di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico
Esattamente un mese fa la Casa Bianca ha divulgato il nuovo documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti che illustrava i nuovi paradigmi della politica estera di Washington e quindi, per effetto trascinamento, di tutto l'Occidente. Uno degli elementi di estrema novità di questa elaborazione strategica è la dichiarazione della volontà di dominio assoluto sul continente americano (inteso dalla Terra del Fuoco fino alla Groenlandia). Tale dichiarazione che affonda le sue radici nella Dottrina Monroe dell'ottocento, è stata definita “Corollario Trump”, quasi a voler sottolineare che l'operatività statunitense nel continente non deve essere intesa come estemporanea, ma come assiomatica, rispondente a regole precise che varranno nel tempo anche con il variare delle amministrazioni che si insedieranno alla Casa Bianca.
In questo inizio 2026, ad appena un mese di distanza, abbiamo compreso che questo documento non è da ritenersi come mera propaganda, magari ad uso interno, ma come un vero e proprio manuale strategico che indirizzerà la politica estera americana. La riprova di quando si sta affermando è ovviamente la spettacolare operazione del 3 gennaio con la quale le truppe di Washington hanno catturato il Presidente venezuelano Nicolas Maduro consegnandolo ai tribunali newyorkesi per rispondere delle accuse di “narcoterrorismo”.
Non è nostro compito analizzare la legittimità dell'operazione sul piano del diritto internazionale e addirittura sul piano del diritto penale statunitense ma non appare azzardato sostenere la tesi che con questa operazione il diritto internazionale viene definitivamente meno; per quanto riguarda le accuse di tipo penale sulla base delle quali Maduro verrà probabilmente condannato sono da ritenersi funzionali allo solo scopo di giustificare, sul piano del diritto interno, una operazione militare e un atto di guerra mascherandola da operazione anticrimine.
In questa analisi a noi interessa comprendere solo quali siano le ragioni geostrategiche e geoeconomiche che hanno spinto gli USA a porre in essere una simile operazione che riporta le lancette della storia indietro al 30 Settembre 1862 quando Otto von Bismark, in un celebre discorso al parlamento di Prussia, dichiarò «Non con discorsi, né con le delibere della maggioranza si risolvono i grandi problemi della nostra epoca - questo fu il grande errore del 1848 e del 1849 - ma col ferro e col sangue». Semplicemente Trump ha riadattato la locuzione “Eisen und Blut” sostituendo il ferro con la tecnologia come dimostrato proprio con l'operazione Maduro dove gli statunitensi hanno fatto sfoggio di una superiorità tecnologica notevole, accecando i sistemi antiaerei e di comunicazione venezuelani e generando con un cyberattacco un black-out su Caracas che ha reso impossibile qualunque tentativo di difesa.
Sicuramente sul piano geostrategico l'obbiettivo che l'amministrazione statunitense ha inteso perseguire è quello di contenere la Cina e la Russia in America latina, levando loro un alleato fondamentale nell'area. Bisogna anche tener conto che la spettacolare operazione ha una funzione intimidatoria nei confronti di chiunque in sud America abbia intenzione di sfidare l'egemonia statunitense consentendo a super potenze esterne (leggi Cina e Russia) di entrare nel paese magari anche con accordi di natura militare.
Sul piano geoeconomico è chiaro quale sia l'intento statunitense, peraltro dichiarato apertis verbis da Trump: riprendere possesso delle riserve petrolifere venezuelane che furono sottratte alle major energetiche statunitensi con l'avvento al potere di Hugo Chavez. Da sottolineare che la retorica sul petrolio venezuelano secondo la quale Caracas ha “le più grandi riserve di petrolio al mondo” è vera sotto l'aspetto geologico e quantitativo ma sotto l'aspetto economico è controversa: il petrolio venezuelano è per larghissima parte composto da sabbie bituminose e, dunque, è petrolio altamente inquinante e pesante, che necessita di elevati costi estrattivi, di costosi processi di up-grading o di diluizione con nafta per poter essere reso commerciabile. Questo ne alza notevolmente i costi di produzione e il break event point. In qualunque caso comunque gli USA prendono il controllo di uno dei maggiori fornitori di petrolio alla Cina (Pechino a ottobre 2025 ha comprato oltre 600 mila barili al giorno, ovvero il 70% dell’export totale di Caracas) e ciò può essere un elemento che potrebbe in prospettiva controbilanciare in parte il monopolio delle terre rare cinesi. Si può affermare ciò anche in relazione al fatto che gli USA hanno di fatto innescato un processo di regime change in un altro grande fornitore petrolifero di Pechino: l'Iran degli Ayatollah.
Naturalmente è tutto da vedere se l'operazione intentata riuscirà ma non appare azzardato che il grande progetto di contenimento della Cina ideato da Obama e Brezinski e denominato Pivot to Asia, che prevedeva un assedio militare alla Cina Popolare costruendogli attorno una doppia cintura di basi nell'Oceano Pacifico, sia mutato in una strategia di contenimento energetico rendendo più difficile a Pechino l'approvvigionamento di petrolio. Oltre alla presa del petrolio di Caracas, come detto, Washington ha iniziato la destabilizzazione dell'Iran e grazie ai suoi burattini di Kiev prova a danneggiare anche la produzione energetica del più grande fornitore di petrolio alla Cina: la Russia di Putin. In definitiva quella di Trump appare come una strategia di costrizione energetica della Cina, simile a quella del pitone che stritola la sua preda in maniera lenta e progressiva.
Se poi il piano americano riuscirà sarà la Storia a dirlo, ma una cosa è certa, le grandi potenze si stanno giocando l'egemonia mondiale senza esclusione di colpi.
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