Il valore spartiacque della crisi greca 10 anni dopo



di Paolo Desogus*


A dieci anni dalla crisi greca che bilancio possiamo trarre da quei fatti? Quali considerazioni sull'Europa e sull'UE possiamo formulare? Per quanto mi riguarda la crisi greca ha avuto un valore spartiacque. Da quel momento ho smesso di credere nell'UE. I miei dubbi risalivano per la verità agli anni Novanta e alle discussioni interne a Rifondazione comunista, all'epoca molto critica verso l'Unione. L'UE è poi però parsa come un campo di lotta che avrebbe potuto unire le sinistre dei vari paesi e trasformare quello che è stato un progetto essenzialmente neoliberista in uno spazio per un nuovo socialismo.

La crisi greca ci ha mostrato un'altra realtà. L'UE non ha mai dato vita ad alcuna battaglia unificata delle classi lavoratrici. Nessun operaio di Ruhrgebiet ha mai scioperato per le condizioni degli operai di Mirafiori. Rispetto agli ultimi due secoli mai come negli ultimi 30 anni le classi lavoratrici sono state così divise, così frammentate, così piegate a battaglie di corto respiro, prive di aspirazioni generali. La classe operaia che per un marxista è la classe che liberando se stessa libera il mondo intero è quella che più di ogni altra ha subito questa regressione provincializzante. Sembra infatti un paradosso, ma l'UE ha tolto ogni aspirazione internazionale alla lotta politica.

La crisi greca e il colpo di mano autoritario dell'UE - che andrebbero studiati con la stessa perizia con cui si studia la marcia su Roma - hanno in questo quadro segnato un punto di svolta. Il potenziale di lotta da cui sarebbe dovuta nascere una reale cittadinanza europea è franato di fronte agli egoismi di pochi stati e in particolare della Germania, della Francia e in parte dell'Italia che hanno tratto guadagni enormi dalla crisi di Atene.

A questo si aggiunge un dato politico. Le mosse scellerate di Schoeble e di Merker hanno rappresentato un monito per tutte le sinistra del continente. Il tentativo di Syriza di resistere all'offensiva repressiva e antidemocratica dell'UE in nome dell'ideologia dell'austerity ha di fatto messo fuori gioco qualsiasi politica di sinistra. Oggi, non dico l'aspirazione a un'economia di piano, ma persino gli ideali blandamente socialdemocratici sono stati banditi. Un qualsiasi partito di sinistra, dotato di un programma non leninista ma keynesiano, che dovesse vincere le elezioni politiche verrebbe preso d'assalto al primo tentativo di riforme con la stessa violenza subita da Tsipras. A questo proposito, data la sproporzione nei rapporti di forza, non credo che porti a molto fare l'elenco degli errori del leader greco e di Varoufakis. Per affrontare l'UE ci vuole un genio della politica. E io di Lenin in giro non ne vedo.
Ora, naturalmente, un po' con lo stesso riflesso automatico che porta a considerare le polemiche contro la Nato come una prova di putinismo o le condanne verso Israele come una forma di antisemitismo, c'è chi legge ancora le critiche all'UE come la prova provata di sovranismo, rossobrunismo ecc. ecc. Che le agenzie da cui promanano questi termini siano le stesse che difendono il genocidio di Gaza sfugge a molti di questi paladini dell'europeismo che predica il sogno di un continente liberato dal peso degli stati nazione lungo un cammino che dovrebbe portarci all'internazionalismo.

Ebbene, bisognerebbe far osservare che il capitalismo non ci regalerà mai l'internazionalismo. Solo il socialismo, solo l'aspirazione al controllo dell'economia da parte delle classi lavoratrici può portare al socialismo. L'UE al contrario non aspira a nulla di tutto questo. L'UE, abracadabra, è il territorio degli stati nazione. È il campo di competizione tra stati regolata da rapporti di potenza e temperata, a seconda dei casi (i paesi europei non godono degli stessi diritti), dai trattati. Nulla in Europa spinge verso l'unificazione sociale e politica. Non esiste un documento, un solo progetto politico in discussione che vada in quella direzione. L'idea stessa di una riforma dei Trattati è chiacchiera da giornali. Del resto anche il riarmo europeo va in favore degli eserciti nazionali. Nei palazzi di Bruxelles non c'è da nessuna parte mezza riga che prefiguri la costruzione di un esercito unitario. Nessuna Europa potrà dunque nascere dalle istituzioni che hanno prodotto la crisi greca e che ora giustificano i crimini a Gaza.

Come andrà a finire? Il pericolo sovranista è inesistente. Le estreme destre somigliano tutte a quelle di Giorgia Meloni. Il ritorno allo stato nazione fuori dall'UE non è nel programma di nessuna forza politica realmente in grado di vincere le elezioni. L'UE resisterà fino a quando sarà in grado di assorbire le contraddizioni interne. La mia ipotesi, per quel che può valere, è che non cesserà di esistere per volontà politica.


*Post Facebook del 5 luglio 2025

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