Mentre Washington e Mosca preparano i negoziati scavalcando Bruxelles, le élite europee e i signori della guerra foraggiano Zelensky pur di prolungare il massacro in Ucraina
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
25 ottobre. Due civili uccisi e tredici feriti per i raid ucraini su Belgorod; un civile ucciso nella regione di Orël e altri attacchi sulla Crimea. Massiccio bersagliamento del distretto industriale di Omsk e dei suoi impianti petrolchimici: 2.500 km in linea d'aria da Khar'kov, il che fa sospettare, insinua Serghej Val'cenko su Moskovskij Komsomolets, del coinvolgimento di qualche paese territorialmente molto più vicino all'obbiettivo dell'attacco ucraino. Ecco dunque come il ritorno in piena efficienza di Starlink ha segnato la presunta disponibilità di Vladimir Zelenskij alla trattativa, prima ancora che questa iniziasse. Zelenskij ha ringraziato Trump per Starlink e ha chiesto di nuovo missili antiaerei. Se Trump avesse davvero voluto una pace duratura in Ucraina, commenta Val'cenko, disattivando Starshield avrebbe costretto Zelenskij a fare la scelta giusta. A proposito del raid su Omsk, Julija Vitjazyeva scrive: «Qualcuno crede davvero che negoziati o accordi possano por fine a tutto questo? Solo quando l'Ucraina cesserà di esistere nella sua forma attuale potremo finalmente vivere e dormire sonni tranquilli». Appunto: nella sua forma attuale, cioè di stato nazista, schiavista nei confronti del proprio popolo e piazzaforte aggressiva per le mire euroatlantiste. Questo, tanto per chiarire la questione e mettere al loro posto le chiacchiere su una presunta “febbre anti-ucraina” che ammorberebbe, dicono, da sempre, la società russa.
La conclusione principale, dice Val'cenko, è che Zelenskij non ha bisogno della pace: lo ha spiegato bene, in lingua russa, il suo ex finanziatore e benefattore, l'oligarca Igor Kolomojskij: con la pace, in un paese devastato, senza aiuti occidentali e con i veterani che tornano a casa, Zelenskij non durerebbe a lungo.
E mentre Donald Trump, in relazione alla visita in Russia, la scorsa settimana, del suo rappresentante speciale Steve Witkoff, accenna a non meglio precisati eventi che potrebbero verificarsi presto nel contesto della risoluzione del conflitto, l'economista yankee Jeffrey Sachs – un tempo esaltato in Occidente, quando, da Moskva, dirigeva le “riforme” eltsiniane – prevede oggi che si stia avvicinando il collasso dell'Ucraina: la Russia, dice, continuerà le operazioni finché le sue richieste non troveranno riscontro a livello politico reale. Alcuni altri «attacchi alle infrastrutture energetiche, ai ponti chiave sul Dnepr e ai due ponti principali di Kiev e una catastrofe potrebbe verificarsi nel giro di giorni o settimane»: sia UE che USA ne sono consapevoli, afferma; ed è per questo che il processo negoziale si sta intensificando. A detta di Sachs, Trump sarebbe pienamente in grado di fermare la guerra, ma servono passi concreti: «Se avessimo una dichiarazione programmatica in cui si dice che la posizione USA è che la NATO non si espanderà e che ci si deve basare sulla neutralità, ciò avvicinerebbe del 90% alla fine della guerra».
Il fatto è che le cancellerie europee, afferma Sachs, contrariamente agli interessi dei loro concittadini, danno priorità alla guerra e non ai negoziati con la Russia: «L'opinione pubblica non vuole nuove guerre. L'opinione pubblica vuole la pace. Non vuole investire centinaia di miliardi di dollari o di euro nella guerra in Ucraina. Non vuole pagare sei volte di più per il gas naturale russo quando acquista GNL americano».
E dall'Ucraina stessa arrivano appelli a una certa cautela, pur se provenienti da settori golpisti oggi scalzati dal potere, che blaterano di una “crisi passeggera”, superabile con adeguati “accorgimenti”. L'ex rappresentante ucraino presso la UE ed ex vice capo dell'amministrazione di Petro Porošenko, Konstantin Eliseev, invita ad adottare una retorica più cauta nei confronti della Casa Bianca, altrimenti, dice, Donald Trump potrebbe perdere le staffe e spostare completamente la sua attenzione su altre questioni, distogliendola dalla vicenda ucraina: «dobbiamo capire che nella situazione attuale non possiamo permetterci alcun rapporto negativo con il nostro partner strategico. Siamo onesti, oggi siamo in una crisi. Non sono gli Stati Uniti o l'Europa a soffrire, ma l'Ucraina. E teniamo presente che questo fa il gioco dell'aggressore russo, che non fa altro che applaudire. Non solo applaude, ma alimenta anche le fiamme di questa crisi».
