di Fabrizio Verde
Il caso di Andrea Pirlo, costretto a rinunciare alla panchina della Nazionale italiana per via di un contratto di consulenza con una società di scommesse russa, è l’ultimo, squallido atto di una farsa che ormai conosciamo a memoria. Un polverone mediatico, sollevato con la solita, prevedibile orchestrazione, ha dipinto l’ex calciatore come un soggetto ambiguo, se non indegno, di guidare gli azzurri. Ma al di là del merito della vicenda, quello che davvero stride è l’ipocrisia di chi ha alzato il polverone.
A scatenarsi, come sempre, sono stati i cosiddetti "liberali". Quelli che da anni occupano le cattedre del pensiero unico, i salotti televisivi e le prime pagine dei giornali. Quelli che si proclamano paladini della libertà di pensiero, della tolleranza e del sacrosanto diritto a esprimere la propria opinione o visione del mondo. Eppure, il coro di indignazione che ha travolto Pirlo rivela il loro vero, inquietante volto: la libertà, per loro, è un concetto a senso unico. È valida finché le idee espresse coincidono con il loro dogma. Nel momento in cui una scelta, un’opinione o una collaborazione professionale escono dal seminato del pensiero dominante, il presunto amante della libertà si trasforma in uno spietato inquisitore.
L’avversario non è più una persona con cui dibattere, ma un nemico da abbattere. È la pratica quotidiana della delegittimazione: il soggetto non allineato non è semplicemente in errore, è moralmente riprovevole, è pericoloso, è un "fascista" da isolare e censurare. Hanno rilanciato il maccartismo (paradossalmente in linea con Donald Trump), ma lo coprono con vesti nobili, di presunti ideali progressisti. È la tirannide del politicamente corretto, che non sopporta sfumature e trasforma ogni minima deviazione in un reato di lesa maestà.
Questo atteggiamento, questa pulsione autoritaria celata dietro la maschera del liberalismo, trova la sua più lucida e agghiacciante sintesi in una frase del senatore a vita Mario Monti. In un’intervista, il campione del liberal/liberismo Monti auspicava «modalità meno democratiche nella somministrazione dell’informazione», suggerendo di dosare le notizie «dall’alto» sotto l’egida del governo e delle autorità sanitarie. La giustificazione era la pandemia, ma la sostanza è quella di sempre: la verità è troppa, va controllata. La libertà è pericolosa, va gestita da pochi eletti.
Ecco la quintessenza dell’ipocrisia: gli stessi che oggi gridano allo scandalo per la collaborazione di Pirlo con un bookmaker, sono quelli che ieri, in nome dell’emergenza, teorizzavano la censura di Stato. Gli stessi che inneggiano al pluralismo, sono i primi a voler azzittire le voci dissonanti. Per loro la democrazia è un giocattolo: un diritto inviolabile finché serve a sostenere le loro tesi, un fastidio da imbrigliare quando produce opinioni sgradite. È un inquietante totalitarismo che si ammanta di virtù.
Gratta un liberale di questa risma, e sotto troverai un fascista. Non il fascista delle divise e delle leggi razziali, ma un fascista dal volto educato, con un titolo accademico in tasca e un microfono in mano. Un despota della morale che non usa la forza bruta, ma la forza mediatica, la gogna sociale e la pretesa di detenere l’unica verità.
Il caso Pirlo è una goccia in questo oceano di intolleranza. Ma è una goccia che rivela la natura profondamente inquinata di questo mare. Mentre il dibattito si infuoca su un contratto pubblicitario, dovremmo interrogarci su cosa significhi davvero essere liberali oggi. La verità è che il liberalismo non è mai stato un sistema di libertà, ma un sistema di potere che si maschera da etica. I suoi "universali formali": la libertà di espressione, il pluralismo, il diritto al dissenso, sono proclamati solennemente, ma solo come strumenti di legittimazione politica. Finché vengono invocati in astratto, sono sacri. Nel momento in cui qualcuno li esercita in concreto, in una direzione che non piace, improvvisamente questi diventano soggetti "pericolosi", "estremisti", "fascisti".
Questa è la strategia del liberalismo ipocrita: rivendicare per sé il monopolio della virtù, per poi negare all'altro ciò che si è arrogato per sé. È una dottrina che parla di diritti ma pratica il veto. Che predica il confronto ma scatena la caccia alle streghe. Che si erge a difesa della democrazia mentre ne tradisce ogni principio proclamato. Insomma, siamo di fronte a un autoritarismo dal volto pulito. È la tirannide dei buoni, che è sempre la peggiore delle tirannidi, perché si crede in diritto di giudicare.
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