di Cristiano Sabino
Nel saggio intitolato "La discriminante democratica" ( https://sardegnamondo.eu/2026/05/31/la-discriminante-democratica/ ), pubblicato sulla piattaforma SardegnaMondo, lo storico e attivista per l’autodeterminazione Omar Onnis scoperchia il vaso di Pandora e si chiede come sia possibile che all’interno delle «varie sensibilità di sinistra e dell’indipendentismo sardo» , che concordano su diverse questioni e che svolgono un ruolo critico verso “l’ordine presente delle cose”, sia emerso un dissenso radicale sulla questione ucraina.
Conosco Omar, ho pubblicato libri e collettanee insieme a lui, ho fondato con lui e altri il collettivo di ricerca decoloniale Filosofia de Logu, inoltre collaboriamo nella redazione del giornale S’Indipendente e alla realizzazione di eventi di studio sulla storia della “Sarda Rivolutzione”.
Il suo articolo ha il merito di sollevare con schiettezza un problema di cui solitamente si evita di discutere e lo fa, come suo solito, in maniera cristallina.
Cercherò di analizzare le sue ragioni e di rispondere alle domande che pone perché siano chiariti una volta per tutti i nodi della questione. Perché su una cosa concordo con Omar e cioè sulla necessità di «chiarire quali siano gli obiettivi, l’orizzonte a cui si tende. Cosa si vuole, dove si vorrebbe andare a parare».
Iniziamo.
La «nostra» democrazia?
Se la tesi che sostiene l’autore fosse vera sarebbe tutto più facile e il mondo sarebbe molto migliore di com’è. Ma purtroppo è una tesi falsa o – se preferiamo usare un linguaggio più appropriato – si tratta di un sillogismo valido solo formalmente ma non vero.
La tesi di Onnis può essere riassunta così: nel contesto dell’Unione Europea e nella stessa UE vige la democrazia. Si tratta di una forma di democrazia criticabile e migliorabile, ma è pur sempre meglio dei regimi non democratici.
Attenzione, perché quando Onnis parla di democrazia, non parla delle costituzioni antifasciste statali (come nel caso di quella italiana) nate dalla Resistenza antifascista, ma si riferisce chiaramente ad una dimensione extra statale. Questo è il primo scalino del suo ragionamento. Se Onnis si fosse riferito alle democrazie nate dalla resistenza, fondate sulla sovranità popolare e sulla sconfitta militare del fascismo, il discorso avrebbe avuto un suo senso anche se dal mio punto di vista non condivisibile, in quanto quella forma di democrazia e sovranità inibisce la democrazia e la sovranità del popolo sardo (v. art. 5 della Costituzione Italiana). Ma tutti i riferimenti alla democrazia che fa Onnis riguardano la sfera europea e questo lo esplicita in diversi passaggi, ma in particolare nel seguente:
«Gli stati nazione di matrice otto-novecentesca sono un relitto storico da abbandonare al più presto. Sono una zavorra che sta facendo affondare la nave»
Condivido con Onnis la prospettiva dell’autodeterminazione dei popoli e anche la repulsione verso gli stati nazione di matrice ottocentesca che l’autodeterminazione la negano. Ma credo che il punto di dissonanza sia il seguente e cioè quando Onnis si lascia andare alla speranza (a mio parere del tutto illusoria) che la UE possa essere riformata in senso democratico, popolare e addirittura che possa essere il luogo in cui fare emergere le istanze delle nazioni senza stato:
«L’UE fa schifo? Benissimo, trasformiamola in una vera confederazione democratica di popoli liberi, pacifici e collaborativi. (…) Chi attacca l’UE invece, anche da sinistra, di solito non chiarisce quale sia il proprio obiettivo. A me sembra spesso che coincida pericolosamente con quello delle destre nazionaliste e oscurantiste: un ritorno agli stati-nazione di matrice otto-novecentesca, autoritari al proprio interno e tutti in competizione tra loro all’esterno. Una vera genialata».
Eppure che il processo di integrazione europea avrebbe portato solo nuovi guai ai popoli compressi dagli stati nazione l’aveva capito benissimo già negli anni ’60 del Novecento il fondatore dell’indipendentismo moderno, l’architetto algherese plurilinguista Antoni Simon Mossa. In diversi passaggi Simon Mossa individua lucidamente la tendenza degli Stati Europei a concentrarsi in un vertice oligarchico e affaristico che avrebbe costituito una seconda gabbia per le comunità nazionali non riconosciute.
In “Ragioni dell’indipendentismo” Simon Mossa focalizza la questione con una lucidità e una lungimiranza impressionanti, mettendo in luce come «la forma attuale del Federalismo Europeo» sia «un “sistema chiuso”, una concentrazione di “nazionalismi” ove non vi è posto per le etnie, come non è posto per una nuova struttura sociale. È il federalismo di vertice, una sorta di consorzio di proprietari. È il federalismo che esclude un dialogo aperto con l’Oriente Europeo e con il Nord Europa come con il Sud Mediterraneo (Medio Oriente e Africa Settentrionale)».
Simon Mossa aveva capito che il processo di integrazione europea non avrebbe ostacolato soltanto l’autogoverno degli stati, ma anche e soprattutto delle «comunità marginali, che sono i diversi “mezzogiorni” d’Europa, favorendo le grosse iniziative imperialistiche di neo-colonialismo e di dominio commerciale e industriale» diventando infine un «consorzio di ricchi che diventeranno sempre più ricchi a danno dei popoli marginali che diventeranno più poveri».
La storia dimostra che Simon Mossa aveva ragione. Basta fare l’esempio del tentativo catalano di esercitare il diritto all’autodeterminazione. Ero in Catalunya tra fine settembre e inizio ottobre 2017, in occasione del referendum per l’indipendenza, e posso assicurare quanto diffusa e genuina fosse la convinzione che “mamma Europa” sarebbe intervenuta per obbligare la Spagna a far «rispettare la democrazia». Non c’è bisogno di raccontare come sia andata a finire. Il referendum ottenne una maggioranza schiacciante e votò per il “si” il 90,18%. Ovviamente la “democrazia” europea fece cordone per difendere l’unità statale della Spagna. Evidentemente la sensibilità per l’autodeterminazione dei popoli che le elites europee avevano sbandierato una ventina di anni prima quando si trattava di smembrare la Jugoslavia o che era stata usata come arma retorica per sostenere i bombardamenti su Bagdad era andata scemando.
