di Sandro Luigi Marra*
La pratica dei matrimoni precoci, in molti luoghi del mondo era ed è ancora una pratica consuetudinaria, molto spesso non strutturata per legge o quasi. E’ una pratica antica oggi considerata aberrante, che in un lontano passato non volendo assolutamente giustificarla, forse e dico forse poteva anche avere in qualche modo un senso, legata perlopiù a tradizioni religiose o civili divenute consuetudinarie ed in tal modo più sentite e più addentro agli usi, costumi e tradizioni di comunità, popoli, e aree geografiche, o ad una aspettativa di vita un tempo molto bassa o anche ad una retorica a volte politica e nazionalista.
Potremmo anche dire che fin qui ci siamo, possiamo dire ad esempio che in Europa dal dopoguerra i paesi nel tempo hanno portato l’età legale per il matrimonio a 18 anni e da alcuni anni non esistono più le scappatoie di un tempo, quando era possibile il matrimonio a 16 anni in caso di gravidanza e con il consenso genitoriale. La normativa di divieto assoluto è nata anche dalle problematiche legate all’emigrazione, che in parte possono conservare nella “prima generazione” usi, costumi e consuetudine del luogo di origine, anche se i numeri sono estremamente bassi ma nell’ottica della negatività della pratica ben venga l’assolutismo legale in materia.
Il fenomeno in alcuni luoghi è dettato dalla povertà, da fenomeni di disagio sociale che spingono le famiglie a scelte purtroppo consapevoli ma aberranti ed orrende. Per rendersi conto della pratica, della stortura umana di questa riportiamo un breve racconto del 2015 di Farah Ayub autrice e collaboratrice dell’UNHCR l’agenzia delle nazioni unite per i rifugiati, conosciuta per i suoi resoconti dai campi profughi di Lahore in Pakistan, nati con l’invasione sovietica del 1979, e di fatto restati ed implementati per la guerra civile seguita alla ritirata di questi , la salita al potere dei Talebani e ancora implementata dall’invasione Statunitense; con questi ultimi si crearono all’estero 2,6 milioni di profughi ed altri 3,4 milioni interni al paese.
Concentriamoci intanto sul fenomeno afghano ma semplicemente perché è il più conosciuto e discusso.
Prima del 2001, il mondo ignorava ampiamente la condizione delle donne sotto il primo regime talebano (1996-2001). Con l'inizio della guerra nel 2001, l'amministrazione Bush e i media occidentali misero i diritti delle donne e la piaga delle spose bambine al centro della propaganda della coalizione, usandoli come forte giustificazione morale per l'intervento militare e per la "liberazione" del Paese con un Ma che poi vedremo. Con i reportage dai campi profughi del Pakistan in particolare quelli di Farah Ayub si compresero una parte dei motivi sociali ed economici della pratica: nel dicembre del 2015 ella così scriveva:
18 dicembre 2015
In una mattina di nebbia ai confine di Lahore, un gruppo di donne rifugiate afghane parla e scherza. La possibilità di esprimersi ed essere ascoltate costituisce un momento di spensieratezza per tutte, tranne una giovane donna che siede in silenzio tra loro. Gul Meena, 20 anni circa, indossa un vestito tradizionale afghano rosso e pesante, mentre tiene la sua bambina di 3 anni, Gulalai. Con i suoi occhi grandi color nocciola e i capelli rossi, la piccola Gulalai cerca di prendere qualche biscotto da sua sorella Hina di 8 mesi.
Le altre donne iniziano a canzonare Gul Meena perché dà alla luce una bambina all’anno. Una sostiene maliziosamente che Gul Meena e suo marito diano in sposa le loro bambine per ottenere i soldi per cibo e affitto. Gul Meena scoppia in lacrime mentre cerca di mantenere il sorriso. Suo marito ha venduto le loro figlie minori Laia, 7 anni, e Gulalai, 3 anni, per 2.000 dollari ognuna. Il futuro marito di Laila si è sposato già due volte e ha più di 45 anni, mentre il futuro marito di Gulalai ha 25 anni. Entrambe le bambine saranno ufficialmente date in spose a 10 anni, secondo la madre.
