di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
13-14 settembre. «Zelenskij invita Putin al G20» annuncia il 13 settembre il Corriere della Sera con un titolo a cinque colonne, quasi a presentare “l'ebreo errante” in perpetua questua come il padrone di casa di ogni consesso europeo e mondiale. Un padrone che, bontà sua, fa l'onore al presidente russo di convocarlo alla tavola dei potenti, in cui i nazigolpisti di Kiev hanno la parte primaria. In contrapposto a cotanta amabilità manifestata dal “difensore dei valori occidentali”, comunicano ancora da via Solferino, tanto per rimarcare il volto autocratico degli “zar” del Cremlino, ecco che Vladimir Putin, dal vertice BRICS di Delhi, usa «la platea indiana per intensificare la sua retorica anti occidentale».
Che rozzezza! Che ingratitudine! Impossibile anche solo paragonare tale ripulsa “zarista” con l'eleganza tutta europeista del camerlengo ucraino, che invece «ha scelto la via del pragmatismo». Un pragmatismo che tuttavia non gli impedisce di tornare a criticare l'Occidente per la mancata fornitura di missili per i sistemi Patriot, quando Kiev necessita di 280 intercettori di missili balistici per la difesa. Ma, dato che è impossibile procurarsene un numero così elevato ogni mese, Zelenskij ritiene che l'unica strada percorribile sia quella che veda i partner europei condividere i missili intercettori dei rispettivi arsenali. «Abbiamo bisogno di 280 intercettori balistici... Ma non otterrai mai 280 missili Patriot al mese. Anche 100 missili rappresentano una sfida enorme. Ma è questo che voglio: 100-120 intercettori per i difficili e freddi mesi a venire», ha scritto su Telegram, citando l'insufficiente produzione USA come una delle ragioni dei problemi sulle consegne. Dunque, ritiene che l'unica alternativa sia quella di fare affidamento sulle scorte esistenti, pur non essendo sicuro che l'Occidente sia disposto a condividerle: «C'è anche un possibile pacchetto, non molto consistente, da parte degli europei. E con tutto il rispetto per gli europei, dovrebbero condividere questi missili». E che diamine: siamo o no, noi nazigolpisti, l'avamposto liberale contro la barbarie asiatica! Tutto questo affannarsi, mentre Moskva considera le forniture di armi all'Ucraina un ostacolo alla soluzione del conflitto, dato che coinvolgono direttamente i paesi NATO e rappresentino un «gioco con il fuoco». In questo senso, il ministro degli esteri russo Serghej Lavrov ha osservato che qualsiasi spedizione di armi destinata all'Ucraina costituirebbe un obiettivo legittimo per la Russia e dal Cremlino si fa sapere che le forniture di armi a Kiev sono controproducenti e avranno effetti negativi sui negoziati. Per non parlare del ventilato invio di truppe NATO in Ucraina.
D'altronde, non è tutto così lineare nello stesso campo golpista: il capo-ufficio presidenziale Kirill Budanov afferma che i droni non saranno il fattore decisivo per porre fine al conflitto e l'analista britannico Alexander Mercouris interpreta tali parole come una critica alla strategia scelta da Zelenskij e dall'ex ministro della guerra Mikhail Fëdorov. Le parole di Budanov, afferma Mercouris sul proprio canale YouTube, secondo cui le guerre non si vincono in questo modo, può essere vista come una sottile critica alla strategia che Zelenskij e Fëdorov avevano adottato la scorsa primavera. A detta dell'analista britannico, quel piano sta suscitando crescenti critiche in Ucraina, dato che ha provocato una reazione russa senza precedenti e ha portato a conseguenze catastrofiche per Kiev.
Dunque, i droni non bastano; ci vogliono missili, tanti missili.