Inoltre dobbiamo chiederci cosa ci sia di così democratico nell’Unione Europea. A parte infatti un parlamento completamente inutile da un punto di vista politico, le decisioni importanti in Europa vengono prese da organismi non eletti da nessuno, come la Commissione Europea. Basta vedere l’intensificarsi degli incontri che la commissione ha svolto con i lobbisti delle armi (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/03/07/lassalto-allunione-europea-dei-lobbisti-della-difesa-18-incontri-con-i-commissari-in-tre-mesi-e-budget-aumentato-del-40-in-un-anno/7902726/ ) per comprendere la vera natura di questa “democrazia”.
Oggi il tema è il riarmo – e ci torneremo a brevissimo – ma qualche anno fa non andava di certo meglio. Ai tempi dell’austerity imperava la troika e la troika era guidata dai ministri delle finanze e in particolare dal ministro delle finanze tedesco. O c’è bisogno di ricordare la fine che la UE fece fare alla Grecia? Studi seri hanno dimostrato come l’austerità imposta dalla UE abbia prodotto in Europa gli stessi effetti di una guerra (https://www.eunews.it/2016/06/24/lausterita-uccide-lallarma-della-banca-di-grecia-sistema-sanitario-al-collasso/ ), determinando un aumento netto di mortalità infantile (+ 50%), di malattie croniche (+ 24%), di nascite sotto peso (+19%), ecc..
Abbiamo scordato che il “piano di salvataggio” (memorandum della Troika) stilato dai creditori internazionali (Commissione Europea, BCE e FMI) in cambio di nuove misure di austerità, cioè di svendita dei diritti sociali e di privatizzazioni selvagge del patrimonio publico, venne imposto dall’alto in barba all’esito del referendum del 5 luglio 2015 dove il no al ricatto europeo vinse con una netta maggioranza di voti (61,3%)?
Il debito ammontava a 295 miliardi di euro. Oggi la UE, con il piano di riarmo, ne sta bruciando quasi tre volte tanto. Ma torneremo sul punto.
C’è bisogno di ricordare il voltafaccia di Tsipras del suo partito Syriza nell’estate 2015, di ritorno dall’incontro a porte chiuse i vertici della Troika, e della sua firma al memorandum capestro con l'Unione Europea, che l'elettorato aveva appena respinto tramite il referendum popolare?
Siamo così sicuri che UE faccia anche minimamente rima con democrazia?
Non sono un fan degli stati-nazione e nemmeno della costituzione repubblicana italiana, ma se si vuole parlare di democrazia, non credo che infilare la testa tra le fauci di un leone affamato – per usare una famosa immagine storiografica – sia la soluzione migliore.
Di quale democrazia parla Onnis? Non di quella di stati sovrani nati dalla resistenza antifascista. Da anticolonialista sardo credo che la Costituzione del ’48 vada superata in senso sovietico, e cioè attraverso la conquista del diritto all’autodeterminazione nazionale per le colonie domestiche (tra cui ovviamente è da annoverare la Sardegna). Ma Onnis si riferisce ad un altro tipo di “democrazia”, che, come si vede, è alquanto poco “democratica”. Che le cose stiano così lo dimostra il fatto che in diversi passaggi Onnis si riferisca a questo sistema con l’aggettivo possessivo della prima persona plurale (“nostra”):
«la legittima critica alle nostre scalcagnate e sofferenti democrazie porta molta militanza a desiderare che esse siano distrutte»; «Non sono disposto a rinunciare alla nostra faticosa e decadente democrazia»; ecc...
In che modo potremmo identificarci con un’unione che ha permesso l’arresto di presidenti di associazioni culturali e tollerato l’esilio di leader politici e militanti? Dove sono le sanzioni contro la Spagna che ha inviato la polizia a massacrare i cittadini catalani che votavano il 1 ottobre del 2017? In che modo potremmo identificarci con chi ha costretto i greci a privatizzare porti, aeroporti, a smantellare la sanità pubblica e di fatto ha calpestato la volontà popolare di un popolo ridotto letteralmente alla fame? In che modo potremmo sentire nostre “democrazie” come quelle dei paesi baltici che scalpitano per fare la guerra alla Russia e che abbattono le statue dedicate all’Armata Rossa che ricordano la resistenza sovietica al nazi-fascismo?
Onnis della UE critica solo l’Ungheria di Orban (che fra l’altro ha perso le elezioni e non mi sembra ci sia stato alcun colpo di stato), ma si dimentica i paesi baltici e soprattutto la Polonia che ha messo al bando il partito comunista e persino le bandiere rosse (https://storiainrete.com/comunismo-al-bando-in-polonia-vietate-le-bandiere-rosse/ )? L’UE ha alzato le barricate contro questo revisionismo storico e quest’onta alla democrazia e all’antifascismo? Ma che, il Parlamento europeo ha accostato i simboli di comunismo e nazismo ( https://fondazionefeltrinelli.it/scopri/la-comparazione-impossibile-sulla-risoluzione-del-parlamento-europeo/ ).
O si vuole parlare della Francia e della sua forma di democrazia presidenziale più vicina ad un’oligarchia assolutista che ad una democrazia? Dell’Italia inutile parlare, soprattutto dopo l’ennesimo pacchetto sui decreti sicurezza.
No, quella della UE non è la mia democrazia!
