L'aggressione al Venezuela vista dal punto di vista della economia politica

di Federico Giusti

Nei giorni successivi all'intervento militare Usa, in Venezuela, abbiamo toccato con mano la imperfezione dell'imperialismo, da una parte la cattura di Maduro che, per tempistiche, modalità e singolari coincidenze, lascia intendere collaborazioni interne al paese, dall'altra il blitz notturno definibile come un capolavoro militare per rapidità ed efficacia pur avendo scoperto alcune decine di morti tra le fila venezuelane (e cubane) presenti nella guardia a difesa del presidente Bolivariano che ci restituiscono la natura cruenta della guerra allontanandola dalla proiezione di un moderno video gioco

Non sono mancati scontri interpretativi e letture diverse tra intellettuali di area marxista, in particolare nella analisi e critica della, Geopolitica e della Geografia Economica.
Rinviamo ad altro momento la discussione sulle caratteristiche dell'imperialismo e sul testo leninista che ancora oggi appare insuperabile, senza dubbio da aggiornare ma attualissimo e necessario per cogliere i processi in atto. Evitando di trasformare l'analisi in chiaroveggenza è bene dubitare delle ricostruzioni dei giornali che si avvalgono di poche e opinabili fonti, la capacità di leggere gli avvenimenti scaturisce infatti da un approccio che dovrebbe mettere insieme gli aspetti economici, strategici e la valutazione sugli equilibri geo politici oggi esistenti.
Il ricorso alla guerra per un Presidente che aveva annunciato un deciso cambio di rotta rispetto ai democratici offre qualche indicazione in più, anzi forse induce a prendere sul serio quel documento strategico licenziato dalla Casa Bianca nel novembre 2025, poche pagine liquidate con sarcasmo e ironia da osservatori di quel continente da lustri in crisi e decadenza :quello europeo.
Possiamo avere almeno un punto fermo ossia che l'ordine esistente è tutt'altro che stabile, gli Usa hanno sempre più bisogno di greggio e metalli rari e per ottenerli non badano a spese, anche a costo di rompere importanti equilibri con gli alleati.
La geopolitica non è una scienza, da troppi anni imperversa a rete unificate e al suo interno troviamo analisti eccellenti ma anche esperti che tali non dovrebbero essere definiti riproponendo nei fatti le veline ufficiali di qualche ministero o gruppo economico dominante.
Si fa sempre meno politica, si studia in pochi ma crescono a dismisura gli analisti e i presunti esperti che poi rispondono a un bisogno ideologico e propagandistico sempre più forte.
Urge invece ripartire dalla economia politica per cogliere le basi materiali degli avvenimenti contemporanei, per giorni abbiamo letto articoli su articoli sulla natura del Bolivarismo o attorno al quesito se Maduro sia un leader eletto dal popolo o piuttosto una sorta di usurpatore antidemocratico, tesi che per altro accomuna gran parte del partito democratico e della destra. Se potessimo liquidare con una battuta la lettura di questi giorni potremmo parlare (a prescindere da un'area politica, la nostra, ormai marginale), di un solo elemento distintivo nel dibattito sul Venezuela ossia tra chi plaude all'intervento americano e quanti invece lo ritengono lesivo nei confronti del diritto internazionale
La guerra scaturisce sempre da attori economici e strutturali, dalla crisi della domanda alla carenza di materie prime, dai processi di accumulazione alla finanziarizzazione, dal conflitto tecnologico e industriale fino al controllo dei mercati, la guerra segna la rottura di molteplici equilibri. E come tali vanno letti gli interventi di Trump sulla Groenlandia ma anche la stessa strategia di sicurezza nazionale ed internazionale statunitense che non potrà essere liquidata come sola pretesa imperialista di dominare il mondo. Per essere chiari il fattore destabilizzante non è rappresentato da Trump ma dalla crisi in cui si trova oggi il sistema capitalistico, evitiamo di cadere nelle teorie demenziali dalla personificazione del male nella incapacità di leggere processi economici ben più complessi.
Possiamo quindi parlare di una crisi anche del sistema di controllo sul mondo e sull'economia, tramontato il neokeynesismo ci sono stati 40 anni neoliberisti nel corso dei quali molti equilibri sono cambiati, ebbene non è azzardato pensare che oggi stiamo entrando in una ulteriore fase che vede la centralità del dollaro minacciata ricordandoci che l'area più attiva nel mondo è quella che si affaccia sull''Oceano indiano e sul Pacifico, senza dimenticare i processi di concentrazione delle ricchezze, il ruolo della finanza e altro ancora.
E qui arriviamo a un punto saliente ossia il ruolo degli Usa, oggi potenza militare e tecnologica egemone ma alle prese con un forte indebitamento, con una base industriale debole dopo anni di delocalizzazione e l'arrivo, nel 2025, di oltre un milione di licenziamenti.
Se oggi l'egemonia Usa è indiscutibile è altrettanto vero che si stiano palesando contraddizioni e limiti non banali, il ricorso al riarmo e all'economia di guerra probabilmente avvantaggerà la prima potenza mondiale, di certo non la UE ancora debole tecnologicamente e con evidenti disparità al suo interno, con grandi, troppi ritardi, in campo tecnologico.
E quando parliamo con insistenza della economia di guerra ci riferiamo anche all'indebolimento e alla finanziarizzazione del welfare che costituisce un pilastro per il vecchio continente.
Quello che abbiamo cercato di spiegare fino ad ora è la necessità di non perdere mai di vista l'aspetto economico e strutturale, di non cadere nelle semplificazioni che portano inevitabilmente a parlare di buoni e cattivi, di democratici e dittatori, di folli e assennati per cogliere invece tutti i processi di riorganizzazione dei rapporti economici e sociali. La guerra non sancisce tanto la fine della politica quanto la assenza della politica nella sfera economica e su questo punto cardine di ogni analisi abbiamo letto una riflessione di Roberto Romano che meglio di noi sa inquadrare il problema
La guerra contemporanea non nasce da un eccesso di politica, ma dalla sua assenza sul piano economico. Dove non esistono strumenti collettivi di governo della domanda, dell’offerta, della transizione tecnologica e della distribuzione del reddito, la violenza diventa un surrogato di politica economica.
La critica alla geopolitica non può limitarsi a smascherarne l’ideologia. Deve sostituire il racconto con l’analisi, i personaggi con le strutture, le intenzioni con i vincoli. Solo una geografia economica attenta ai rapporti tra capitale, Stato e territorio consente di comprendere perché la guerra non sia un’anomalia del presente, ma una sua possibilità sistemica.
Continuare a parlare di guerra senza affrontarne le basi materiali significa, in ultima analisi, contribuire alla sua riproduzione. La vera alternativa non è tra cinismo e idealismo, ma tra ideologia e conoscenza critica.
Dalla pagina Fb di Roberto Romano

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.

LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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