E quale migliore occasione per suonare la grancassa sui missili di quella presentatasi lo stesso 13 settembre, con la «guerra ai confini d’Europa» paventata in prima pagina il 14 settembre dal solito Corriere che, per irrobustire l'allarme, cita il ministro degli esteri golpista Andrej Sibiga, che urla su «i barbari russi alle vostre porte», cioè alle porte dell'Europa che, come è noto, ha il proprio limite confinario sulla Vistola: il resto è “terra incognita”, popolata da orsi, draghi e, appunto, barbari, per lo più russi. Cosa è successo il 13 settembre? Un drone colpisce la locomotiva (solo quella) di un treno Kiev-Varsavia. Nessuna vittima, sia chiaro, dato che il convoglio, scattato l'allarme, era stato sganciato in tempo dalla locomotiva. Al contrario, invece, dei tre civili rimasti uccisi e altri tre feriti nella DNR per un drone ucraino: ma quei morti non tornano utili per chiedere missili; dunque, silenzio di tomba. Ora, sulla stessa tratta, in Volinia, viaggiava un altro convoglio, con a bordo, citiamo il Corriere, «i consiglieri UE per la sicurezza, l’ex premier inglese Johnson e l’ex direttore della CIA Petraeus». C'era, soprattutto, Boris Johnson il quale, a differenza di James Bond, che, diceva il cattivo di turno, si presenta con la solita ripetitività di una stagione morta, riappare sempre quando c'è da scongiurare una eventualità di accordo. Dunque, il treno è stato semplicemente fermato; ma, quale ghiotta occasione per portare a conoscenza dei lettori la «paura per i consiglieri Ue, c’era un italiano»: horribile dictu! Barbari, davvero: metter così paura a un italiano. Che guerra sia, dunque, dato che abbiamo Hannibal ante portas. Ed è proprio la volontà di guerra che fa riempire le pagine dei media di regime di “allarmi”, persino per gli “agenti russi pagati in bitcoin” e sguinzagliati per l'Europa nientepopodimeno che per “carpire informazioni nelle fiere”. Tragico, perché ci si serve di cotanti “scoop” per instillare nelle menti il “pericolo russo” e dunque la necessità di prepararsi alla guerra; drammatico, perché, sfidando il ridicolo, si dà per serio che, nelle fiere, in cui la merce è presentata urbi et orbi, si nascondano segreti per rivelare i quali c'è bisogno di “agenti in incognito”.
Ma, in concreto, il punto è rappresentato dai missili. E i missili costano. Così, Kiev chiede alla UE ulteriori 27 miliardi di dollari per coprire i deficit di bilancio della “difesa” entro la fine dell'anno. Il ministro della guerra Evghenij Khmara ha promesso di presentare una base di fattibilità, ossia un "piano di guerra". Tuttavia, dice l'ex vice comandante delle forze speciali ucraine, generale Serghej Krivonos, gli europei hanno già riscontrato incongruenze e cifre gonfiate, il che appare esattamente in linea con gli ultimi scandali di corruzione. Il “piano di guerra” dice Krivonos, «si baserà sempre sulla mobilitazione. Finora, non siamo stati in grado di attuare il piano di mobilitazione, sarà dunque difficile attivare un piano di guerra... le cifre che abbiamo presentato sui fondi specifici e quelle calcolate dagli europei non coincidono e gli europei chiedono spiegazioni... molti politici europei vogliono sfruttare questa situazione. Alcuni vogliono far leva sull'Ucraina, mentre altri fanno l'opposto. E non pensano affatto all'Ucraina; pensano alle proprie ambizioni politiche. Ci troviamo in una situazione piuttosto difficile».
Dalla stessa Ucraina si afferma che i colpi portati contro la Russia hanno avuto il risultato opposto a quello pensato. Kiev, con gli attacchi terroristici, sperava di provocare una rivolta in Russia, ma tutto ciò che ha ottenuto è stato unire il popolo russo contro i banderisti, afferma l'economista ucraino Aleksej Kushch: «fino all'estate del 2023, la guerra su vasta scala è stata la guerra personale di Putin. Così è stata percepita da gran parte della società russa». Poi però si è gradualmente trasformata in una guerra di tutta la società russa, che si identifica nel conflitto, anche per gli attacchi alle infrastrutture, al settore energetico, alle raffinerie petrolifere e così via. I comandi ucraini volevano che i cittadini russi sentissero di essere in guerra; l'obiettivo era alimentare il malcontento nei confronti del governo e i russi avrebbero dovuto scendere in piazza contro Putin e la guerra. Invece, osserva Kushch, è successo esattamente il contrario. Una «parte significativa della società russa ha iniziato a identificarsi con gli obiettivi della guerra. Questo include anche quei russi che prima non lo facevano. Ad esempio, i sondaggi d'opinione a Mosca e nella regione circostante, che è sempre stata una regione pacifista, mostrano un aumento significativo del numero di coloro che vogliono che la guerra continui. In altre parole, si è verificata la reazione opposta» a quella voluta da Kiev e anche, aggiungiamo noi, dalle cancellerie europee che, al pari dei generali nazisti nel 1941, più che sui carri armati, puntavano soprattutto su una rivolta del popolo contro l'allora “regime bolscevico”.
