di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Parlare della Groenlandia significa parlare dell'Artico e dell'importanza che la regione va sempre più assumendo a livello globale, con attori di primo piano e “comparse” che però aspirano a ruoli meno marginali. La “comparse” mirano a ritagliarsi una parte, sia pur minore, nel gioco per aggiudicarsi almeno qualcosa delle enormi possibilità legate alla presenza nell'area. Riguardo agli attori principali, per dire, tra le vaste prospettive di cooperazione globale russo-cinese, quella sullo sviluppo dell'Artico non rientra certo tra le linee secondarie: dallo sfruttamento delle sue risorse, alle possibilità di rotte commerciali alternative, e anche ai pericoli militari che possono derivare dalla corsa americana per recuperare il forte ritardo accumulato in un'area che, per i rovinosi cambiamenti climatici innescati dalla bramosia di profitto, sta diventando sempre più strategica.
Anche i paesi UE sono dunque in allerta e accrescono i bilanci della difesa per consolidare l'influenza sulle infrastrutture energetiche nell'Artico. Ecco una delle ragioni per cui, nel momento in cui si fanno più insistenti gli “ammiccamenti” trumpiani a mettere le mani sulla Groenlandia, la Gran Bretagna discute con altri paesi europei l'invio di forze NATO sull'sola per cercare di dissuadere gli Stati Uniti, secondo il Telegraph, dalla sua annessione.
D'altra parte, l'interesse yankee per la Groenlandia è strategico, sia militarmente che economicamente e non solo per le risorse naturali dell'immensa isola. gli USA hanno da tempo aperto un consolato in Groenlandia e nominato un rappresentante del Dipartimento di Stato come Ambasciatore Generale per la regione artica; al Dipartimento della difesa hanno introdotto la carica di vice Assistente Segretario alla difesa per l'Artico e la stabilità globale.
In quello scacchiere, però, gli USA, pur nella loro veste di “attori globali”, sono abbastanza indietro rispetto, ad esempio, alla Russia, le cui coste costituiscono il 53% delle coste dell'Artico: il 10% del PIL russo e il 20% delle sue merci esportate passano per il Circolo Polare Artico. E, come corollario di particolare significato, gli USA dispongono appena di qualche unità di rompighiaccio, contro gli oltre 50 della Russia, tra nucleari e diesel-elettrici, senza contare che Moskva ha in programma la costruzione di altri 150 vascelli artici, di cui 46 di salvataggio e 12 rompighiaccio, oltre alle circa 600 navi civili della flotta artica. Si dice che entro il 2033 saranno costruiti tre rompighiaccio “Lider”, primi al mondo a consentire la navigazione tutto l'anno sul corridoio orientale della rotta del Nord, costeggiando la ?ukotka e attraverso lo stretto di Bering. In questo senso, non è quindi azzardato parlare di una rivoluzione del trasporto marittimo, in particolare per il mercato del GNL, in forte concorrenza alle rotte del canale di Suez, di Capo di Buona Speranza e ai corridoi terrestri dell'Eurasia.
Dunque, Downing Street è in allarme, scrive il Telegraph e discute con Parigi e Berlino il possibile invio di truppe in Groenlandia per difendere il Circolo polare artico e, di passaggio per proteggersi da Russia e Cina.
Da parte di Washington, lo scorso dicembre Donald Trump aveva annunciato la nomina del governatore della Louisiana Jeff Landry a inviato speciale per la Groenlandia e il governatore aveva confermato l'intenzione USA di rendere l'isola parte del proprio territorio. Immediata presa di posizione del ministro degli esteri danese Lars Lokke Rasmussen e richiesta di spiegazioni all'ambasciatore yankee a Copenaghen. Mercoledì scorso, il Segretario di stato Marco Rubio ha annunciato che intende incontrare le autorità danesi la prossima settimana per discutere della questione groenlandese.
Trump ha ripetutamente affermato che la Groenlandia dovrebbe diventare parte degli Stati Uniti, citando la sua importanza strategica per la sicurezza nazionale e, come catechistica appendice, anche per la difesa del "mondo libero".
Ora, ricorda qualcuno su facebook a proposito dell'importanza della regione artica e, come annesso, della Groenlandia, i corridoi baltico e artico non sono dettagli di secondo piano sulla scacchiera globale. Sono arterie strategiche che consentono alla Russia di garantire la propria deterrenza nucleare, in particolare attraverso la sua flotta di sottomarini armati di missili balistici. L'Artico consente a Moskva di dislocare sommergibili atomici in aree difficili da raggiungere, conservando così una piena capacità di risposta e le permette di proteggere le rotte critiche dall'accerchiamento NATO. La regione baltica, a sua volta, è diventata un corridoio ristretto militarizzato dove qualsiasi errore può portare a un'escalation conflittuale. Quando le grandi potenze iniziano a contendersi corridoi vitali – marittimi, energetici o militari – le possibilità di intervento diplomatico si riducono.