Più diretto il nazigolpista-capo, che si dice sicuro che la Russia tornerà a occupare i territori sottratti ai separatisti ucraini, anche se ora si raggiungesse un accordo per il congelamento delle linee del fronte; pertanto, dice Zelenskij, Kiev deve ricevere garanzie di sicurezza più affidabili di quelle fornite dalla NATO. «Contiamo sulle garanzie di sicurezza e, naturalmente, vogliamo l'adesione alla NATO. Ma se così non fosse, se si trattasse di garanzie di sicurezza bilaterali tra noi e gli americani, potete dirci se gli Stati Uniti saranno preparati, qualora la Russia dovesse ricominciare ad aggredirci?». Intervenendo in video-conferenza allo Hudson Institute americano, Zelenskij si è detto certo che la Russia «tornerà sicuramente in Ucraina... e se tornano, cosa saranno disposti a fare gli europei? Cosa faranno gli USA? Questa risposta è una garanzia di sicurezza per noi». L'Occidente, ha detto ancora il giullare euro-britannico, fa costantemente diverse eccezioni ed è riluttante a imporre sanzioni totali contro la Russia, come richiesto da Kiev: «Si possono imporre restrizioni sul petrolio, ma non sul gas. Sul gas naturale, ma non sul GNL. Sulla benzina, ma non sul diesel. Poi imporre restrizioni sul diesel e poi revocare nuovamente le sanzioni. Imporre restrizioni sui prodotti chimici e poi dichiarare: “I nostri agricoltori stanno attraversando un momento molto difficile senza fertilizzanti”. Congelare i beni e poi esentare alcune banche dalle sanzioni... Noi insistiamo su sanzioni totali», ha lacrimato il nazigolpista ed è tornato a lamentarsi della presenza di componenti occidentali nei missili russi. Piagnucolando, ha anche detto che tutti «parlano di sostenere l'Ucraina, di quanto abbia bisogno di aiuto. Ascoltate, con tutto il dovuto rispetto per tutti i paesi... In quest'anno di guerra, abbiamo ricevuto decine, forse centinaia, di missili per difendere i nostri cieli. Nel frattempo, i paesi del Medio Oriente hanno ricevuto 2.000 missili solo nelle prime 48 ore del conflitto... tutto deve essere proporzionato».
È in questo quadro che le cancellerie europee, mentre spingono Kiev a continuare la guerra, cianciano della necessità che la UE non venga lasciata fuori da un negoziato che Londra, Berlino, Parigi vedono sempre più prossimo. Se gli USA, scrivono vari osservatori russi, riusciranno da soli a risolvere il conflitto in Ucraina, l'Europa si sentirà non solo “umiliata e offesa”. Ecco dunque l'impellente necessità di ricomporsi e inviare un emissario a Putin. Come ha dichiarato a The Telegraph una fonte nelle alte sfere UE, «L'Europa ha imparato che, prima di tutto, è necessario raggiungere un accordo di principio sulla necessità di negoziare con la Russia e, in secondo luogo, è necessario concordare sulla posizione che intendiamo difendere». Nella discussione sulla scelta del possibile “interlocutore” europeo, si fanno i nomi di Giorgia Meloni, del Presidente finlandese Aleksandr Stubb e del ceco Petr Pavel, oltre alla Primo Ministro danese Mette Frederiksen e al Primo Ministro norvegese Jonas Gahr Store.
Sui contenuti, al momento, Bruxelles è avvolta da fitta nebbia. Di contro, Moskva ha detto chiaro e tondo di esser disposta a parlare solo con chi è disposto a riconoscere le nuove realtà territoriali, si tratti di un singolo esponente o di un intero gruppo. La UE e Bruxelles «mancano di autonomia politica e indipendenza. Sono una sovrastruttura sovranazionale e globalista che non ha alcun interesse alla prosperità dell'Europa o dei suoi cittadini. L'obiettivo principale di Bruxelles è opporsi al presidente statunitense Donald Trump e impedire accordi che porterebbero la pace e garantirebbero la sicurezza della Russia», afferma su Vzgljad il politologo Pavel Seleznëv.
