Chi si è chiesto sinora chi tra gli Stati Uniti e Israele sia il detentore del vero potere, nelle prossime ore riceverà una risposta definitiva. Un Trump consapevole di essere finito in trappola ha elaborato una strategia d’uscita dal pantano iraniano che, seppur debole, ha previsto una trattativa in separata sede con l’Iran. Israele suo malgrado ha ammesso di non essere stata neanche messa a conoscenza del contenuto del Memorandum se non dopo la firma, anticipata in fretta e furia a mercoledì scorso per via elettronica.
Questo ha permesso a Trump di vendere l’immagine della “vittoria” in casa e di cercare di riabilitarsi come “uomo di pace”, per quanto possa ancora valere la parola Pace che pende dalle sue labbra. Si tratta di un’immagine ovviamente, che però è perfetta per la società dello spettacolo in cui l’Occidente è immerso e l’elettorato americano potrebbe anche bersi questa nuova narrazione con la dovuta grancassa mediatica a spingere.
Naturalmente nelle relazioni internazionali è ben altra cosa, perché restano i fatti, che come ricordava Lenin hanno la testa dura. Difficile nei rapporti tra potenze far dimenticare il reale sostegno alle guerre dell’Impero del Caos. Il Presidente americano in Medio Oriente è l’uomo del Board of Peace sotto il quale è continuato il genocidio palestinese: sono ormai 1000 i morti ammazzati direttamente dai bombardamenti israeliani dopo la sua pomposa sceneggiata futuristica sulla ricostruzione pacifica di Gaza. E non contiamo i morti di stenti e malattie perché si arriverebbe a diverse migliaia in pochi mesi. Insomma, la sua parola e i suoi accordi firmati e controfirmati, sul terreno non valgono nulla. Ma poco importa al “politico” e “squalo della finanza” Trump, poiché oggi deve venire a capo del caos di ritorno dal fallimento dell’assalto alla Repubblica Islamica, prima che gli esploda in casa. Dunque ogni sotterfugio retorico e ogni teatrino politico è ammesso. Vale anche convocare i colloqui inviando come delegati a trattare in Svizzera con l’Iran, per l’ennesima volta, il duo sionista Kushner e Witkoff e poi minacciare la controparte - violando il Memorandum stesso.
La notizia vera è che nei rapporti di forza internazionali, quando si perde, gli interessi divergono e le alleanze si spaccano. Il controllo su Hormuz appartiene all’Iran e, nonostante gli sproloqui di Trump, sarà quest’ultimo a decidere di monetizzarlo. E, come ha ricordato Yair Lapid: “Non appena i prezzi del petrolio hanno iniziato a salire, Donald Trump ha smesso di dare priorità ad Israele”.
Così gli interessi della Coalizione Epstein hanno iniziato a divergere pesantemente, per cui se gli Stati Uniti hanno intravisto una via d’uscita nella ritirata, i sionisti ontologicamente non ce l’hanno. La guerra neocoloniale permanente è l’unico orizzonte culturale di Israele che ha iniziato una campagna di bombardamenti a tappeto terrificante contro il Libano proprio da mercoledì in avanti, cioè dopo la firma del Memorandum forzata da Trump. Tutto l’apparato statale israeliano ha reagito malissimo alla ritirata trumpiana e sono anche volate parole grosse all’interno dello stesso apparato americano che si è avvitato nei deliri fondativi, con Trump che diceva “Israele non esisterebbe senza gli Stati Uniti” e l’ambasciatore statunitense Huckabee che ribatteva sostenendo invece che “senza Israele, l’America non esisterebbe. Dobbiamo la nostra stessa vita a ciò che è accaduto in questa terra”.
Per venire a capo del delirio occorre capire le radici del progetto imperialista che, come spiegava Fernand Braudel, risalgono al colonialismo. Entrambi i membri della Coalizione Epstein sono mossi da un’ideologia religiosa colonialista bestiale in cui l’elemento razzista è funzionale all’Impero, cioè riduce a bestia l’Altro identificato da caratteristiche etnico-religiose, che diventa un soggetto da annientare esistenzialmente e nella sua identità. Come spiegava bene Samir Amin, evidenziando i tratti comuni intercorrenti tra giudaismo e protestantesimo: «la Riforma nel suo complesso rimetteva in primo piano l’Antico Testamento che cattolici e ortodossi avevano emarginato, in una interpretazione del cristianesimo non come proseguimento, ma come rottura del giudaismo»[1]. Questo legame ritrovato tra religione cristiana riformata e giudaismo ha posto le basi del più feroce colonialismo che si sia presentato negli ultimi secoli: quello messianico del sionismo.