La gherminella di Onnis consiste inoltre nel rimuovere del tutto la questione del “vincolo esterno” in cui consiste in tutto e per tutto il processo di integrazione europea. Invece di sviluppare una postura diplomatica autonoma – come vagheggiano i sostenitori dell’Europa dei popoli - l'Unione Europea ha storicamente interiorizzato la logica del "vincolo esterno". Questa categoria concettuale, originariamente formulata dall'economista e politico Guido Carli per descrivere l'auto-dichiarata incapacità delle classi dirigenti italiane di governare i propri processi interni senza la disciplina di un patronato esterno, può essere estesa all'intero comportamento geopolitico di Bruxelles. L'Europa ha rinunciato a esercitare una propria sovranità politica estera, delegando la propria sicurezza collettiva alla NATO e accettando una strutturale asimmetria decisionale che la subordina alle priorità strategiche di Washington, oggi sempre più focalizzate sul contenimento della Cina nell'Indo-Pacifico. Oggi questo processo emerge chiaramente con le scelte scellerate del ReArm Europe, con il brutto affare del sabotaggio terroristico ai danni di una fondamentale infrastruttura europea, il Nord Stream 2 e con la subalternità scandalosa della UE ai diktat statunitensi su sanzioni, pil del 2% in armi, acquisto del carissimo, inquinante e pericoloso GNL americano.
Di tutto questo si può parlare o ciò rientra tra le «inservibili categorie analitiche che potevano avere senso nel corso della Guerra fredda», che poi è l’argomento d’ordinanza che si suole usare quando si solleva la questione dell’antimperialismo e del no alla guerra?
Alla luce di quanto accaduto a Gaza (anche se secondo me era tutto chiarissimo anche ben prima del genocidio) parlare di «nostra faticosa e decadente democrazia» è pura cortina fumogena!
La credibilità delle istituzioni multilaterali e del diritto internazionale si trova oggi in una crisi di fondamenti senza precedenti, minata dalla sistematica applicazione di doppi standard da parte delle potenze occidentali (UE in prima fila) che si proclamano custodi dell'ordine globale. Come evidenziato da numerose organizzazioni per i diritti umani e analisti del Global South, la rapidità e l'intransigenza giuridica con cui l'Occidente ha mobilitato le istituzioni internazionali per condannare l'aggressione russa in Ucraina, stride drammaticamente con il silenzio, la complicità attiva e l'ostruzionismo diplomatico manifestati di fronte al massacro sistematico della popolazione civile a Gaza.
Altro che federazione dei popoli europei caro Omar!
Il punto quindi mi sembra questo: non si tratta di «rivendicare più democrazia», bensì di gettare le basi per costruire un movimento che finalmente fondi la democrazia. Ma questo non potrà avvenire certo sulla base di una costruzione che nasce a-democratica come il progresso di “integrazione” europea che di fatto ha fatto nascere una mega colonia al servizio dell’orrore del nostro tempo che – a conti fatti – non ha nulla da invidiare al vecchio colonialismo e perfino ad altri regimi che hanno segnato col sangue e con l’infamia la storia del Novecento.
La «grammatica» dell’ aggredito e dell’aggressore
Veniamo all’Ucraina. Onnis non usa mai il classico leit motiv «c’è un aggredito e c’è un aggressore!», ma il succo delle sue argomentazioni sulla guerra in Ucraina non si discosta di un palmo dalle classiche categorie interpretative degli ideologi anti Russia.
Per lui la questione Ucraina ha fatto emergere la frattura più grande all’interno della sinistra e del movimento per l’autodeterminazione. Ed ha ragione.
Onnis si stupisce come «persone che definirei senza problemi “compagne”» abbiano «sposato convintamente la causa della Federazione russa e del suo regime autoritario e oscurantista, sorvolando sulla sproporzione di forze e sulla circostanza oggettiva che la Russia ha attaccato uno stato sovrano per sottometterlo alla propria volontà».
Condivido lo stupore, ma del tutto rovesciato.
Intanto segnalo che soltanto una piccola parte delle persone critiche con l’invio di armi all’Ucraina, con la politica delle sanzioni alla Russia e con l’ondata di russofobia dilagante che è arrivata a giustificare l’esclusione di atleti e intellettuali, sostiene Putin o Russia Unita.
Entrando nel merito ho seguito la questione ucraina e le mobilitazioni nel Donbas, quindi so di cosa parlo. Nel 2014 organizzammo anche un evento con il giornalista Marco Santo Padre a Sassari con il Fronte Indipendentista Unidu e già allora si parlava di «lotta per l’autodeterminazione del Donbas» e di «tendenza alla guerra» dell’occidente collettivo, evidenziando tutti i chiari marcatori delle numerose ingerenze occidentali nell’area.
Onnis cerca abilmente di far passare il messaggio che chi sia del tutto critico con il “sistema mondo” occidentale fino a sostenere che in effetti, anche nel caso specifico della tensione tra Ucraina e Russia, siano evidenti disegni destabilizzanti, flussi costanti di denaro, ingerenze sistematiche da parte occidentale (e specificatamente nord americana), fino ad arrivare a vere e proprie manipolazioni e perfino a colpi di stato bianchi ottenuti mediante “rivoluzioni colorate”, sia fondamentalmente un supporter di «regimi terribili come quello siriano degli Assad o quello nord-coreano».
Se guardiamo indietro alla storia degli ultimi quarant’anni, cioè dal crollo del muro di Berlino in poi, emerge sempre lo stesso schema: In un dato luogo del pianeta che l’opinione pubblica occidentale a stento conosceva, scoppia un caso politico, umanitario, sociale. Poi parte il tam tam mediatico e si mette in moto la macchina della propaganda. Infine si armano i caccia o addirittura si pianificano e realizzano invasioni. Che sia la “causa di autodeterminazione” del Kuwait o del Kosovo o i diritti civili delle donne e dei giovani iraniani, la sempre sacra mancanza di democrazia a Cuba e in Venezuela o la “voglia di Europa e di occidente” della gioventù ucraina e georgiana non fa alcuna differenza. Qualunque sia la causa essa trova sempre orecchie ben attente nei salotti buoni della stampa mainstream occidentale, specie tra le file dei cosiddetti “progressisti”. È così che si forma la sacra alleanza tra democratici e lobbisti delle armi, tra intellettuali ribelli e propagandisti di guerra che preparano l’opinione pubblica alle cure da cavallo messe poi in pratica dagli esecutivi nordamericani ed europei. Successivamente arrivano le sanzioni (contro il popolo), i carichi di armi pronte all’uso per fomentare la guerra civile e perfino bande di mercenari, terroristi e tagliagole (come accadde per esempio in Siria con la cosiddetta “opposizione democratica” velocemente trasformatasi in ISIS) e – quando tutto ciò non basta – scatta l’intervento armato diretto (Iraq, Afghanistan, Libia, Venezuela, ecc..).