“Mio marito è tossicodipendente, non ho bambini per guadagnarci” ci dice Gul Meena. “Non abbiamo altra scelta che far sposare le nostre figlie per comprare da mangiare e avere un tetto sopra la nostra testa”. Mentre parla guarda Gulalai che siede felice mangiando biscotti e scherzando con la sorellina, inconsapevole di essere stata venduta e dichiarata sposata.
I matrimoni precoci sono comuni nella cultura degli afghani di etnia Pashtun. Tale pratica è accettata in termini socio-culturali e religiosi e nel diritto consuetudinario. Per questo, è una sfida difficile per gli operatori umanitari che si occupano della tutela dei bambini.
L’UNHCR conduce regolarmente degli incontri con le comunità di rifugiati per valutare in modo diretto quali sono i bisogni più urgenti delle persone e fornire assistenza quando è necessario.
Al momento, in Pakistan sono registrati circa 1.6 milioni di rifugiati afghani. Donne e bambine costituiscono il 47% del totale dei rifugiati in Pakistan. Le loro voci spesso non vengono ascoltate quando si tratta di prendere decisioni. Tra loro, il 23% delle ragazze ha meno di 18 anni.
La storia di Gulalai non è insolita tra la comunità Pashtun, dove è frequente sposarsi sotto ai 16 anni. Oltre a motivi culturali, un altro fattore che contribuisce a portare avanti la pratica dei matrimoni precoci è la povertà, che induce i genitori a concedere le proprie figlie per sanare debiti o risolvere faide familiari o tribali. Nelle situazioni peggiori, padri e fratelli tossicodipendenti vendono le proprie figlie e sorelle a uomini più anziani per grandi somme, come il marito di Gul Meena.
La famiglia di Gulalai ha sofferto quando suo padre , Samad Khan , è stato ricoverato in un centro di disintossicazione gestito da un partner dell'UNHCR. Una volta Samad Khan era un bravo tessitore di tappeti, e il personale dell’UNHCR ha parlato con una fabbrica di tappeti locale per consentire a Samad Khan di guadagnarsi da vivere dopo la riabilitazione.
"In circostanze come quelle della famiglia di Gulalai, non si tratta solo di un padre tossicodipendente e una madre impotente", sostiene Svetlana Karapandzic, una Protection Officer dell’ UNHCR a Islamabad.
"Riguarda più la mentalità e le pratiche culturalmente accettate anche se nocive." E’ necessario uno sforzo a lungo termine per creare consapevolezza in modo molto sensibile sui diritti dei bambini e le conseguenze a lungo termine su bambini, famiglie e comunità. L’UNHCR in Pakistan ha elaborato un piano di sviluppo della comunità in questo contesto di tre anni a più livelli da attuare attraverso le agenzie partner”.
Tra il 2014 ed il 2024 in Afghanistan ci sono state 1,4-1,5 milioni di spose bambine con una percentuale annua del 28-29% di queste che ammontano dunque a 140.000-150.000 all’anno. In Europa nello stesso periodo si contano un 9% di matrimoni prima dei 18 anni ed un 1% sotto i 15 anni, ma negli USA nel periodo 2000-2021 si sono sposati 315.000 minori la maggior parte dei quali ragazze sposate con uomini adulti, di questi 66.415 matrimoni sono avvenuti ad un’età o con una differenza di età tra i coniugi che sarebbe dovuta essere considerata un reato sessuale. E non sono episodi isolati di un passato remoto, ma storie che in certi angoli del Paese si sono ripetuti matrimoni con un minore di cui l’86% riguarda ragazze che hanno sposato uomini adulti. In molti Stati americani i rapporti sessuali con minori di sedici anni sono classificati come stupro, ma se esiste un matrimonio autorizzato da un giudice, quelle stesse condotte cessano di essere illegali. La licenza matrimoniale diventa dunque un vero e proprio lasciapassare per adulti che altrimenti rischierebbero anni di carcere, un paradosso che permette di trasformare l’abuso in matrimonio.
