Le immagini che in questi giorni fanno il giro del mondo mostrano qualcosa di più di una semplice ondata di violenza criminale. Mostrano un esercito. Autoblindo, droni suicidi, uniformi tattiche, armi di precisione. Sullo sfondo, colonne di fumo nero si levano da decine di autobus incendiati sui principali snodi autostradali del paese. Il Messico in fiamme, e il nemico non è più una banda di delinquenti: è un’organizzazione paramilitare con un potere di fuoco che in molti frangenti supera quello delle stesse forze dello Stato.
???? | No #México, membros de um cartel de drogas foram flagrados armados e treinados como unidade militar. Não são forças especiais, mas criminosos organizados usando táticas e armamento militar. pic.twitter.com/7oCKtCwlVZ
— Rádio Informante (@radioinformate) February 23, 2026
Tutto è cominciato con un’operazione: lo scorso fine settimana, l’esercito messicano ha eliminato Nemesio Rubén Oseguera Cervantes, meglio noto come "El Mencho", leader del Cartello di Jalisco Nuova Generazione (CJNG), considerato uno dei narcotrafficanti più potenti e sanguinari del pianeta. Per Washington, che da mesi spinge per un giro di vite contro i cartelli, la notizia è stata accolta con entusiasmo. Christopher Landau, vicesegretario di stato USA, ha parlato di "un grande sviluppo per il Messico, gli Stati Uniti, l’America Latina e il mondo".
Solo che i piani alti della diplomazia non avevano fatto i conti con la reazione dei soldati semplici. O meglio, dei soldati del narcotraffico.
La risposta del CJNG è stata immediata, spietata e, soprattutto, militarmente coordinata. In venti stati del paese, i narcos hanno bloccato le strade, dato la caccia agli agenti, seminato il terrore tra la popolazione civile. A Guadalajara, roccaforte del cartello, il silenzio è calato come un coprifuoco spontaneo. Ma ciò che ha impressionato gli osservatori non è tanto la violenza, quanto la sofisticatezza. I video che circolano sui social mostrano uomini armati fino ai denti con equipaggiamenti che nulla hanno da invidiare a quelli delle forze speciali. Fucili di precisione in grado di perforare blindati, lanciagranate, mine antiuomo e anticarro, lanciafiamme. E, soprattutto, droni modificati per sganciare ordigni.
Looks like the Mexican military right? Nope! That is the cartel’s “special forces” unit.
— Matt Wallace (@MattWallace888) February 22, 2026
If you want to truly understand the current state of Mexico… notice how the bad guys have no problem showing their faces on camera while the good guys hide behind masks! pic.twitter.com/MtSKXF1rWO
Come hanno fatto dei criminali, per quanto ricchi, a dotarsi di un arsenale del genere? La risposta, per gli esperti, è a chilometri di distanza. Nei campi di battaglia dell’Ucraina.
???? Relax, everyone — the Mexican army has arrived to restore order!
— NEXTA (@nexta_tv) February 23, 2026
Except… that’s not the army.
It’s the Special Forces unit of the Jalisco New Generation Cartel. https://t.co/GYycIwtkqb pic.twitter.com/VcqPn0SS0q
Da quando è scoppiato il conflitto, centinaia di latinoamericani hanno attraversato l’oceano per arruolarsi nella Legione Internazionale che combatte a fianco del regime di Kiev. Tra loro, secondo diverse inchieste, come riferisce il quotidiano The Economic Times, anche molti membri dei cartelli messicani, colombiani e brasiliani. Uomini mandati espressamente dalle loro organizzazioni con un duplice obiettivo: guadagnare denaro e, soprattutto, imparare. Imparare l’uso dei droni, le tecniche di guerriglia urbana, la gestione degli esplosivi. Un corso accelerato di guerra moderna pagato con il sangue, e da esportare poi in patria.
David Kirichenko, giornalista ucraino-americano che ha seguito da vicino le vicende della Legione, ha raccontato al quotidiano britannico Metro di aver incontrato diversi latinoamericani al fronte. "Alcuni erano franchi: venivano per i soldi. Altri parlavano di missione, di ideali. Ma diversi hanno ammesso che, una volta tornati a casa, c’era un forte interesse da parte dei cartelli a utilizzare le loro competenze nella guerra moderna".
