di Alex Marsaglia
L’assalto imperialista alla Repubblica Bolivariana del Venezuela con cui Trump ha aperto il 2026 si inserisce all’interno di una strategia ben precisa rivolta a terrorizzare tutti gli Stati dell’emisfero occidentale, al fine di affondare gli artigli economicamente su tutte le risorse di cui la “Grande America” ha bisogno. Se c’è un merito che si può attribuire a Trump è di parlare con una logica realistica, senza ammantare i suoi discorsi di altisonanti ideali e valori da esportare in giro per il mondo.
Agli Stati Uniti servono petrolio, risorse energetiche, terre rare e sicurezza dai concorrenti sino-russi, dunque agiscono direttamente per impadronirsene. Bene, evviva il realismo. Resta una grande incognita che grava su tutto questo: il National Security Strategy è una dichiarazione della proiezione di potenza dell’imperialismo americano decadente che per funzionare ha bisogno di essere accettata dagli altri soggetti del mondo, altrimenti non avverrà alcuna divisione concordata delle aree di influenza, bensì solo una moltiplicazione delle aree di conflitto e delle tensioni in tutto il globo. La Dottrina Monroe venne accettata dall’Europa che si ritirò di buon grado in quanto era quest’ultima ad essere la potenza decadente, lasciando spazio alla potenza entrante, cioè gli Stati Uniti d’America.
Oggi è esattamente l’opposto: la dottrina Donroe (come la chiama Trump nei suoi deliri egocentrici) è la dottrina di un impero decadente che vuol mantenere le sue storiche aree di influenza sulle zone che vengono insidiate dal commercio delle potenze in fase ascendente. Non ci sono accordi, ma solo concorrenti economici che si scontrano. Il caso della Bella 1 e delle altre petroliere fermate nell’Atlantico evidenziano come sia difficile avere il controllo di ciò che accade procedendo solo con atti terroristici come i rapimenti, le minacce, le sanzioni e altri atti da clan mafioso. Gli Stati nelle loro fasi ascendenti esercitano egemonia e consenso, sostenuti da un’espansione economica che riesce a stabilizzare la situazione sociale. Viceversa, nelle loro fasi decadenti hanno un’economia sempre più slegata dalla realtà: indebitata, finanziarizzata e per mantenere il controllo senza consenso si riducono a stritolare le popolazioni con un dominio sempre più duro.
Di qui il passaggio dal Washington consensus, abilmente esercitato dagli Stati Uniti nella loro fase ascendente alla Pax Americana, imposta a suon di bombardamenti, repressione e censure. Questo è ciò che accade con sempre maggior evidenza oggi. La Golden age è la grande falla del piano del Make America Great Again: non c’è e non si riesce ad intravedere da nessuna parte all’orizzonte. Tuttavia, viviamo anche in un contesto in cui gli Stati nazione occidentali escono da una globalizzazione che li ha liquefatti. Questo determina un passaggio essenziale nella politica trumpiana: il tentativo di agire con le minacce, laddove non si possono più sostenere i costi specifici di uno Stato nazione. La reazione stizzita di Pete Hegseth davanti alla stampa del 7 Gennaio che lo pungolava sui costi dell’operazione che ha portato al rapimento di Maduro è un evidente segno di debolezza. Gli Stati Uniti, persino nel loro “cortile di casa”, non possono permettersi che un blitz e che sia anche il meno costoso possibile, figuriamoci mantenere un impero!
Ebbene, ecco che veniamo ai motivi che hanno spinto Trump alla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale: disegnare un “impero corto”, smart si direbbe oggi, cioè minimizzare i costi di gestione e massimizzare le rendite. Questo vuol dire appaltare il dominio - laddove egemonia non sono più in grado di farne - ai vari Quisling: Israele, Unione Europea (la NATO se durerà), Giappone. L’impero statunitense concentrerà invece le forze nel “suo emisfero”, così lo ha definito Trump stesso. Ma, come dicevo, c’è un grosso punto interrogativo anche qui. Chi lo ha detto che dopo tutti gli sforzi compiuti dalle potenze ascendenti in campo economico, produttivo e commerciale, verrà accettata questa ridefinizione unilaterale delle aree di influenza? Nessuno. La Cina ha impiegato un quindicennio per accaparrarsi lo spazio di mercato dell’America Latina, divenendo di gran lunga il principale esportatore nell’area (immagine 1), e non è affatto detto che vorrà abbandonare il mercato. Le dichiarazioni delle Istituzioni cinesi in merito al Venezuela hanno chiaramente fatto capire che loro si muovono in un’ottica commerciale che è fatta di contratti, leggi e diritti di proprietà che continueranno ad essere rispettati nonostante tutte le spedizioni criminali dei gangster americani.
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