di Fabrizio Poggi
Il 12 giugno si celebra in Russia la festa nazionale con cui si evoca la data in cui, nel 1990, il primo Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottava la Dichiarazione di Sovranità nei confronti dell'URSS: prima tappa dei passi che avrebbero portato alla fine dell'Unione Sovietica, con la Bielorussia di Stanislav Šuškevi? che decretava la propria “sovranità” il successivo 27 luglio, seguita il 24 agosto dall'Ucraina di Leonid Krav?uk. Nel dicembre 1991, riuniti nella Belovežskaja puš?a, Boris Eltisn Stanislav Šuškevi? e Leonid Krav?uk decretavano a tavolino la fine dell'URSS.
Sempre il 12 giugno, ma nel 1991, Boris Eltsin diventava il primo presidente della RSFSR. Ma, dato che larga parte dei russi aveva un atteggiamento negativo verso la dichiarazione di “sovranità” che, secondo loro, era alla base della liquidazione dell'URSS, il 12 giugno 1998 Eltsin decise di ridenominare la giornata in Festa della Russia.
In altre parole, il 12 giugno la Russia celebra la cosiddetta “parata delle sovranità” che, dopo la Russia, avrebbe via via investito le altre Repubbliche dell'URSS e portato alla distruzione dello stato socialista sovietico. Si celebrano con ciò stesso, anche senza dirlo apertamente, la “terapia shock” formulata da Egor Gajdar, l'iperinflazione, la miseria e la disoccupazione che avrebbero caratterizzato gli anni '90 e si sarebbero rivelati esiziali per molti milioni di russi, portando a un pauroso decremento della popolazione, che raggiunse la cifra di un milione in meno all'anno. Si contarono oltre 20 milioni di russi, tra morti e non nati negli anni '90, grazie alle “riforme eltsiniane”.
A corredo, in quegli anni, il cosiddetto “far west” del primo capitalismo e della “accumulazione originaria” del capitalismo russo: diffusa criminalità economica, omicidi su commissione per accaparrarsi il controllo sulle aziende statali messe all'incanto con la privatizzazione della proprietà socialista avviata da Anatolij Chubajs. A seguire: deindustrializzazione, scadimento della ricerca scientifica e tecnologica, “ottimizzazione” delle sfere sociali come istruzione e servizi sanitari, innalzamento di cinque anni dell'età pensionabile, secondo i dettami del FMI. Il 1 giugno 1992 il governo Eltsin-Gajdar sottoscriveva col FMI una “Lettera di intenti” con cui si impegnava, nel passaggio all'economia di mercato, ad adottare solo norme, codici e Costituzione dettati dal FMI. Non si può dimenticare come quello che oggi viene spesso citato a proposito di quello che dovrebbe essere il corretto atteggiamento nei confronti della Russia, l'economista americano Jeffrey Sachs, fosse all'epoca alla testa delle centinaia di funzionari yankee che “indicavano” alla squadra eltsiniana come tradurre in pratica il programma di “Passaggio al mercato” della Russia, acclamato dalle “democrazie” euro-atlantiche come “nuova era della civiltà”. Un'era in cui scoppiarono in Russia conflitti armati regionali, con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.
Passato il periodo del cosiddetto capitalismo selvaggio e assestatesi gradualmente le proprietà delle immense ricchezze privatizzate, soprattutto nei diversi rami dell'industria estrattiva e mineraria, lo stato russo tornava poi gradualmente a controllare lo sviluppo del nuovo (nuovo, nel senso del ritorno alla vecchia formazione sociale pre-sovietica) ordine socio-economico capitalistico.
Ma, perché sia chiara la contrapposizione tra due epoche, ecco che anche nella ricorrenza del 12 giugno e della proclamata “sovranità”, come avviene da anni con la parata del 7 Novembre – in cui si celebra non la data della Rivoluzione d'ottobre, ma la sfilata militare del 1941 – sulla piazza Rossa si copre “pudicamente” il mausoleo di Lenin con schermi disegnati coi colori della nuova (anche qui: “nuova” riprendendo i colori della Russia zarista) bandiera russa. Un chiaro simbolismo, dicono i comunisti russi, del confronto tra due sistemi sociali e di quale dei due, socialista o borghese, testimoni della realtà russa attuale, a dispetto di alcune affermazioni della leadership del Cremlino, forse troppo frettolosamente interpretate da alcuni come “ritorno al passato sovietico”.
