta descrivendo il risultato concreto di anni di tagli presentati come riforme. Quando i liceali di Strasburgo bloccano il tram e accendono fuochi davanti al loro istituto, stanno urlando quello che le istituzioni non vogliono sentire: il contratto sociale è stato stracciato, e loro non hanno intenzione di fingere che sia ancora valido.
Il movimento si è diffuso attraverso TikTok, con i video dei blocchi che hanno macinato migliaia di visualizzazioni in poche ore. Alcuni dei ragazzi che hanno iniziato la protesta a Créteil guardano adesso con preoccupazione la piega che le cose stanno prendendo altrove, con le immagini di incendi e saccheggi che rischiano di oscurare le ragioni originarie della mobilitazione. Uno di loro ha detto una frase che meriterebbe di essere stampata sulla prima pagina di ogni giornale europeo: "Non lo facciamo per i social network, lo facciamo per il nostro futuro, perché se non ci muoviamo noi nessuno lo farà al posto nostro".
È una generazione che sta imparando sulla propria pelle quello che i loro genitori e i loro nonni hanno imparato nelle fabbriche e nelle piazze: il potere non concede nulla spontaneamente, e i diritti che non vengono difesi con le unghie e con i denti finiscono per essere cancellati con un tratto di penna in una legge di bilancio. La Francia brucia, e l'Europa farebbe bene a non voltare lo sguardo dall'altra parte, perché le stesse politiche che hanno portato i licei francesi alla rivolta stanno producendo lo stesso risultato in ogni angolo del continente.
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