Elixabeth Alice Clement, storica delle donne presso l’Università dello Utah afferma che il sostegno al matrimonio precoce tende ad essere radicato in convinzioni conservatrici o religiose sulla sessualità prematrimoniale e sulla gravidanza. Il peso delle tradizioni religiose e culturali sono così forti da aver frenato in diversi stati qualsiasi riforma, come in Mississipi, New Mexico e Oklaoma. “In alcuni luoghi il matrimonio precoce persiste molto più a lungo che in altri più conservatori dal punto di vista religioso, perché le ragazze sessualmente attive o che rimangono incinte sono considerate una vergogna dalle loro famiglie”, afferma ancora Clement, “a volte capita persino che ragazze molto giovani vengano date in sposa a uomini che le hanno violentate legalmente, perché il sesso è considerato più problematico dello stupro stesso”.
L’ultimo decennio ha visto un’ondata di riforme dove 16 Stati ed il District of Columbia hanno introdotto divieti assoluti: il Delaware e il New Jersey hanno legiferato nel 2018, seguiti da Pennsylvania e Minnesota nel 2020, Rhode Island e New York nel 2021, Massachusetts nel 2022, Vermont, Connecticut e Michigan nel 2023, Virginia, Washington, New Hampshire e Washington D.C. nel 2024, Maine, Oregon e Missouri nel 2025, ed oggi in questi territori nessun minore può sposarsi, senza alcuna eccezione. Ma resta un’America parallela dove scorciatoie legali ancora sopravvivono, tanto che in quattro Stati i giudici possono autorizzare nozze anche prima dei sedici anni. In California ad esempio, Stato considerato tra i più progressisti, la legge matrimoniale non prevede una età minima assoluta, un minore può sposarsi se un tribunale dopo aver ascoltato i genitori e gli assistenti sociali concede la licenza.
In Mississipi lo statuto stabilisce i 17 anni per i maschi e 15 per le femmine ma il giudice può ulteriormente derogare in presenza di “buona causa”.
In New Mexico la legge vieta le nozze sotto i sedici anni, salvo autorizzazione del tribunale in caso di gravidanza o per regolare questioni di paternità, in pratica su autorizzazione del giudice anche una quattordicenne può sposarsi.
In Oklaoma il titolo 43 del codice matrimoniale consente eccezioni sotto i sedici anni se c’è una gravidanza o per cause di paternità.
In Ohio dal 2019 è consentito il matrimonio a 17 anni previo consenso del tribunale minorile e differenza di età non superiore ai 4 anni.
In Florida con la riforma del 2018 è possibile a 17 anni con l’autorizzazione dei genitori e del tribunale e limiti di età sul partner.
In Nevada dal 2019 l’eccezione vale solo per chi ha compiuto i 17 anni previo consenso del tribunale. Mentre in North Carolina e West Virginia i matrimoni a 16 e 17 anni sono consentiti solo con consenso parentale e stringenti limiti sulla differenza di età.
Alcuni Stati consentono matrimoni dai 15 anni con condizioni, altri solo dai 16 o 17 anni con severi filtri.
Così come in altre realtà del mondo il fenomeno negli USA in buona parte nasce da cicli di povertà che si trasmettono di generazione in generazione, i quali poi seguono la via di altissimi tassi di abbandono scolastico, esposizione a violenza domestica, a tassi di divorzio altissimi dove oltre il 70% dei matrimoni minorili termina con un divorzio entro pochi anni lasciando poi le giovani donne prive di strumenti economici e sociali per ricostruire la propria vita, innescando così un ciclo continuo quasi senza fine. Ai provvedimenti legali e di legge fanno eco le storie personali che hanno scosso l’opinione pubblica. Come quella di Sherry Johnson oggi attivista tra le più note e conosciute negli Stati Uniti contro le nozze precoci. La sua storia personale che condivide sistematicamente per diffondere la conoscenza sulla pratica dei matrimoni precoci è l’esempio del “ogni paese è mondo”; costretta a sposare il suo stupratore dai suoi genitori e dal tribunale che autorizzò il matrimonio trasformando un reato in una relazione, oltretutto egli era anche il diacono della sua chiesa in Florida. Dopo aver cresciuto 9 figli fino a 27 anni, Sherry si è poi dedicata quale attivista non solo negli Stati Uniti ma a livello globale contro l’aberrante abuso dei matrimoni precoci.
E dunque concludendo possiamo sintetizzare bene il paradosso del MA; ovvero che nel Paese che più di ogni altro si proclama difensore dei diritti umani, una bambina può ancora essere costretta a diventare sposa.
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