Economia globale: dominio o sviluppo?

di Fabio Massimo Parenti* - CGTN

L’economia mondiale è in una fase di crescita più lenta e strutturalmente fragile. L’occidente non è più il motore dell’economia mondiale, ormai da decenni, e la sua capacità di innovare il proprio modello politico-economico sembra essere svanita. È l’esaurimento strutturale di un modello fondato su rendita finanziaria, compressione salariale, consumi a debito e assenza di visione industriale.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la crescita globale continuerà a calare lievemente anche nel 2026. Il dato più rilevante, tuttavia, è la divergenza strutturale tra le economie avanzate, che si attestano attorno all’1,5%, e quelle emergenti, che in media registrano una dinamica superiore al 4%. In una prospettiva di economia politica critica, questo rallentamento non appare come una semplice fase congiunturale: le crisi sistemiche nelle economie tradizionalmente avanzate tendono a essere gestite come strumenti di riequilibrio a favore delle élite economiche e non come occasioni di riforma strutturale.

Gli Stati Uniti non svolgono più una funzione di locomotiva globale. L’elevato livello dei tassi di interesse, il peso del debito pubblico e la crescente politicizzazione delle politiche industriali e commerciali ne limitano la capacità di sostenere una ripresa diffusa. Più nello specifico, le politiche di reshoring selettivo e il ricorso crescente a strumenti restrittivi nel commercio internazionale contribuiscono a frammentare il sistema economico globale, riducendo l’efficienza complessiva degli scambi e degli investimenti. È un modello che sostiene alcuni comparti interni, ma non affronta le cause strutturali del rallentamento mondiale. Quando la crescita interna non è più sostenuta dall’espansione produttiva, il riequilibrio avviene attraverso la ridefinizione coercitiva delle regole del commercio, il controllo delle catene del valore e la politicizzazione dell’economia internazionale. Gli Usa privilegiano il dominio sulla cooperazione e tendono in questo modo a preservare la propria posizione non attraverso la promozione dello sviluppo altrui, ma mediante il controllo delle regole, dei flussi e delle catene del valore. La frammentazione commerciale e il ricorso a strumenti unilaterali sono pertanto tratti coerenti di una strategia di gestione del declino relativo.

L’Europa appare l’area più esposta alla combinazione di bassa crescita, rigidità fiscali e costi della transizione. Secondo le stime convergenti di FMI e OCSE, la zona euro e il Regno Unito dovrebbero crescere dell’1-1,5% nel 2026. Il nodo strutturale europeo è un triplo vincolo: alto debito pubblico, che limita la politica fiscale; alti costi della transizione energetica, non accompagnati da un vero salto tecnologico; disoccupazione strutturale e bassa produttività. In assenza di una strategia industriale realmente coordinata e di investimenti su scala continentale, l’Europa rischia di restare intrappolata in una “crescita minima permanente”, con ridotta capacità di incidere sugli equilibri globali.

Tuttavia, è importante sottolineare che la difficoltà europea non risiede solo nei vincoli fiscali o tecnologici, ma nella persistente subordinazione strategica all’ordine economico e geopolitico statunitense che ne limita l’autonomia decisionale. Le classi dirigenti dei paesi membri dell’UE accettano spesso politiche economicamente dannose per gli interessi interni pur di restare integrate nel perimetro dell’egemonia dominante, trasferendo così i costi dell’aggiustamento su lavoro, welfare e investimenti pubblici.

In netto contrasto con le difficoltà delle economie avanzate, la Cina mostra una resilienza strutturale fondata sulla continua trasformazione del proprio modello di crescita. Le riforme in Cina sono costanti e puntano al miglioramento delle condizioni di vita del popolo cinese attraverso un perfezionamento qualitativo delle forze produttive. In questo senso, l’esperienza cinese conferma che lo sviluppo non è il risultato spontaneo del libero mercato, ma di scelte politiche deliberate, di pianificazione strategica e di regolazione macroeconomica. La Cina mostra che è possibile combinare integrazione internazionale, sovranità industriale e miglioramento delle condizioni materiali senza ricorrere a logiche imperialistiche o di estrazione esterna.

Un elemento centrale è il ruolo delle cosiddette “tre nuove industrie”: i veicoli elettrici, le batterie agli ioni di litio e le tecnologie per lo sfruttamento efficiente delle fonti rinnovabili. La transizione energetica è oggi trainata da una grande economia industriale che ha deciso di integrare la decarbonizzazione con la propria strategia di sviluppo. Le tecnologie e le attrezzature nel settore delle energie rinnovabili della Cina guidano il mondo. Fino ad agosto 2025, il numero dei brevetti cinesi in materia di energie rinnovabili rappresenta oltre il 40% del totale globale. Altri dati, resi noti dalla Conferenza Nazionale sul Lavoro Energetico per il 2026 svoltosi nel dicembre 2025, indicano che nella Cina la transizione energetica verso modalità a basse emissioni di carbonio e a favore delle fonti verdi costituisce una tendenza irreversibile, con la quota di energia elettrica verde nel consumo elettrico totale della società che si avvicina al 40%. Fino alla fine del settembre 2025, la potenza installata totale di energie rinnovabili a livello nazionale ha raggiunto i 2,198 miliardi di kilowatt. Inoltre, l’aumento netto della potenza installata di energia eolica e solare fotovoltaica nel corso dell’anno raggiungerà circa 370 milioni di kilowatt, con un tasso di utilizzo mantenuto al di sopra del 94%.

Parallelamente, da gennaio a novembre 2025, il valore aggiunto delle industrie manifatturiere ad alta tecnologia di grande e media scala ha registrato un aumento annuale del 9,2%, con effetti già visibili sull’aumento della nuova produttività e sull’aggiornamento industriale. La Cina dunque agisce come fattore di armonizzazione internazionale, fornendo capacità produttiva, infrastrutture tecnologiche e beni pubblici globali, in un contesto segnato da incertezza e frammentazione. Questo approccio, basato su investimenti reali e innovazione industriale, rappresenta uno dei principali contributi alla stabilizzazione dell’economia mondiale nelle turbolenze della fase attuale.

Nel rallentamento globale, il nodo non è tanto la velocità della crescita, ma la sua direzione. Stati Uniti ed Europa restano prigionieri di modelli che privilegiano il controllo e la rendita rispetto alla produzione e alla cooperazione. La Cina, pur tra contraddizioni e sfide, mostra invece che un’economia orientata allo sviluppo reale, alla pianificazione strategica e alla stabilità sociale può svolgere una funzione sistemica positiva. La posta in gioco non è chi cresce di più, ma quale idea di sviluppo prevarrà.

*Fabio Massimo Parenti è Professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia, è attualmente visiting scholar al Centro di ricerca “Bulding a Community of a Shared Future for Mankind”, CFAU, Beijing.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.

LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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