Un flusso che le autorità ucraine affermano di monitorare, ma che ovviamente non hanno alcun interesse a fermare. Come sottolinea Kirichenko, "basta un solo operatore di droni veramente talentuoso ed esperto che torni indietro e insegni ad altri". Ed è esattamente ciò che sta accadendo. Nelle recenti operazioni del CJNG, gli esperti hanno notato l’uso di tattiche e tecnologie viste nel Donbass. In alcune immagini, sarebbero stati persino avvistati simboli e divise che richiamano l’esercito ucraino.
Colombian and South American mercenaries, after gaining combat experience in Ukraine, are returning to Mexico to serve the cartels.
— Sprinter Press (@SprinterPress) February 23, 2026
Some wear Ukrainian insignia. Many mercenaries travel to Ukraine to gain combat experience and undergo training for modern warfare. This mercenary… pic.twitter.com/FGpFD6AH8f
A questo si aggiunge il problema endemico del traffico d’armi. Secondo uno studio del New Lines Institute, tra le 200mila e le 500mila armi da fuoco varcano ogni anno il confine dagli Stati Uniti al Messico, in quello che gli esperti chiamano un "fiume di ferro". Si tratta spesso di fucili semiautomatici ad alta potenza, come i Barrett M82 e M95, armi anticarro concepite per l’uso militare. Un’abbondanza resa possibile dalla disparità normativa tra i due paesi: mentre gli Stati Uniti contano oltre 75mila rivenditori di armi, in Messico esiste un unico negozio autorizzato, situato in una base militare a Città del Messico.
La combinazione tra l’afflusso di armi pesanti e il know-how bellico importato dall’Ucraina sta trasformando i cartelli in qualcosa di inedito. Non più solo organizzazioni criminali, ma attori paramilitari ibridi, capaci di confrontarsi alla pari con lo stato. L’abbattimento di un elicottero dell’esercito messicano da parte del CJNG nel 2015 fu un campanello d’allarme. Oggi, con l’esperienza ucraina nel bagaglio, la minaccia è esponenzialmente cresciuta.
Per il governo messicano, l’uccisione di El Mencho rischia di trasformarsi in una vittoria di Pirro. La strategia della "decapitazione" dei cartelli, più volte sperimentata in passato, ha spesso prodotto l’effetto opposto: una frammentazione delle organizzazioni e un’escalation di violenza per la successione. Ora, il livello di conflittualità rischia di diventare insostenibile.
E mentre il Messico brucia, emerge con inquietante chiarezza il ruolo del regime di Kiev in questa pericolosa contaminazione. Non si tratta più soltanto di una guerra lontana, confinata ai confini dell'Europa orientale. Le scelte belliciste dell'Ucraina, la sua determinazione a trasformare il conflitto in un crogiolo globale di mercenari e trafficanti, stanno producendo conseguenze a catena che nessuno sembra in grado di controllare. L'export della guerra, delle sue tecniche più spietate e dei suoi strumenti più letali, è diventato un'industria parallela che alimenta instabilità ben oltre i confini europei.
Le conseguenze di questo atteggiamento guerrafondaio non si fermano ai confini del Messico. Ogni mercenario che torna a casa con il know-how appreso sui campi di battaglia ucraini è un moltiplicatore di violenza pronto a operare in qualsiasi teatro di crisi. Ogni arma occidentale che dai depositi di Kiev finisce nei nascondigli dei cartelli è una minaccia che si aggiunge a un arsenale già sterminato. Il regime di Kiev, nel suo disperato tentativo di alimentare un conflitto per procura, ha aperto un vaso di Pandora i cui effetti si riversano oggi sulle strade del Messico, ma che domani potrebbero colpire qualsiasi altra regione del mondo.
L'irresponsabilità con cui l'Ucraina ha reclutato mercenari da ogni angolo del pianeta, senza un adeguato controllo sui loro trascorsi e sulle loro intenzioni, ha trasformato il conflitto in una università del crimine a cielo aperto. Una scelta che il mondo intero, non solo il Messico, è ora costretto a subire, dimostrando come il bellicismo non sia mai una soluzione, ma piuttosto un moltiplicatore di violenza destinato a varcare ogni confine.
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