La proposta della Sant'Anna e Bicocca per tassare gli oligarchi italiani

di Michele Blanco

Il sistema fiscale italiano non è solo iniquo: è strutturalmente progettato per tutelare le grandi fortune a spese di chi lavora e per condannare chi si trova in fondo alla piramide sociale. Mentre l'articolo 53 della Costituzione sancisce il dovere di una tassazione progressiva, la realtà sul campo fotografa un meccanismo capovolto e profondamente regressivo, come evidenziato dallo studio “Tasse, disuguaglianze e il fisco italiano” condotto dalle università Sant'Anna di Pisa e Bicocca di Milano.

Più un patrimonio è colossale, più le scappatoie legali e i privilegi normativi si moltiplicano, permettendo ai super-ricchi di subire una pressione fiscale reale nettamente inferiore rispetto a un qualunque impiegato, operaio o pensionato della classe media.

I dati macroeconomici sulla concentrazione della ricchezza certificano l'ampiezza di questa frattura sociale. Secondo i rapporti storici di Oxfam sulla disuguaglianza, il 5% più facoltoso delle famiglie italiane stringe tra le mani quasi la metà dell'intero patrimonio nazionale (49,4%). Questo ristretto club detiene circa il 17% di ricchezza in più rispetto al 90% della popolazione italiana complessiva.

Negli ultimi quattordici anni, le dinamiche di accumulazione hanno seguito una parabola spietata: ben il 91% della nuova ricchezza netta generata nel Paese è confluita nelle tasche di questo 5% dorato, lasciando un misero 2,7% da spartire tra la metà più povera della popolazione.

Mentre l'apice della piramide accumula risorse immense, la base sprofonda in una crisi silenziosa. I dati ufficiali sulla povertà descrivono una realtà drammatica: la povertà assoluta colpisce ormai stabilmente oltre 5,7 milioni di persone (circa l'8,5% della popolazione). All'interno di questa platea di esclusi, un'emergenza nell'emergenza è rappresentata dalla povertà energetica. Secondo le rilevazioni dell'Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica (OIPE), il fenomeno coinvolge 2,4 milioni di famiglie (il 9,1% del totale nazionale). Si tratta di oltre 5,3 milioni di cittadini che non possono permettersi i servizi energetici essenziali, costretti a scegliere tra mettere in tavola un pasto o pagare le bollette di luce e gas, in un contesto esacerbato da speculazioni e rincari tariffari.

Il divario italiano non si esprime solo nelle tasche dei singoli, ma assume i contorni di una vera e propria povertà geografica tra Nord e Sud. Se a livello nazionale oltre il 23% della popolazione è a rischio povertà o esclusione sociale, la percentuale esplode oltre il 40% nel Mezzogiorno, a fronte di valori inferiori al 15% in quasi tutto il Settentrione. L'asimmetria è marcata nell'accesso ai servizi: i dati del CNEL certificano che per l'assistenza sociale agli anziani i Comuni del Nord-Est spendono in media 174 euro pro capite, mentre al Sud la cifra crolla a 40 euro. Una carenza che si riflette sulle infrastrutture sanitarie, dove la minore disponibilità di posti letto al Sud si traduce in liste d'attesa infinite che negano, nei fatti, il diritto alla salute.

Il collasso dello Stato sociale e la privazione dei diritti elementari, come quello all'abitare, trovano una causa diretta nell'emorragia dell'infedeltà fiscale. Il tax gap complessivo stimato dal Ministero dell'Economia e delle Finanze sottrae ogni anno alle casse pubbliche tra i 100 e i 110 miliardi di euro. Esiste un legame profondo tra questo oceano di denaro evaso e l'abbandono dell'Edilizia Residenziale Pubblica (ERP). In Italia ci sono oltre 650.000 famiglie in lista d'attesa per una casa popolare, mentre decine di migliaia di alloggi Erp rimangono vuoti o fatiscenti per mancanza di fondi destinati alla manutenzione. Mentre i bonus edilizi statali venivano drenati per quasi la metà a beneficio del 5% dei contribuenti più ricchi, alle case popolari è stato destinato appena lo 0,8% dei fondi di efficientamento.

Il vero nodo risiede nelle regole del gioco tributario, che favoriscono la rendita a discapito del salario e del welfare. Gli studi di Sant'Anna e Milano-Bicocca svelano un dato emblematico: lo 0,1% più ricco dei contribuenti italiani è soggetto a un'aliquota effettiva reale di appena il 32,6%. Per contro, un lavoratore dipendente della classe media vede svanire in tasse una quota reale che sfiora il 45%. Questa asimmetria è alimentata dalla dualità del fisco nostrano, che scherma i redditi finanziari e i dividendi societari dietro cedolari fisse al 26%, mentre applica l'IVA sui beni di prima necessità — un'imposta regressiva che colpisce maggiormente chi spende l'intero reddito per la pura sussistenza.

Di fronte a questo scenario, economisti internazionali come Thomas Piketty e Gabriel Zucman invocano interventi strutturali. Piketty evidenzia come l'accumulazione dinastica e l'iper-concentrazione dei patrimoni rappresentino un rischio per la tenuta democratica, proponendo una patrimoniale progressiva che smantelli le rendite improduttive per finanziare la redistribuzione. Gabriel Zucman, direttore del Global Inequality Lab, ha formalizzato al G20 la proposta di un'imposta minima globale del 2% sui patrimoni superiori a 100 milioni di dollari. Nei modelli di Zucman, questa misura agisce come un freno fiscale per impedire la neutralizzazione delle imposte attraverso holding di famiglia e schermi societari offshore.

Applicare questo modello all'Italia significherebbe introdurre un'imposta di solidarietà mirata esclusivamente sullo 0,1% della popolazione (circa 50.000 super-ricchi con patrimoni netti superiori a 5,4 milioni di euro). Con un'ampia franchigia a tutela della prima casa e dei risparmi del ceto medio, questa misura potrebbe generare tra i 13,2 e i 15,7 miliardi di euro all'anno. Risorse che permetterebbero di abbattere il cuneo fiscale sui salari, finanziare un piano straordinario di edilizia pubblica, contrastare la povertà energetica e garantire i Livelli Essenziali di Assistenza al Sud.

L'alibi dell'impossibilità tecnica di tracciare i capitali è superato grazie agli strumenti internazionali come il Common Reporting Standard (CRS) dell'OCSE e i registri dei Titolari Effettivi (UBO). La resistenza a queste misure appare dunque prevalentemente politica. Non a caso, rilevazioni dell'Istituto Demopolis indicano che l'85% degli italiani considera insostenibile l'attuale assetto fiscale e il 70% si dichiara favorevole a un prelievo straordinario e progressivo sulle grandi fortune.

Rilanciare una tassazione equa sulle grandi concentrazioni di ricchezza rappresenta una delle leve principali per contrastare la marginalità sociale e ridefinire la tenuta del patto democratico del Paese.

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