Ovviamente i diritti civili, la democrazia, l’emancipazione delle donne, i valori occidentali svaniscono come neve al sole quando a calpestarli sono petro-monarchie come appunto Kuwait, Arabia Saudita, Qatar o l’ “unica democrazia del Medio Oriente”: Israele.
Anche un bambino riuscirebbe ad unire i puntini. Perché i nostri intellettuali sardi per l’autodeterminazione (Onnis non è ovviamente il solo) non colgono il nesso?
Qui s’appunta il mio stupore, perché sono persone con cui ho condiviso e condivido in alcuni casi tutt’ora percorsi e proprio non riesco a capire come possano prestare il proprio spessore intellettuale a queste strategie funzionali al mantenimento o addirittura all’espansione dell’egemonia occidentale che si regge sul ricatto economico, sull’uso su larga scala della violenza e sulla manipolazione dell’opinione pubblica.
Mi stupisco del fatto che un teorico dell’autogoverno sardo possa parlare di autodeterminazione appellandosi ai diritti violati di «uno stato sovrano» che al suo interno ha almeno due popoli. Parliamo pure dell’autodeterminazione degli ucraini dell’ovest aggrediti (dopo molti anni di guerra civile e dopo sistematiche violazioni degli accordi di Minsk 1 e 2 da parte del regime di Kiev), ma parliamo anche – se siamo per l’autodeterminazione dei popoli e non solo degli «stati sovrani» – dei diritti violati dei cittadini russofoni a cui è stato sistematicamente privato il diritto di parlare la propria lingua e che a un certo punto, dopo la strage di Odessa (2 maggio 2014), hanno compreso che dentro lo stato unitario ucraino non avrebbero più avuto né diritti civili né sicurezza e allora hanno impugnato le armi, ben prima che subentrasse l’esercito russo.
La risposta al perché questi intellettuali che da anni insistono sui temi della pace, della giustizia sociale, dell’autodeterminazione cadano oggi con così grande facilità nella rete della retorica imperiale va ricercata indietro nella storia. Anni fa lessi in lingua originale le carte del dibattito interno alla Socialdemocrazia tedesca in occasione della votazione al Reichstag dei crediti di guerra (prima guerra mondiale) e mi stupii di apprendere come dirigenti del movimento operaio che avevano predicato internazionalismo e pacifismo, fino al giorno prima, insistessero sulla necessità di “sconfiggere l’autocrazia degli Zar per fare trionfare la democrazia”. Specularmente in Francia, in Italia e altrove emergevano posizioni di ex pacifisti che condannavano l’invasione del “Belgio neutrale” e che sostenevano la necessità di intervenire nel conflitto per questioni di giustizia, per salvare il diritto, addirittura per rendere protagonista il proletariato. Fra questi un socialista massimalista, Benito Mussolini, che pochi anni prima aveva avversato l’intervento in Libia, ma che ora si gettava nella mischia interventista intuendo che si sarebbero aperti spazi per fare il grande salto. Sappiamo come è andata a finire.
A soccorrerci interviene il concetto di "grammatica politica" nel pensiero del filosofo Davide Tarizzo. Tarizzo – sulla base degli studi su Lacan – ha scoperto che in noi agiscono delle strutture e dei fondamenti inconsci della democrazia moderna. Nel suo saggio Political Grammars: The Unconscious Foundations of Modern Democracy, Tarizzo sostiene che non sia possibile comprendere a pieno il potere politico basandosi solo sulle tradizionali categorie giuridiche, economiche o etiche. Le grammatiche politiche operano come le regole del linguaggio: strutturano il modo in cui i soggetti collettivi agiscono e si formano.
Senza addentrarci dentro questo tema, ho il sospetto che ciclicamente nelle élites progressiste, democratiche, perfino socialiste, agiscano insospettabili grammatiche imperiali, coloniali, persino a dispetto della collocazione soggettiva di chi le agisce. Io credo che esista una grammatica della guerra giusta, della superiorità europea, una grammatica della superiorità dei valori e dei sistemi occidentali e perfino una grammatica della “nostra democrazia” . Queste grammatiche – non per forza in quest’ordine o in filiera – agiscono anche nell’opera di chi avrebbe il compito di decostruirle.
Il «feticcio della NATO»
Ma torniamo alle argomentazioni di Onnis contro la sinistra e gli indipendentisti “non democratici”. Mi ha colpito il fatto che Onnis, in diversi passaggi, parli di «feticcio della NATO»:
«c’è il solito feticcio della NATO ad aleggiare su tutta la faccenda. Se l’Ucraina vuole entrare nella NATO (cosa del tutto lontana dalle agende dei paesi coinvolti, in realtà) e nell’UE (accomunata, non si sa in base a cosa, alla NATO come entità malvagia da combattere) allora vuol dire che è *nostra* nemica».
Fermiamoci un attimo su questo.
La NATO non è un feticcio. È un alleanza militare potentissima, nata per difendere il cosiddetto “mondo libero” (cioè il capitalismo e l’imperialismo) dall’espansione socialista. Una volta crollata l’Unione Sovietica la NATO avrebbe dovuto sciogliersi. Ma ciò non solo non è accaduto, al contrario la NATO ha galoppato verso est, in una folle corsa, arrivando a lambire i confini della Federazione Russa.
Ricordo 25 anni fa, quando in molti siamo scesi in piazza a contestare il G8 a Genova. Fra i potenti del mondo c’era un giovanissimo Putin ben inserito nell’assise che i movimenti contestavano. Io ero tra quei manifestanti. “Voi G-8, noi 8 milioni” urlavamo in piazza prima che la polizia di Berlusconi e Fini iniziasse le cariche e le violenze.