Non è un caso che la nuova società americana e quella israeliana abbiano fondato entrambe la legittimazione dell’espropriazione coloniale sul mito fondativo della “Terra promessa” perorando la causa del loro popolo contro l’Altro definendolo “popolo eletto”. Di qui il vero Herrenvolk, che il nazismo ha solo cercato di sostituire con una nuova tradizione arianocentrica. Le bestialità a cui abbiamo assistito nel lungo secolo americano, dal duplice sgancio della bomba atomica, al bombardamento delle centrali nucleari avvenuto negli ultimi anni su entrambi i fronti (da Zaporizhizhia in Ucraina a Bushehr in Iran ) fa parte di quel progetto disumanizzante di colonialismo che pretende la sostituzione dell’Altro. E come spiegava sempre Amin «è la ragione per cui l’imperialismo americano è destinato a diventare ancora più selvaggio dei suoi predecessori»[2]. Dunque sia Trump sia Huckabee hanno ragione: gli Stati Uniti e Israele sono due realtà interrelate che hanno la medesima base ideologica disumanizzante e sono mossi dalla stessa spinta messianica espansionistico-predatoria, a prescindere dalla retorica sul “chi sia nato prima”.
La Coalizione Epstein riassume alla perfezione quest’unità d’intenti. Ovviamente come tutte le unità d’intenti, può essere messa alla dura prova dei fatti. E così il divergere degli interessi che ha portato la Coalizione a incrinarsi davanti all’abile negoziazione della “diplomazia di guerra” iraniana. Gli iraniani tramite l’esercizio dei rapporti di forza nel Golfo hanno imposto le loro condizioni sul campo di battaglia e le hanno difese e ratificate in campo diplomatico.
Gli Stati Uniti combattendo l’ennesima guerra “fuori casa”, una volta messi alle strette, hanno esercitato il privilegio della ritirata, vedremo quanto onorevole. Israele viceversa si è trovato nella posizione più scomoda e ha iniziato ad avvelenare i pozzi. Vedremo con quanto successo, se cioè riusciranno a trascinare nella guerra neocoloniale permanente anche gli Stati Uniti che invece hanno necessità di fuggire e delegare il fronte.
Quello che in un precedente articolo ho definito “la coltellata nella schiena all’Asse della Resistenza” è diventata una vera e propria strategia. Israele ha tratto in inganno gli Stati Uniti, ratificando un fasullo “cessate il fuoco” con loro e i Quisling libanesi, per poi esercitare il loro “diritto a bombardare e occupare” l’alleato iraniano per minare la ritirata statunitense. In altri termini, Israele ha siglato con le autorità dello Stato libanese e degli Stati Uniti la legittimazione del suo colonialismo, mentre parallelamente l’Iran inseriva i fratelli libanesi nel Memorandum di Pace con gli Stati Uniti per fornire loro protezione. In mezzo si è incrinata l’unità d’intenti della Coalizione Epstein. Israele si è concentrata sul suo boots on the ground in Libano, lasciando agli americani la parte principale nella diplomazia ridotta a pratica per vincere le elezioni, ma riservandosi un potente potere di ricatto in grado di trascinare l’“alleato” americano nella palude della guerra sul campo.
L’Iran dal canto suo ha già messo in conto tutto: riprendere la guerra facendo saltare l’equilibrio di pace a lui favorevole per salvare i fratelli libanesi è “il pugnale nella schiena” che dovrà essere tolto se necessario anche con l’utilizzo della forza, per poi essere ratificato dalla diplomazia. L’opzione di abbandonare l’Asse della Resistenza semplicemente non è contemplata.
Per loro l’amicizia resta un valore che ne scopre l’anima comune: «chi guarda un vero amico, in realtà, è come se si guardasse in uno specchio. E così gli assenti diventano presenti, i poveri ricchi, i deboli forti e, quel che è più difficile a dirsi, i morti vivi»[3]. Al contrario la Coalizione Epstein risulta fondata sull’utilità dei cinici, che quando cessa di essere comune ne risolve anche l’amicizia.
[1] S. Amin, Geopolitica dell’Impero, Asterios Editore, Trieste, 2004, p. 15
[2] Ivi, p. 16
[3] Marco Tullio Cicerone, Lelio o dell’amicizia (VII,23)
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