Italia paese arretrato e in crescente affanno, l'impietosa fotografia dell’Ocse

di Federico Giusti

Il concetto di resilienza inizia a materializzare una condizione esistenziale passiva, di subalternità perché nei fatti non permette di cogliere appieno la drammaticità della condizione sociale in cui ci troviamo.

Siamo giunti a queste conclusioni leggendo i primi risultati del rapporto Ocse che in sostanza parla di resilienza dei mercati del lavoro pur ammettendo segnali di arretramento con il tasso di disoccupazione rimasto invariato rispetto al 2024 (ossia il 4,9%) ma con due novità allarmanti: la decelerazione della crescita e le crescenti difficoltà a reperire in molti settori manodopera specializzata fino alla riduzione delle ore lavorate.

L’Italia in quali condizioni di salute si trova? Non ci sono dati tali da farci asserire che il nostro paese se la passi meglio o peggio di altri, semmai ci sono alcune caratteristiche italiche a venire a galla con alcune problematicità come la scarsa mobilità sociale. Dal 2022 la crescita economica è in continuo calo pur crescendo il numero degli occupati; tuttavia, i dati della primavera di questo anno parlano di una ripresa del tasso di disoccupazione che negli ultimi tre anni era comunque diminuito. L’Italia presenta più occupati di 5 anni fa ma il suo tasso di disoccupazione è maggiore (siamo al 6,5%) della media dei paesi Ocse (il 4,9%).

Come letto in altre analisi statistiche sono gli uomini e le donne sopra i 55 anni a trainare l’economia e l’occupazione, rispetto ad altri paesi Ue i giovani hanno minori opportunità e spazi, il nostro tasso di occupazione è superiore di quasi 8 punti in percentuale rispetto alla media Ocse.

Di chi sono le responsabilità di questa situazione? Di tutti i governi via via succedutisi, e quindi non solo della Meloni, di politiche errate come quelle degli sgravi fiscali, della precarietà, delle delocalizzazioni e dei bassi salari. I paesi in crisi sono proprio quelli che hanno meno investito in formazione, processi innovativi e welfare.

I salari reali intanto crescono nei paesi dell’OCSE ma sono ancora al di sotto dei livelli del 2021, eppure è proprio l’Italia a registrare la erosione del potere di acquisto maggiore dei salari, quelli di oggi sono inferiori di circa il 7,5% rispetto al 2021 ma la perdita è iniziata quasi 40 anni or sono e tutte le politiche fiscali, salariali, gestionali non hanno arrestato il declino.

In estrema sintesi:

  • la perdita del potere di acquisto è dovuta a tre fattori: inflazione, assenza di meccanismi che adeguino i salari al costo della vita, dinamiche contrattuali decisamente al ribasso, regole inique che decretano rinnovi dei contratti nazionali in costante perdita. I tempi di rinnovo dei CCNL sono poi troppo lunghi ma l’importo della indennità di vacanza contrattuale è un’autentica miseria.
  • Aumenta l’aspettativa di vita e si posticipa l’età pensionistica in tutti i paesi Ocse ma alcune nazioni sono decisamente avanti e proiettate verso i 70 anni come fatidica soglia per l’assegno previdenziale. Diminuendo gli occupati anche la crescita del Pil sarà più contenuta, Poi ci sono paesi nei quali il calo demografico e degli occupati sarà particolarmente preoccupante e l’Italia è appunto tra questi. Sarà determinante accrescere la produttività che in Italia invece è stagnante perché collegata in molti settori non a processi innovativi e tecnologici ma alla riduzione del costo del lavoro. E la scarsa mobilità sociale da tempo rappresenta un campanello di allarme inascoltato
  • Se in Italia la occupazione cresce soprattutto tra i 50 e i 60 anni vuol dire che si investe poco e male nei processi formativi e anche questo rappresenta un grosso limite
  • Non solo innalzeranno verso i 70 l’età della pensione ma renderanno sempre più difficile e penalizzante l’anticipo dell’uscita dal mondo del lavoro cercando di promuovere una sorta di mix tra reddito da lavoro e da pensione, un po’ come accade in molti paesi Ocse nei quali si continua a lavorare anche dopo la pensione

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