Poi è successo qualcosa. Ricordo qualche articolo di seconda pagina sulla faccenda “missili” e “allargamento NATO”. Putin ha iniziato a chiedere spiegazioni sul progetto dello scudo spaziale. Ricordo le rassicurazioni sul fatto che la NATO non si sarebbe espansa ulteriormente. E invece di volta in volta la cavalcata della NATO risultava inarrestabile. Eppure nel trattato [ https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/1949/04/04/the-north-atlantic-treaty?selectedLocale=it ] è chiarissimo che ogni nuova adesione deve essere ratificata all’unanimità. Sarebbe bastato il veto di qualunque stato fondatore perché si impedisse questo assedio militare della Russia. O si vuole davvero far credere che aderire alla NATO sia un «diritto di autodeterminazione»? Quindi se oggi il Messico ospitasse testate nucleari e le puntasse contro gli USA ciò sarebbe legittimo? Non scherziamo! Perché accettare stati che chiaramente avevano conti storici da regolare con la Russia?
Non c’è bisogno di essere «putiniani» o «rossobruni» - come Onnis chiama le voci dissonanti rispetto alla tendenza alla guerra dell’occidente – per porsi questa semplice domanda: perché la NATO invece di sciogliersi dopo il liquefarsi del Patto di Varsavia (nata dopo e in risposta alla NATO) si è allargata a dismisura fagocitando rispettivamente: 1999: Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria; 2004: Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia; 2009: Albania e Croazia; 2017: Montenegro.; 2020: Macedonia del Nord; 2023-2024: Finlandia e Svezia?
Inoltre, se nel trattato stesso si può leggere che la NATO non ha l’obiettivo di scavalcare le «Nazioni Unite o la responsabilità primaria del Consiglio di Sicurezza per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali», perché la NATO è ripetutamente intervenuta militarmente al di fuori del mandato ONU, in particolare con la guerra di aggressione alla Serbia nel 1999? Non fu una palese violazione del «diritto internazionale» e dello statuto dello stesso trattato della NATO?
Sei mesi dopo – continua Dinucci - esce un documento del Pentagono, il Defense Planning Guidance for the Fiscal Years 1994-1999 ( https://www.archives.gov/files/declassification/iscap/pdf/2008-003-docs1-12.pdf ), dove si chiarisce il ruolo della NATO : «è di fondamentale importanza preservare la Nato quale principale strumento della difesa e della sicurezza occidentali, così pure quale canale dell’influenza e della partecipazione statunitensi negli affari della sicurezza europea. Mentre gli Stati Uniti sostengono l’obiettivo dell’integrazione europea, essi devono cercare di impedire la creazione di dispositivi di sicurezza unicamente europei, che minerebbero la Nato, in particolare la struttura di comando dell’Alleanza» ( qui le 5 parti dell’intervento di Dinucci https://www.cnj.it/home/it/informazione/jugoinfo/8673-8716-m-dinucci-breve-storia-della-nato-dal-1991-ad-oggi-parti-1-5.html ).
Per corroborare l’idea che la NATO sia un «feticcio», Onnis insiste sul fatto che «in Sardegna la NATO ha diradato la sua presenza e il suo impatto da un pezzo e in Europa si mette apertamente in discussione l’Alleanza atlantica».
Magari fosse così. Se la NATO avesse – come sostiene Onnis – diradato la sua presenza in Sardegna, ciò significherebbe che i poligoni militari non sono nella disponibilità della NATO o che lo sono meno rispetto al passato e questo è semplicemente falso, dato che le esercitazioni militari unificate stanno aumentando il loro volume, come documenta un’ampia gamma di articoli reperibili in rete (https://www.repubblica.it/green-and-blue/dossier/seveso-50-anni-dopo/2026/04/08/news/capo_teulada_sardegna-425253548/ ) e le stesse puntuali denunce degli antimilitaristi sardi.
In particolare le operazioni “Mare aperto” e “Joint Stars” ( https://www.unionesarda.it/news-sardegna/otto-paesi-nato-6mila-militari-oltre-120-mezzi-prove-di-guerra-in-sardegna-con-la-mare-aperto-2025-eh88q9aw ) sono le due principali esercitazioni interforze e della NATO che coinvolgono regolarmente le coste e i poligoni della Sardegna. Entrambe mirano a testare l'interoperabilità tra le forze armate italiane e quelle alleate in scenari multidominio e sono funzionali al rafforzamento della NATO e non al suo cupio dissolvi, come fantasticano Onnis e i sardo-atlantisti più spinti di lui.
Se anni fa ci si addestrava simulando operazioni di guerra in villaggi costruiti in stile mediorientale, oggi è del tutto palese che ci si addestra alla guerra contro la Federazione Russa. La NATO non è l’unico attore di questa gestazione guerrafondaia, purtroppo c’è anche la UE (che ovviamente non è automaticamente identificabile con la NATO). Ma ci arriveremo tra poco..
Intanto c’è da sottolineare che questo «feticcio» della NATO che avrebbe «diradato la sua presenza e il suo impatto» in Sardegna dimostra una insolita vitalità, coinvolgendo periodicamente «oltre 120 mezzi, tra unità navali, sommergibili, aerei, elicotteri e veicoli non pilotati di tipo subacqueo, aereo e di superficie, con la partecipazione di oltre 6.000 militari provenienti da otto nazioni della Nato (oltre all’Italia: Usa, Francia, Spagna, Regno Unito, Germania, Grecia e Turchia) e la presenza di osservatori di 21 marine estere». (https://www.unionesarda.it/news-sardegna/otto-paesi-nato-6mila-militari-oltre-120-mezzi-prove-di-guerra-in-sardegna-con-la-mare-aperto-2025-eh88q9aw )
Sciogliere l’«inghippo»
«Dov’è l’inghippo?» - si chiede Onnis. Perché «gran parte della militanza di sinistra (e in questo caso indipendentisti e non indipendentisti concordano)» hanno preso la posizione secondo cui «tutto ciò che contrasta le democrazie liberali e le loro derive anti-popolari, nonché l’imperialismo occidentale e soprattutto quello USA, è benvenuto»?
