Il discorso sullo Stato dell'Unione di Biden: un proclama patetico e inquietante

09 Marzo 2024 16:00 Piccole Note


PICCOLE NOTE

Il discorso sullo Stato dell’Unione di Biden aveva un obiettivo primario: rintuzzare le manovre interne del suo partito per cambiare candidato alle presidenziali. Su questa querelle Biden segna un punto a suo favore, anche se non finirà qui.

Di interesse notare che la dismissione della Nuland è avvenuta a pochi giorni dall’intervento, un segnale forte anche in tal senso, dal momento che a cercare di spodestarlo sono i falchi che vorrebbero un impegno ancora più aggressivo in politica estera (sic).

Biden, o l’autoesaltazione dell’imperatore

Per quanto riguarda la politica interna, Biden si è auto-incensato in maniera alquanto stucchevole. Di interesse annotare che ha voluto apparire ultra-progressista, con un afflato patetico verso i poveri e la classe media.

Un passaggio significativo: “In America ci sono 1.000 miliardari. Sapete qual è l’aliquota fiscale federale media per questi miliardari? L’8,2%! È molto meno di quanto paga la stragrande maggioranza degli americani. Nessun miliardario dovrebbe pagare un’aliquota fiscale inferiore a quella di un insegnante, di un addetto alla nettezza urbana o di un’infermiera!”. En passant si può registrare che è proprio tale élite, che ha in mano media, economia, e finanza, che lo ha voluto e conservato al potere…

Non poteva mancare l’afflato verso i discriminati e le minoranze e in favore dell’integrazione di cui gli Stati Uniti sarebbero faro globale. Sul punto ci permettiamo un’annotazione ironica: quando ha affermato che gli Usa sono la “casa dei nativi americani” si è dimenticato di accennare al genocidio degli stessi. Tant’è.

Ma quel che più interessa del discorso è la parte sulla politica estera. E qui le cose si fanno tragiche. Tre i focus, ovviamente, cioè Russia, tema iniziale del discorso, da cui la priorità assoluta, il conflitto israelo-palestinese e la Cina.

Il nazismo russo e quello dei trumpiani

Questo l’inizio del suo intervento: “Nel gennaio del 1941, il Presidente Franklin Roosevelt venne in quest’aula per parlare alla nazione e disse: “Mi rivolgo a voi in un momento senza precedenti nella storia dell’Unione“. Hitler era in marcia. La guerra infuriava in Europa… […] La libertà e la democrazia erano sotto attacco nel mondo. Stasera mi presento in questa stessa aula per parlare alla nazione”.

Insomma, Putin come novello Hitler, come spiega successivamente: “La Russia di Putin è in marcia, avendo invaso l’Ucraina e seminando il caos in tutta Europa e oltre” (l’Universo?). La propaganda, pur inevitabile in politica, dovrebbe avere un limite, se non nell’ambito della follia, almeno in quello dell’ironia. Perché senza freni e limiti si finisce nella terza guerra mondiale.

Non pago, Biden ha reiterato il parallelo, proclamando che siamo “nell’ora più buia”, con la celebre frase di Winston Churchill usata per collegare il pericolo dei nazisti russi a quello dei nazisti interni, cioè i repubblicani che fanno riferimento a Trump, criminalizzando così metà del Paese.

E dire che la polarizzazione degli Stati Uniti viene ascritta al Tycoon. Inutile dire che, brandendo il pericolo dei nazisti russi, Biden ha sollecitato la consegna di nuovi finanziamenti a Kiev, bloccati dai repubblicani, cioè la prosecuzione a oltranza della guerra ucraina.

Per quanto riguarda la Cina, ha proclamato che l’America ha ancora la primazia economica globale e che non vuole una guerra con essa, ribadendo, però, che proseguirà la sua lotta per la libertà di navigazione dello Stretto di Taiwan, linea rossa per Pechino e idea eversiva dal punto di vista del diritto internazionale: se Taiwan non è indipendente, come ad oggi non è, le acque dello Stretto sono parte della Cina.

Specchietti e perline ai palestinesi

Sul conflitto israelo-palestinese l’ipocrisia arriva al parossismo. Dolore per l’orrore del 7 ottobre strazio per le vittime innocenti di Gaza. E ci sta.

Nulla ha però detto della Cisgiordania, dove pure non c’è Hamas e dall’inizio della guerra si è instaurato un regime di terrore, con circa 400 palestinesi uccisi, oltre 7mila imprigionati. Certo, anche qui ci sono attentati, spesso frutto di reazioni incontrollate, ma la repressione generalizzata è, al solito, sproporzionata.

Peraltro, proprio in questi giorni c’è stato il via libera alla costruzione di oltre 3mila nuovi edifici in territorio palestinese, che nulla c’entra con la guerra contro Hamas, o forse sì. Arduo sostenere la necessità dei due Stati, come ha fatto Biden, se si resta silenti su queste reiterate violazioni.

Quanto allo strazio per le condizioni dei palestinesi di Gaza, corre in parallelo con la spedizione di bombe a Tel Aviv: di due giorni fa la notizia che l’amministrazione Biden ha inviato oltre 100 carichi di bombe in via clandestina, eludendo, con un escamotage, il controllo del Congresso (Washington Post).

Ma la parte più tragica è stata quando ha affermato: “Stiamo lavorando senza sosta per stabilire un cessate il fuoco immediato che duri almeno sei settimane” e porti alla liberazione degli ostaggi. Hamas è ferma sul fatto che libererà gli ostaggi solo in cambio di una pace duratura e del ritiro delle forza israeliane. La formula Biden è una condanna a far proseguire il massacro ad libitum. Musica per le orecchie di Netanyahu.

Dire poi che l’America è la nazione “guida” degli aiuti ai palestinesi dopo aver rescisso i finanziamenti all’UNRWA, l’Agenzia Onu preposta allo scopo, a causa di accuse contro di essa che la stessa intelligence Usa ha giudicato poco fondate (Wall Street Journal), suona alquanto stridente.

Quanto agli aiuti Usa successivi a tale decisione, dopo che tutto il mondo ha detto che paracadutarli, come hanno iniziato a fare, serve a ben poco, Biden ha tirato fuori un coniglio dal cilindro: gli States costruiranno un porto a tale scopo.

Immaginifico quanto “irrealistico”, una “distrazione” di massa, come da commento di al Jazeera. Peraltro, quando verrà realizzato? Quanti bambini morti di fame fino ad allora? Come si fece al tempo con i nativi americani, ai palestinesi si offrono perline e specchietti…



In sintesi, un discorso di guerra, come evidenzia il fatto che si conclude con “Dio protegga le nostre truppe”. In un momento tanto tormentato per il mondo serviva tutt’altro. Immagine patetica quella dell’imperatore anziano in preda a un delirio di autoesaltazione, che fomenta i suoi sudditi, brandisce la spada lanciando proclami di guerra ed appare impotente a frenare la violenza sfrenata da un suo alleato. Figura patetica e, insieme, inquietante.

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