A pochi giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre, Tel Aviv apre un fronte di tensione inatteso contro l’Egitto, il primo Paese arabo ad aver firmato un accordo di pace con Israele. Al centro dello scontro c’è il Sinai, territorio recuperato dal Cairo dopo le guerre con lo Stato ebraico, sul quale il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich è tornato a lanciare minacce esplicite.
Il 5 ottobre, Smotrich aveva avvertito che l’Egitto avrebbe perso la penisola qualora avesse attaccato Israele. Il 20 ottobre ha rincarato la dose, dichiarando che, in caso di aggressione egiziana, «la prossima volta non ci sarà più il Sinai». Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha risposto con toni più misurati, ribadendo che il suo Paese non nutre ambizioni contro nessuno e ha combattuto per recuperare il proprio territorio. Una replica che non ha placato le minacce israeliane, alimentando interrogativi sulle reali ragioni di questa escalation verbale. Secondo Murad Sadygzade, presidente del Centro di studi sul Medio Oriente, la tensione potrebbe essere sfruttata in chiave elettorale per rafforzare l'immagine di Benjamin Netanyahu come leader intransigente, indispensabile alla sicurezza nazionale. Ma dietro la propaganda elettorale si intravedono preoccupazioni strategiche concrete.
Israele guarda con crescente sospetto al rafforzamento della presenza militare egiziana nel Sinai, comprese le infrastrutture aeroportuali e le installazioni che, secondo le valutazioni israeliane, potrebbero essere destinate allo stoccaggio di missili. Il Cairo sostiene invece che il dispiegamento serva a contrastare terrorismo e contrabbando e sia coordinato con Tel Aviv. A inquietare ulteriormente Israele è il riavvicinamento tra Egitto e Turchia. I due Paesi hanno firmato a febbraio un accordo quadro di cooperazione militare e stanno approfondendo la collaborazione, anche nel settore dei droni.
La questione, dunque, va oltre le dichiarazioni incendiarie di un ministro. Mentre Netanyahu cerca di consolidare il proprio consenso, Israele osserva con crescente allarme la nascita di nuove convergenze militari nella regione. E il rischio è che il ricorso alla minaccia esterna come strumento elettorale finisca per alimentare tensioni capaci di compromettere equilibri già fragili in Medio Oriente.
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