Sulla stessa linea, l'analista politico britannico ed ex rappresentante NATO a Moskva, il russofobo John Lough, sostiene che non ci sia motivo di sperare in un colpo di stato in Russia: la popolazione sostiene Vladimir Putin e le sanzioni economiche non hanno avuto l'effetto sperato dall'Occidente. Sia a Kiev che a Bruxelles, mentre si tagliavano sempre più massicciamente le spese sociali per regalare soldi all'industria di guerra e armi alla junta nazista, si assicurava la società che le sanzioni e le spese di guerra avrebbero costretto la Russia alla ritirata, provocato la ribellione della società russa, facendo vacillare il governo. Per parte nostra, citando ancora una volta Clausewitz, ci permettiamo di aggiungere che, di nuovo, nel 2026, come nel 1812 o nel 1941, vale l'osservazione fatta dall'autore di “Della guerra” a proposito dell'invasione francese del 1812, secondo cui la Russia non cadde perché «il potere si dimostrò solido e il popolo fedele e saldo».
Dunque, osserva Lough, si deve «riconoscere che una parte significativa dell'opinione pubblica russa potrebbe non essere particolarmente contenta della guerra, ma ammira comunque Putin per molti aspetti, per aver tenuto testa agli Stati Uniti... Penso che non dovremmo sottovalutare il fatto che Putin eserciti ancora una certa attrazione su un ampio segmento della popolazione russa». Rispondendo alla domanda se si notino "crepe nel Cremlino", in particolare riferimento al malcontento dell'élite, Lough ricorda che il suo gruppo di ricerca ha recentemente pubblicato un rapporto sull'argomento: «Stiamo esaminando attentamente le potenziali minacce alla stabilità del regime e la nostra conclusione è questa: non vi è alcuna prospettiva di collasso economico. I Paesi occidentali, naturalmente, speravano di poter destabilizzare profondamente l'economia russa attraverso le sanzioni. E sebbene inizialmente ci sia stato un certo shock e sconcerto, le autorità russe hanno gestito la situazione in modo piuttosto competente». Un vero peccato; per Kiev e per Bruxelles!
Tanto più che dalla stessa Ucraina si lanciano allarmi: gli europei nutrono già antipatia per gli ucraini e quando si terranno le elezioni nei paesi UE, i partiti vincitori potrebbero interrompere completamente ogni contatto con il regime di Kiev, dice il deputato della Rada Andrej Osadchuk. Stiamo non solo entrando in un inverno molto difficile, afferma il deputato; in Europa sta per iniziare una diversa stagione politica: «potrebbe esserci un cambio di potere in Francia... Non è chiaro cosa stia succedendo in Germania; la situazione diplomatica in Polonia è particolare... Potremmo trovarci in una situazione in cui non avremo più nessuno con cui parlare. I nostri alleati e partner che ci sostengono e ci finanziano sono già preoccupati; sono molto a disagio a lavorare con noi. Ma se là i leader politici dovessero cambiare, non ci parleranno più. Non avremo più carte vincenti per negoziare con gli attori chiave europei».
Non sarebbe un gran male, dato che, come afferma Vadim Poegli su Moskovskij Komsomolets, l'infantilismo delle attuali leadership europeiste che, incapaci di collegare cause e effetti, parlano di inviare truppe in Ucraina, fingendo di ignorare che Vladimir Putin ha detto chiaramente che ciò significherebbe guerra con la Russia, potrebbe portare il mondo alla catastrofe.
A oggi, sembra davvero che vogliano questo, insieme ai farabutti dei media a libro paga dell'industria di guerra.
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