Di seguito Onnis ribadisce l’appartenenza alle «nostre scalcagnate e sofferenti democrazie», lasciando intendere che si tratta di un paziente di cui prendersi cura per salvarlo dalla possessione che lo affligge e non di un sistema strutturalmente oligarchico, imperialista, guerrafondaio e fondato sullo sfruttamento, sul suprematismo, sulla guerra, sul sistema coloniale.
Rispondo a Onnis: l’inghippo sta nel credere che si possa riformare il “sistema mondo occidente”, che si possa cioè separare chirurgicamente la violenza pratica predatoria occidentale dalla sua candida anima costituita da democrazia e diritti.
Conseguentemente – sempre seguendo il sapiente fioretto logico di Onnis – l’inghippo sta nel crearsi un nemico di paglia e di presentare i critici integrali dell’imperialismo e del colonialismo occidentali come tifosi di qualcun altro (Putin, Assad, ecc..).
È la stessa operazione che fanno i propagandisti filo israeliani con Hamas e Hezbollah. Sei contro il sionismo e riconosci le ragioni dei palestinesi? Allora sostieni il terrorismo islamico!
Anche in questo caso non c’è nulla di nuovo. Per esempio a lungo il capo della Rivoluzione Russa fu perseguitato dall’accusa di essere filo tedesco perché – nel ben mezzo della guerra – usò cinicamente il vagone piombato messo a disposizione dalle autorità tedesche (a loro volta ciniche nel concederglielo) e si concentrò non nell’opposizione ai nemici del suo paese ma nel rovesciare i rapporti di dominio dentro la Russia degli Zar.
Da questo punto di vista va ribaltata la «formula» su cui vuole «far luce» Onnis “io non sono putiniano/a, ma…”.
Rovesciandola sulle gambe, la formula di quello che, generalizzando enormemente e accomunando posizioni diverse tra loro, potremmo chiamare “sardo-atlantismo”, potrebbe essere spiegata così “io sono critico ma…”: “sono critico” verso l’oligarchia che domina la UE ma la preferisco a tutto il resto; “sono critico” verso il riarmo, ma ne sostengo gli obiettivi a medio termine e quindi sono favorevole ad armare l’Ucraina; “Sono critico” verso ciò che l’Occidente sostiene attivamente in Israele, ma questo non mi porta a buttare il bambino con l’acqua sporca; “Sono critico” con l’uso manipolatorio che viene fatto dall’informazione main stream, ma quando questa è funzionale a legittimare la propaganda di guerra verso stati o potenze che io detesto e vorrei vedere smembrate e colonizzate come nell’Ottocento lo era la Cina (perché di questo si tratta!) faccio spallucce..
Potremmo continuare all’infinito, ma credo che il Re appaia in tutta la sua nudità.
Personalmente non ho mai avuto bisogno di affermare «non sono putiano ma». E questo non perché abbia bisogno di nascondere le mie simpatie che sono chiare e manifeste e che vanno non a Tizio o a Caio, ma a tutti i popoli che resistono all’imperialismo, al colonialismo, al suprematismo e alla guerra scatenata dagli USA (con o senza Trump) e dai loro gregari contro il resto del mondo. Non c’è bisogno di pensare che Assad, Saddam Hussein, Gheddafi, La Ayatollah Khamenei fossero dei grandi uomini o dei paladini della giustizia o del socialismo, per capire che la caterva di teschi lasciata dall’occidente a vario titolo e sotto varie forme in Iraq, in Libia, in Afghanistan, in Siria ( https://www.linkiesta.it/blog/2003/02/il-numero-dei-morti-civili-nella-guerra-alliraq/ ) non ha giustificazione. Non c’è bisogno di avere il poster di Putin per ritenere che i criminali o i potentati che hanno sostituito i dittatori tanto odiati dai salotti buoni di Washington, Londra o Parigi (come nel caso del terrorista tagliagole repentinamente ripulito ed espunto dalle liste dei ricercati più pericolosi del mondo A?mad ?usayn al-Shara, noto anche con lo pseudonimo di Ab? Mu?ammad al-Jawl?n?, che oggi governa la Siria «liberata» dal «terribile regime di Assad») non sono certo meno presentabili di quelli che li hanno preceduti. Anzi spesso sono anche peggiori, ma hanno il pregio di fare gli interessi occidentali!
Ho l’impressione – ma potrebbe trattarsi solo di un’impressione – che qui valga il motto attribuito a Franklin D. Roosevelt «he may be a son of a bitch, but he's our son of a bitch».
La logica mi sembra questa: siccome le «nostre scalcagnate e sofferenti democrazie» - che sono scalcagnate e sofferenti ma pur sempre «nostre» - hanno bisogno dei signori della guerra che spadroneggiano in Libia, dei tagliatori di gole che governano la Siria, dei golpisti seriali che puntualmente riemergono in Venezuela, degli sceicchi monarchi feudali che trattano le donne come ninnoli da appartamento e che costruiscono gli stadi e i grattacieli sulle ossa degli operai-schiavi, su questi casi facciamo spallucce e ci concentriamo su altri “cattivi” che hanno l’imperdonabile difetto di ostacolare i nostri piani economici, finanziari, geopolitici.
Ucraina mela avvelenata
Restiamo sul pomo della discordia, sul fulcro della querelle tra anticolonialisti e sardo-atlantisti: l’Ucraina.
Non mi soffermo sulle banalizzazioni di Onnis che veicolano il mito che la guerra in Ucraina sarebbe scoppiata perché «uno stato sovrano avrebbe commesso il peccato mortale di voler uscire dall’orbita dell’egemonia imperiale russa per votarsi all’Europa». Esiste moltissima letteratura in merito che testimonia che la questione non sia affatto questa, ma la crescente internità dell’Ucraina nel sistema NATO.