Su RIA Novosti, anche Elena Karaeva mette in evidenza le mosse di Bruxelles per contrastare la possibile "annessione americana" dell'enorme isola. Da un certo punto di vista e nonostante le proteste danesi e UE, la Groenlandia e gli Stati Uniti hanno in realtà più cose in comune di quanto immagini l'attuale establishment europeo. L'isola e gli Stati Uniti condividono una base comune, nota anche come placca tettonica nordamericana. L'unità geologica degli odierni Stati Uniti e Groenlandia ha circa tre miliardi di anni. Quando Trump, così detestato da Bruxelles, afferma che il suo Paese e l'isola hanno "molto in comune", ironizza Karaeva, non sta peccando contro la verità; sta semplicemente ricordando ai suoi detrattori la geografia.
Geografia che travasa in geopolitica e tocca gli equilibri mondiali, lo sviluppo strategico dei paesi e l'economia. Da questo punto di vista, l'accesso alle risorse si situa ai primi posti e, con esso, le rotte attraverso cui queste risorse, o i prodotti derivati, si spostano da un punto all'altro del pianeta: dall'area in cui quelle risorse giacciono a quella del loro sfruttamento.
E tanto le risorse, come i beni o i prodotti derivati, non vengono trasportati per via aerea, ma via mare. Non la consegna di prelibatezze a costosi ristoranti via aereo, prima che si deteriorino, costituisce il cuore dell'economia odierna, dice ancora sarcasticamente Karaeva; no, l'asse vitale è rappresentato dal trasporto di merci e prodotti tramite container, via mare.
«Quando sorgono problemi con il canale di Suez, con le vie d'acqua bloccate, il mondo europeo si blocca in un angolo, dato che l'Europa ha da tempo smesso di produrre ciò di cui ha bisogno quotidianamente. Chiunque controlli oggi il commercio marittimo sul pianeta controlla l'opinione pubblica, i prezzi delle azioni, la crescita economica (o il declino). E tutto il resto. Inutile dire che questo è uno degli obiettivi dell'establishment americano».
Ecco dunque l'importanza globale dell'Artico e, con esso, della Groenlandia e Trump ha ben presente la mappa che mostra come, acquisendo la Groenlandia, o per “compravendita” o per annessione, gli Stati Uniti potrebbero ottenere il controllo di una parte significativa della regione marittima artica.
Ma, come detto sopra, al momento gli USA possono vantare ben poca influenza nell'area: non dispongono di una flotta di rompighiaccio che sia davvero tale. Parlare di Artico senza disporre di vascelli adatti alla sua navigazione, personalmente fa venire in mente la battuta di quel buontempone che irrideva a chi va a giocare a tennis, ma lascia a casa la racchetta.
Mentre gli americani promuovevano "idee di progresso e democrazia" in tutto il mondo, dice di nuovo Karaeva, la Russia costruiva rompighiaccio: a propulsione nucleare, diesel-elettrica; costruiva anche rompighiaccio e traghetti atti alla navigazione in quelle acque. Così che oggi la Cina invia di buon grado in Europa i propri prodotti servendosi della rotta marittima settentrionale russa, con tempi di percorrenza quasi dimezzati rispetto al canale di Suez.
Oggi, tre potenze siedono a un vero tavolo negoziale e i contorni del futuro ordine economico e politico mondiale sono discussi a Mosca, Pechino e Washington; all'opinione di Bruxelles è riservato il cestino della carta straccia e anche la posizione di Parigi e Berlino non interessa più di tanto.
Hanno un bel dire, al Corriere della Sera, citando lo scrittore Javier Cercas, che «Trump e Putin sono dalla parte dell'autoritarismo», mentre l'Europa «è la sola speranza per la democrazia». Nell'attuale sistema globale di interessi geopolitici, di cosa parlano i liberal-lacrimevoli che cianciano a ogni passo di “autoritarismo” e “democrazia”, senza mai analizzarne i contenuti di classe, storici e sociali. Ha un bel piagnucolare, il signor Cercas, che «Trump e Putin non sono dalla parte della democrazia. Sono dalla stessa parte, quella dell’autoritarismo» e dunque «l’unica possibilità certa della vittoria della democrazia, che oggi è in pericolo, è che l’Europa si unisca. Perché l’Europa è il luogo in cui la democrazia è ancora viva, è più solida». Cosa intende per democrazia il signor Cercas? Quali sarebbero, a suo parere, i pericoli che la minacciano? Parlando di”democrazia” tout court, senza aggettivi, senza specificazioni sociali, senza mai specificare di “democrazia” per quale classe e ai danni di quale altra classe, intende forse quel sistema per cui si lasciano a casa lavoratori, si chiudono e si delocalizzano intere industrie? Quel sistema per cui miliardi vengono sottratti alle spese sociali, alla sanità, alle pensioni, per destinarli al riarmo e preparare così quella stessa Europa a una guerra totale con “l'autocrazia”? Buffoni lestofanti.
https://ria.ru/20260111/britaniya-2067188025.html?in=t
https://ria.ru/20260111/grenlandiya-2067133439.html
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.
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