L’Italia sotto l'ombrellone: un Paese in preda al delirio economico

11 Agosto 2025 10:00 Alex Marsaglia



di Alex Marsaglia

Mentre assistiamo sgomenti allo sterminio pianificato dei palestinesi, tra un gossip e l’altro, pare che l’unico modo per parlare di economia sia il “caro lidi”. Nonostante ci sia un Paese che dagli anni del lockdown ha visto triplicare i numeri della povertà assoluta, passando da 1,7 milioni di persone del 2019 agli oltre 5,6 milioni attuali. Sembra paradossale polemizzare sul “diritto al lido” quando milioni di persone faticano a mettere assieme il pranzo con la cena. Eppure l’economia neoliberista ha determinato un vero e proprio cambiamento antropologico, trasformando l’homo sapiens in homo oeconomicus. Un essere incapace di ragionare e riflettere socialmente sui problemi della collettività in maniera politica, ridotto a mero agente economico, imbottito di desideri e spinto dall’impulso di fagocitare ogni sorta di nuovo consumo escogitato dall’industria del divertimento e dello spettacolo senza alcun freno inibitorio. Al di fuori della favoletta neoliberista esiste però l’economia reale italiana che è letteralmente stritolata dal caro energetico che ha prodotto uno dei cali della produzione industriale più gravi della storia d’Italia, durato per ben 26 mesi, paragonabile solo a quelli indotti dai vari Monti e Draghi (vedi ultima rilevazione Istat: https://www.istat.it/comunicato-stampa/produzione-industriale-giugno-2025/).

Nonostante la parziale attenuazione della caduta, interrotta solo nel mese di aprile e giugno, i dati restano quelli del 2020. Ovviamente la politica economica industriale, come rilevato già negli scorsi decenni da Luciano Gallino, non esiste e non accenna a venire pianificata alcuna iniziativa se non un’estemporanea opera pubblica come il Ponte sullo Stretto. Questo mentre le aziende sovvenzionate per oltre mezzo secolo come Stellantis (Ex Fiat, poi ex FCA, seguendo la sua dinamica di espatrio) proseguono liberamente ed indisturbate nell’opera di smantellamento degli impianti e delocalizzazione, si veda l’ultima svendita dell’Iveco agli indiani di Tata e con le società a controllo pubblico come la Leonardo che oltretutto provvedono a ricomprare aziende già imbottite da capitali pubblici. Insomma, da un lato si continuano ad utilizzare le risorse pubbliche per sovvenzionare i grandi capitali delle multinazionali che smantellano la produzione industriale per attuare la più spietata deflazione salariale e fanno piombare l’economia reale in un pozzo senza fondo di debito per le PMI e un incubo di precarietà per i lavoratori. Mentre dall’altro mancano sempre più i servizi pubblici essenziali: sanitari, scolastici, di trasporto e di welfare. Le chiacchiere economiche del mainstream si spostano quindi furbescamente sulla rilevazione dei dati relativi al commercio e al turismo: si parla del caro dei beni superflui, dei diritti di svago negati e dell’intrattenimento negato, mentre i dati della celebre Associazione il Pane Quotidiano rilevano una nuova impennata delle richieste di aiuto ai livelli del lockdown, con picchi di oltre 4000 passaggi al giorno. Mancano quindi i beni di sussistenza primari in centro città a Milano, in quello che dovrebbe essere il centro del benessere del Paese ma nessuno sembra occuparsene. E questo dopo 5 anni dalla cosiddetta “emergenza Covid”.

L’Unione Europea, nel frattempo, è stata lanciata dal padrone americano in una guerra commerciale insensata contro Russia, Cina e, chissà, prossimamente se verrà incluso anche il gigante indiano, ma si trova come ringraziamento i dazi americani alle merci esportate. Anche le rilevazioni del commercio e del giro di soldi del Pil potrebbero così risentire pesantemente nei prossimi mesi di questa stretta e allora rimarrà davvero poco di cui parlare per sviare l’attenzione dalla catastrofe economica che ci aspetta. Quando anche gli ultimi pezzi di industria civile saranno spariti dal territorio, con il lavoro totalmente precarizzato e le vecchie generazioni di lavoratori che attualmente hanno “salvato” le statistiche occupazionali saranno uscite dalla forza lavoro attiva, anche i dati sull’occupazione inizieranno a flettere in maniera più decisa. La cosiddetta “terziarizzazione” dell’economia, con la sua coda di diseguaglianze, disperazione e di aumento delle rendite a discapito dei redditi da lavoro, si rivela già adesso come uno dei più lunghi periodi di stagnazione della storia repubblicana: un Paese fanalino di coda degli adeguamenti salariali nell’Ue e con il livello del Pil che non ha ancora raggiunto i 2.418 mld di un anno di grave crisi come il 2008.

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