Non è però questo il punto che mi sembra degno di nota. Anche a proposito dell’Ucraina emerge con forza la logica dell’amico-nemico di matrice schmittiana che tutte le sfumature del sardo-atlantismo attribuiscono agli anticolonilisti e agli antimperialisti e che invece mi sembra costituisca il binario logico su cui essi sviluppano le loro argomentazioni.
Per esempio io non ho alcuna difficoltà ad ammettere il carattere non democratico e – aggiungo io antisocialista - del partito “Russia unita” che esprime la leadership di Putin. Come non ho difficoltà ad ammettere che il regime iraniano non è un luogo in cui vorrei costruire una vita o che non tutte le componenti della resistenza palestinese godono della mia simpatia politica. Ma non stiamo parlando di questo. Io non ho problemi ad ammettere le contraddizioni interne al campo anti imperialista. Non si può dire lo stesso di chi nega le preoccupanti testimonianze filo naziste della dirigenza ucraina.
Onnis raccoglie un idola piuttosto diffuso in questi ambienti, e cioè la questione della «natura “nazista” del governo ucraino, tesi basata sulla riscoperta a Kijv di simboli e personaggi del nazionalismo ucraino. Che, sì, fu alleato con i tedeschi nella seconda guerra mondiale, contro l’URSS, ma per ragioni storiche».
Ho capito bene?
Ora, io non credo alla propaganda russa che l’Ucraina sia interamente nazista o che vada «denazificata». Però non credo neanche alla propaganda veicolata da Onnis, sistematicamente messa in circolo da pseudo fact checker come David Puente, che mira a mistificare la realtà dei fatti e a negare le profonde e documentate influenze naziste, suprematiste, fanatiche e terroriste sulle alte sfere della dirigenza ucraina. Influenze che purtroppo hanno messo radici profonde nella società ucraina (https://www.store.rubbettinoeditore.it/rassegna-stampa/sulle-tracce-di-bandera-leroe-criminale-dellucraina/ ).
Recentemente – solo per fare un esempio – Zelensky ha reso omaggio ad Andriy Melnyk, leader dell'Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) che, durante la Seconda guerra mondiale collaborò con la Germania nazista combattendo al fianco dell'esercito nazista e delle SS.
Persino uno stato ultra russofobo e turbo-guerrafondaio come la Polonia ha ufficialmente protestato a seguito della decisione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di intitolare un'unità delle forze speciali alle formazioni dell'UPA e della nuova sepoltura di Melnyk con grandi onori.
Storici e leader polacchi considerano a ragione Melnyk e i membri dell'UPA responsabili dei massacri di decine di migliaia di civili polacchi durante la Seconda guerra mondiale, bollati come "banditi".
Il Ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz ha lanciato un appello ufficiale alle autorità ucraine affinché rivedano la decisione di glorificare questa e altre figure.
Persino l'Istituto della Memoria Nazionale polacco ha minacciato di revocare l'onorificenza dell'Ordine dell'Aquila Bianca a Zelensky.
Come la mettiamo? Anche il fiore all’occhiello della costituenda armata anti russa è caduta vittima della propaganda del Cremlino e non crede ai fact cheking di Puente e Mentana?
Come si vede la logica amico-nemico non funziona, o se funziona ha degli effetti indesiderati assai problematici.
Oltre la logica amico-nemico
Per fare un po’ di ordine ripartiamo dunque dalla teoria del giurista tedesco Carl Schmitt. Secondo questa visione, l'essenza della politica risiede nella distinzione fondamentale tra chi appartiene alla propria comunità (amico) e chi rappresenta una minaccia esistenziale o un'alterità assoluta (nemico pubblico, o hostis).
L’articolo di Onnis si basa su questo, fin dal titolo: democratici v.c antidemocratici. Quando Onnis chiede di «chiarire gli obiettivi» sta parlando di questo, ci sta chiedendo di posizionarci di qua o di là rispetto alla linea delle «nostre democrazie».
Il nemico di Schmitt è il nemico pubblico, un'entità "altra" e straniera, la cui esistenza minaccia lo Stato e ne giustifica l'azione e la coesione interna. È quello che cercano di fare i propagandisti occidentali quando chiedono di vietare la biennale agli artisti russi o quando emergono liste di proscrizione di “putiniani” come strumenti della «guerra ibrida del Cremlino» (https://formiche.net/2026/04/dalla-sovversione-sovietica-alla-guerra-ibrida-di-putin-storia-del-controspionaggio-italiano/ ).
Io non posso escludere che esistano questi “putiniani” o che ci siano addirittura degli spioni travestiti da influencer a diretto contatto con Mosca. Ma questa caccia alle streghe non vi ricorda da vicino il maccartismo, quando bastava avere simpatie anche vagamente socialiste per essere incarcerati e silenziati? A me si, tantissimo.
E allora, per concludere, cerchiamo di dare una risposta esaustiva all’appello di Onnis che chiede «quali siano gli obiettivi, l’orizzonte a cui si tende? Cosa si vuole? Dove si vorrebbe andare a parare?».
Autodeterminazione contro la terza guerra mondiale
Sono debitore a Onnis perché ha chiarito un problema che mi portavo dietro da anni e che finora mi sembrava irrisolvibile. Quando possiamo sostenere una lotta per l’autodeterminazione di un popolo? Se rispondiamo “sempre”, allora cadiamo in una visione metafisica e astorica, inoltre ci cacciamo in una serie di incredibili contraddizioni come per esempio la questione di Taiwan che in effetti non è nemmeno un popolo, anzi inizia la sua storia da un genocidio dei popoli nativi di Formosa e oggi rivendica l’autodeterminazione dalla Cina. Se rispondiamo mai, neghiamo la storia, perché la storia in effetti, oltre a lotta di classe, è lotta di popoli per la propria autodeterminazione.
La risposta va allora data in riferimento al “sistema mondo”. L’autodeterminazione è cosa buona e giusta quando si inserisce nel contrasto all’imperialismo. Insomma, l’autodeterminazione, come qualunque altra vertenza e lotta, è da sostenere se si basa sulla discriminante della pace.