Tutto questo non significa che non si debbano adottare oggettivi atteggiamenti nei confronti della “nuova” Russia capitalista, impegnata a difendere il proprio spazio dalle mire aggressive delle compagini guerrafondaie euro-atlantiste, bramose di mettere le mani su quelle ricchezze che nel 1991 sembravano così a portata di mano per i capitali occidentali e che, invece, il Cremlino si è impegnato a preservare per i capitali russi. In questo senso, senza soffermarsi particolarmente sulle “cose della guerra” in Ucraina, di cui peraltro parliamo pressoché quotidianamente, si può notare che le radici e le cause del conflitto “per interposta Ucraina”, scatenato da USA-NATO-UE ai danni della Russia, affondano ben lontano nel tempo, forse molto prima del golpe nazional-nazista del 2014 a Kiev. Se quest'ultimo ha condotto l'ex Repubblica sovietica sulla definitiva strada del confronto armato, è però sin dagli anni '50 – si è scritto ripetutamente - che la CIA aveva individuato in determinate regioni ucraine i “punti di forza” di un assalto anche armato all'Unione Sovietica e, successivamente, si sia continuato a puntare sulle spinte nazionaliste attive nel paese sin da inizi '900 per fomentare quei sentimenti che poi sarebbero stati ben sfruttati negli anni '90, sfociando appunto nel famigerato golpe nazista del 2014.
L'accerchiamento militare anti-russo portato dalla NATO sin dai primi anni '90, con l'assorbimento via via degli ex stati socialisti d'Europa orientale, completa il quadro del concreto retroterra alla base della guerra guerreggiata in corso dal 2022, in vista dello scontro militare diretto per il quale le cancellerie europee non si reputano ancora sufficientemente pronte.
Ecco dunque che quando il signor Marco Imarisio, sul solito Corriere della Sera, scrive che «Da una scintilla, l’immane incendio», intendendo paragonare, par di capire, “l'improvviso” scoppio del conflitto in Ucraina nel 2022 a quello che, sin dai tempi di scuola, viene presentato come “l'inatteso” «attentato di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando» e, poi, sembrerebbe voler paragonare «le sofferenze dei soldati in trincea» nella guerra del 1914-'18 e «l’enormità dell’accaduto, un massacro senza senso e senza una vera causa che non fosse un pretesto», al conflitto in Ucraina, non resta che ricordare a certi articolisti alcune considerazioni degli analisti militari che, di guerre, se ne intendevano abbastanza. Non è necessario affrontare il tema del paragone tra i massacri degli assalti alla baionetta, dei gas mortali, delle decimazioni contro i contadini in uniforme che non ne volevano sapere di esser mandati al macello, da un lato, e le vittime dell'attuale conflitto in Ucraina: dato che ogni singola vita ha valore e il massacro non si conta sui numeri.
Non è questo il punto. E lasciamo alla coscienza del signor Imarisio anche il paragone tra il macello imperialista delle trincee del 1914, voluto dalle potenze contrapposte dell'Intesa e dell'Alleanza per la spartizione delle sfere coloniali e dei profitti del capitale finanziario, da una parte e i motivi addotti, a detta dell'articolista, da «chi ha scatenato questa nuova carneficina», cioè il conflitto in Ucraina, dall'altra. Perché, evidentemente, secondo il signor Imarisio, non è altro che Vladimir Putin che avrebbe scatenato la guerra, facendo quindi scoccare “la scintilla” di un conflitto mondiale, proprio come con l'attentato di Sarajevo. Quello che c'è stato prima del 2022 non conta più: i rapporti tra mire del capitale occidentale e ricchezze russe non contano più, come non esiste più l'accerchiamento militare della NATO.
Fermiamoci qui. Ci permettiamo solo di citare, ancora una volta, le osservazioni di Carl von Clausewitz, secondo cui «Tutti sanno che le guerre sono innescate solo dai rapporti politici tra governi e popoli; ma generalmente si rappresentano la questione come se con l'inizio della guerra quei rapporti cessino e si presenti una situazione del tutto diversa, subordinata solo a proprie leggi speciali. Noi sosteniamo il contrario: la guerra non è altro che la continuazione dei rapporti politici con l'intervento di altri mezzi». La bramosia del capitale occidentale per le ricchezze della Russia e l'accerchiamento militare del paese danno il quadro di quei «rapporti politici tra governi e popoli» di cui parlava Clausewitz. A quel punto, conta solo molto relativamente chi abbia “attaccato per primo” e solo nelle rappresentazioni liberal-confessionali si continua a piangere per “l'aggredito” e a maledire “l'aggressore”.
La “scintilla” evocata dal signor Imarisio somiglia a quella situazione irrisa da Vladimir Lenin con il famoso aforisma secondo cui alcuni rappresentano l'inizio della guerra «in maniera infantile e ingenua, del tipo che di notte qualcuno abbia agguantato un altro per la gola e i vicini debbano salvare la vittima dell'aggressione... come dire: vivevano in pace, poi uno ha attaccato e l'altro si è difeso». Dire che Putin abbia acceso “la scintilla”, scatenando la guerra in Ucraina senza alcun motivo, serve gli interessi di chi, secondo i piani bellicisti euroatlantisti, è impegnato a preparare la militarizzazione delle società europee in vista della guerra programmata dalle cancellerie europee per il 2030.
«Vivevano in pace i popoli», scriveva ancora Lenin; «poi si sono azzuffati! Come fosse vero! Davvero si può spiegare la guerra senza metterla in relazione con la precedente politica di quello stato, di quel sistema di stati, di quelle classi?».
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