Il dovere di non avere doveri

di Francesco Erspamer*

Detesto gli «ultimi paradisi» dove si affollano, più spesso in estate, i forzati della vita come spettacolo e come distrazione: americanate anche quando autentici in quanto è proprio della società dei consumi dare attenzione (quel poco di attenzione consentito) solo a ciò che sta per scomparire. Gli oggetti nuovi sono tutti a obsolescenza programmata e quelli vecchi devono adeguarsi: per essere apprezzati o tollerati devono essere prossimi all’estinzione, altrimenti che noia.

In effetti ciò che detesto, più che i posti o le cose, sono loro, i consumisti, gli edonisti: che non si limitano a sprecare la propria esistenza; magari. Per non avere dubbi o rimpianti pretendono un mondo a loro immagine e somiglianza.

Naturalmente in nome della libertà, dell’emancipazione: che non può mai essere la loro libertà, la loro emancipazione. Le devono imporre a tutti, anche a chi non le vuole. Ancora vengono spacciate come diritti ma stanno diventando dei doveri: le etichette «umano» e «universale» li rendono obbligatori.

A cominciare dal comandamento primario: il dovere di non avere doveri. Essenziale per far trionfare l’indifferenza, che altro non significa se non assenza di diversità, sostituita da una molteplicità fissa di opzioni politicamente corrette e di moda, perfettamente coincidenti con le esigenze e gli interessi contingenti del neocapitalismo.

Odio gli indifferenti, diceva il giovane Gramsci; benché all’epoca fossero tali per inerzia. Oggi l’indifferenza è attiva, militante. Una sedicente avanguardia, ma non nel senso leninista bensì futurista: quella degli artisti che per affermarsi hanno distrutto l’arte, non necessariamente in modo intenzionale, peggio, per superficialità, per fretta, per arroganza. Il gusto della trasgressione facile, protetta dal primo emendamento (della costituzione statunitense e per questo da applicare in tutto il mondo): il diritto di trasgredire senza conseguenze, dunque la riduzione dell’arte, e poi della politica, a gioco di società, anzi, a gioco individuale, un solitario, virtuale e autoreferenziale: una masturbazione concettuale.

Il tempo delle origini è finito, da molto tempo. Il pianeta è saturo, sovrappopolato, stremato. Il nuovo è una finzione e il culto dell’intelligenza artificiale (che non è né intelligente né artificiale, il contrario di “artis facere”) ne è la dimostrazione. È tempo che coloro che vogliono proteggere e mantenere, invece di buttare e sostituire, inizino la loro Resistenza. Contro il nichilismo dei tanti (ma non quanti si crede e si credono) che fanno il vuoto perché già ce l’hanno dentro.

*Post Facebook dell'11 luglio 2025

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