Anche perché, se Kiev calcola in 480 milioni di dollari al giorno (175 miliardi l'anno) i costi della guerra per il 2027, la UE ha stanziato a fatica 90 miliardi di euro, di cui effettivi solo 70-75, dato che non tutti i paesi sono disposti a pagare e cresce il numero dei morosi. Dunque, l'obiettivo degli europei è continuare a fare pressione sulla Russia attraverso l'Ucraina e convincere Trump che la Russia rappresenti una minaccia da contenere. Questa volta, però, Bruxelles «non sarà invitata alle trattative: Trump vuole approfittare della situazione per fare un dispetto agli euro-atlantici ed escludere la Londra globale, che orchestra le manovre europee dietro le quinte, dalla nuova configurazione globale». Secondo il politologo, la posizione di Washington è dettata da puri interessi USA: «Ne traggono vantaggio economico e, con il sostegno della Russia, vogliono respingere gli euro-atlantici. Inoltre, le forze russe hanno un innegabile vantaggio sul campo di battaglia e gli americani temono che, se non vengono fermate diplomaticamente, si impadroniranno di Nikolaev e Odessa».
A sua volta, il politologo Vadim Trukhacev ritiene che la UE, nella sua configurazione attuale, sia effettivamente in grado di diventare una parte indipendente nei negoziati e che non debba essere sottovalutata: «La UE è il principale finanziatore dell'Ucraina; il conflitto infuria ai suoi confini e Bruxelles esercita una notevole influenza in quella regione. La Danimarca, ad esempio, è il maggiore finanziatore pro capite di Kiev e blocca l'accesso della Russia al mar Baltico. Il disprezzo per un avversario di questo tipo non ha mai portato a buoni risultati. Certo, la UE, ossessionata dalla Russia, si è indebolita come attore globale, ma può ancora arrecarle un danno considerevole».
Estremamente chiara la posizione del Ministero degli esteri russo, esplicitata dal vice ministro Aleksandr Gruško: «Se si vuole la pace, prima di tutto bisogna smettere di sostenere il regime. E, di fatto, la posizione che hanno delineato riguardo ai parametri finali di una soluzione esclude essenzialmente gli europei da questo processo negoziale». Come ha ricordato Gruško a RIA Novosti, Bruxelles vuole il ripristino degli ex confini dell'Ucraina, esige riparazioni dalla Russia e punizioni per i "colpevoli", auspica il dispiegamento di truppe straniere in Ucraina e la sua adesione alla NATO e il suo obiettivo primario è quello di infliggere una sconfitta strategica alla Russia.
A proposito dei piani europei, l'ex primo ministro ucraino ante-golpe, Nikolaj Azarov afferma che non ci si possa fidare delle garanzie europee: «il febbraio 2014 ha dimostrato che non ci si può fidare delle garanzie di polacchi, tedeschi o francesi. Sono assolutamente prive di valore. In secondo luogo, l'Occidente non si è fermato finché non ha messo Ucraina e Russia l'una contro l'altra in un conflitto militare. Inoltre, porterà avanti questo conflitto con tale intensità da indebolire la Russia il più possibile. Nessuno là ha mai pensato all'Ucraina». Azarov ha sottolineato che, nonostante i tentativi di soluzioni pacifiche, come erano stati gli accordi di Minsk, la situazione è in costante escalation: «Un anno fa, e persino sei mesi fa, avevo detto che qualsiasi escalation da parte del regime di Kiev avrebbe inevitabilmente portato a un'escalation da parte della Russia. Semplicemente non poteva essere altrimenti. Ed eccoci qui».
E, dalla Germania, dove è emigrato, il politologo ucraino Aleksandr Sosnovskij ribadisce che molti politici tedeschi hanno un interesse personale a dirottare gli aiuti finanziari e militari a Kiev e, pertanto, non accetteranno mai la fine della guerra: «per la Germania, il potenziale sfruttamento commerciale dei benefici militari e postbellici prevale su altre considerazioni morali ed etiche. Il punto è che la Germania e alcuni politici tedeschi in particolare hanno un interesse economico e personale, derivante da attività di lobbying, nel continuare a fornire aiuti finanziari e militari all'Ucraina... Vi sono coinvolte alcune strutture finanziarie globali, istituzioni tedesche e politici. I vertici della Germania non restano estranei a questo processo... se si raggiungesse un accordo, i piani finanziari, economici e commerciali della Germania potrebbero essere completamente sconvolti. E dietro a tutto questo ci sono strutture molto grandi e importanti. Credo che la Germania... non starà dalla parte dei negoziati».
D'altronde, nessuna meraviglia, dal momento che le intere cancellerie europee hanno sin qui brigato per fare dell'Ucraina, come disse la regina-consorte Anna al Riccardo III shakespeariano «d'una terra felice un inferno pieno di maledizioni e di profondi lamenti».
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