Non siete convinti? Pensate per esempio alla questione RWM (Rheinmetall). La posizione della RSU della Cgil contro la chiusura della fabbrica è da sostenere (https://sardegnanotizie24.it/la-pace-e-le-armi-la-cgil-davanti-al-caso-della-fabbrica-rwm-di-domusnovas/ )? No, perché in questo caso la giusta lotta per il lavoro cozza con la più giusta lotta per la pace e lo smantellamento dell’economia di guerra.
La stessa cosa accade con la questione dell’autodeterminazione. Se qualcuno volesse sostenere l’autodeterminazione della Sardegna per farne una base militare e scatenare una guerra contro il nord Africa, l’autodeterminazione della Sardegna sarebbe da sostenere (come gli americani pensarono di fare con la Sicilia dopo la seconda guerra mondiale)?
La proposta alternativa di Onnis risiede nella rivendicazione di "più democrazia" attraverso la cura dei beni comuni, l'autodeterminazione dei popoli e la trasformazione dell'Unione Europea in una vera confederazione democratica di popoli liberi e pacifici.
Tutto condivisibile, però manca l’architrave senza cui tutto questo risulta una montagna di parole: no al riarmo europeo, no all’invio di armi, no alle sanzioni alla Russia. La guerra dell’occidente collettivo non è la nostra guerra. Fuori la Sardegna dalla terza guerra mondiale!
La guerra in gestazione contro la Russia (e la Cina e tutte le altre potenze emergenti nel mondo multipolare) non ci riguarda e dobbiamo starne fuori. Anzi, dobbiamo proprio sabotarla questa guerra, per quanto ci sia possibile! O no?
Di fronte al precipitare degli equilibri globali e al riemergere di una logica di blocchi contrapposti, la Sardegna si trova ancora una volta incastrata in un destino che non ha scelto. Un destino scritto altrove, nelle capitali politiche ed economiche dell’Occidente, nei centri decisionali del complesso militare-industriale europeo, oggi rilanciato sotto la parola d’ordine del riarmo e della competizione strategica. Un destino che parla la lingua del ReArm Europe, della militarizzazione dei territori e della subordinazione delle periferie interne agli interessi delle potenze dominanti, della presenza stessa di molteplici obiettivi simili a due paese dalle nostre comunità, come nel caso della RWM di Domusnovas che rientra perfettamente nell’economia colonialista di Israele vista la sua joint venture con l’azienda israeliana UVision Air Ltd, ma anche nella filiera del riarmo europeo e deglla proxy war della NATO in Ucraina.
Ma la Sardegna non è – e non deve essere – una piattaforma di guerra.
Da decenni, la nostra terra è uno dei principali laboratori militari del Mediterraneo. Poligoni, servitù militari, basi, esercitazioni permanenti: una occupazione silenziosa che ha sottratto territorio, salute, autonomia decisionale. Un modello coloniale che ha trasformato l’isola in uno spazio funzionale agli interessi altrui, sacrificando comunità locali, ambiente e prospettive di sviluppo.
Oggi questo modello si rafforza. La crisi internazionale, il conflitto in Ucraina, le tensioni tra NATO e Russia, tra Occidente e nuovi poli emergenti (in primis la Cina), vengono utilizzati per giustificare un ulteriore salto di qualità: più armi, più spese militari, più integrazione della Sardegna nell’apparato bellico europeo, cioè più militarizzazione .
Di fronte a tutto questo, è necessario affermare con chiarezza una posizione radicale: fuori la Sardegna dalla terza guerra mondiale.
Non si tratta di una posizione astratta o moralistica, ma di una rivendicazione politica concreta, radicata nella condizione storica dell’isola. In effetti si tratta di una necessità storica senza alternativa se non la morte per inedia della nostra terra e del nostro popolo. La Sardegna è una periferia colonizzata, non un soggetto sovrano che decide liberamente di partecipare a strategie militari globali. È proprio questa condizione che impone una rottura: sottrarsi al ruolo di avamposto militare e ridefinire il proprio posto nel mondo. In altre parole è necessario che il popolo sardo si faccia soggetto politico e si affermi nel mondo attraverso il suo secco rifiuto della logica amico-nemico imposto dalla falsa alternativa democrazie v.s. democrature e tirannie.
In questo quadro, la Sardegna deve rivendicare il diritto a intrattenere rapporti con tutti i popoli del mondo, senza esclusioni ideologiche o imposizioni geopolitiche. Anche con il popolo russo, oggi trasformato in nemico assoluto da una narrazione bellicista che cancella complessità, storia e possibilità di dialogo. Essere “amici dei popoli” significa rifiutare la logica della demonizzazione e della guerra permanente.
La neutralità della Sardegna non è una fuga dalla storia, ma un progetto politico alternativo al suicido di UE e Stato italiano che hanno venduto l’anima al diavolo degli attuali padroni del mondo di stanza a Washington.
La Sardegna va resa ingovernabile sul piano dell’apparato militare industriale, di cui fa parte anche la filiera della così detta “transizione energetica” così come viene concepita e imposta dai Governi Draghi e Meloni.
Dobbiamo fare della questione sarda una questione internazionale.
Dire “fuori la Sardegna dalla guerra mondiale” significa, in ultima analisi, rivendicare il diritto all’autodeterminazione in maniera storicamente situata e partigiana, cioè significa agganciare la questione dell’autodeterminazione ad una exit strategy dalla guerra.
Altro che democrazia v.s. tirrania!
La contraddizione su cui dobbiamo lavorare è pace v.s. terza guerra mondiale e lo dobbiamo fare da sardi che non aspettano nessuno per far valere la propria neutralità rispetto al conflitto incipiente.
Noi sardi stiamo con la pace e contro la propaganda di guerra travestita da democrazia, diritti civili e quant’altro. Scegliere la pace significa costruire il nostro campo di coltura politica e non muoversi in quello preconfezionato dai think tank che usano la democrazia e i diritti civili per giustificare il tentativo disperato della dittatura americana (e conseguentemente dei loro proxy euro-atlantici) di mantenere la loro pax militare e il suo impero fondato sul ladrocinio, il saccheggio, la dittatura del dollaro, la guerra mondiale.
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