Non solo fenicotteri. L’Albania non è in vendita

Intervista di Camilla Costantini a Fioralba Duma, attivista italo-albanese con “Mesdhe”e Palestina e lire” e corrispondente da Tirana per l’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa

Immaginatevi una donna e un uomo, che con la loro barchetta vanno in giro per il Mediterraneo. A un certo punto vedono un’isola. Se ne innamorano. Scendono dalla loro barchetta, salgono sull’isola e camminano a piedi nudi fino al punto più alto. È davvero troppo bella. La donna e l’uomo decidono che devono possederla, quell’isola. L’hanno scoperta loro, la vogliono. A qualsiasi costo.

Sembra l’inizio di una favola per bambini, no? Raccontata così può sembrare una storia romantica.

L’uomo e la donna in questione, però, sono Ivanka Trump, figlia del Presidente degli Stati Uniti, e Jared Kushner, suo marito. Edi Rama, Primo Ministro dell’Albania, ha concesso alla Affinity Partners di Kushner i permessi per costruire un resort di lusso sull’isola di Sazan. Da più di una settimana l’Albania sta protestando: i giornali parlano di “rivoluzione dei fenicotteri” in riferimento alla biodiversità minacciata dalla speculazione edilizia. Ma i fenicotteri sono solo la punta dell’iceberg di questa protesta.

“La questione ambientalista è legata anche alla questione detentiva e colonialista” mi ha raccontato Fioralba Duma “il progetto interessa un sistema di ecosistemi protetti ed ecologicamente interconnessi: il Parco marino nazionale Karaburun-Sazan, area marino-costiera di categoria II IUCN estesa per circa 12.437 ettari; il parco naturale, declassato come “Paesaggio Protetto”, di Vjosa-Narta, con la laguna di Narta, le dune costiere e le zone umide di Pishë-Poro; il corridoio fluviale della Vjosa, riconosciuto come primo Wild River National Park d’Europa e tra gli ultimi grandi corsi d’acqua europei a regime libero e il suo delta, che sfocia nella laguna di Narta, zona umida Ramsar di importanza internazionale e habitat strategico per l’avifauna migratoria, inclusa la colonia nidificante di pellicano riccio e dei fenicotteri che hanno dato il nome alle proteste profuse da 3 settimane. Nel loro insieme, questi ambienti compongono un mosaico marino, fluviale e lagunare ad alta biodiversità, la cui alterazione può produrre effetti cumulativi su habitat, specie protette, rotte migratorie e funzioni ecologiche costiere.

Da un mese hanno iniziato a fare i lavori, hanno rimosso la sabbia per iniziare a costruire con le ruspe e c’è stata di nuovo attenzione verso le proteste degli ambientalisti.

Gli attivisti, sotto la guida delle associazioni ambientaliste e degli scienziati che conoscono le aree, hanno iniziato a protestare anche di fronte alle istituzioni, come reazione all’inizio dei lavori. A Zvernec, dove hanno messo un recinto e il filo spinato, la protesta ha visto gli abitanti locali maltrattati dalla polizia statale e dalla sorveglianza privata. Quest’ultima si è rivelata essere la stessa che ha accompagnato Ivanka Trump e Jared Kushner durante la loro visita in Albania nelle stesse zone. Diversi attivisti hanno poi scoperto il loro legame con Israele: come indicava la loro pagina Instagram, erano distributori ufficiali di Israele in Albania. E, oltre a trascinare fino all’altra parte del recinto un attivista locale svenuto per il caldo, queste guardie private hanno anche spruzzato lo spray al peperoncino in faccia agli addetti della polizia di Stato.

È stato questo forse il casus belli: la forte indignazione albanese e social di fronte a questa violenza, che ha portato le piazze a essere piene da tre settimane. E sorgono spontanee due domande: la polizia di Stato chi protegge? E perché la sorveglianza privata ha più potere rispetto alla polizia di Stato? La protesta è diventata un caso nazionale. Abbiamo manifestato davanti al tribunale, il 31 maggio, e lì c’è stata una grandissima partecipazione, quindi la protesta si è prolungata, finendo di fronte all’ufficio del Premier. Le proteste sono partite dal discorso ambientalista, ma ci sono ovviamente altri temi nella piazza: le concessioni opache, la privatizzazione della costa e quella della montagna, l’accesso negato alla proprietà pubblica e ai beni comuni, le aree protette che sono state declassate, come la foresta di Pishe Poro-Narta è diventata una paesaggio protetto e non più zona naturalistica protetta, nonostante sia un ecosistema incredibile in tutta Europa. Sono tante le cose per cui protestare: gli interessi esteri e il sentimento di tradimento che l’Albania sente verso chi ci governa, un governo che non fa i nostri interessi e non fa gli interessi delle generazioni che vivono in Albania da secoli e che hanno intenzione di viverci in futuro”.

Quando ti hanno intervistata al podcast “Il Mondo” di Internazionale, il 10 giugno 2026, hai detto che proteggere la propria patria è qualcosa di ambientalista, ma ha anche, in questo caso, a che fare con la libertà e con l’autodeterminazione dei popoli. Per il popolo albanese, adesso, che cosa significa questa frase? Chi sta scendendo in piazza e cosa state chiedendo con queste proteste?

“L’Albania non ha un problema di nazionalismo chiuso o prevaricatore, perché la storia del Paese racconta che noi non abbiamo mai fatto suprematismo su altri popoli, non abbiamo mai cercato di invadere altri Paesi. Queste proteste riguardano la nostra terra, la nostra storia collettiva, i diritti delle persone comuni di accedere ai luoghi dove sono cresciuti e il diritto di non vedere la propria patria trattata come merce. Nel mondo ci sono stati e ci sono tuttora tanti progetti immobiliari di questo tipo e gli albanesi hanno visto che questo non porta a una democratizzazione dell’accesso al lusso, ma il contrario. In piazza stanno scendendo tutti adesso, questa è la grande vittoria della protesta: c’è eterogeneità di partecipanti, che si uniscono aldilà delle differenze. Il governo albanese e i media venduti hanno cercato fin da subito di usare la strategia dividi et impera. A protestare ci sono anche filo-americani, filo-europei e persone che fino a poco fa non si sentivano a proprio agio a parlare contro il governo attuale, ma ora hanno preso coraggio grazie al gran numero di partecipanti.

Gli obiettivi delle nostre proteste sono cinque: chiedere le dimissioni di Edi Rama e del suo governo, l’annullamento dello status di cui godono gli investitori strategici, l’annullamento del pacchetto delle montagne, che dà le terre di montagna agli oligarchi, l’annullamento delle modifiche della legge per le zone protette e l’annullamento delle modifiche della legge per il patrimonio culturale e naturalistico.

Che significa lo status di “investitori strategici”?

“Fa parte di uno status particolare legato alla legge sugli investimenti strategici che coinvolgono le aree del turismo, dell’energia elettrica o idroelettrica, le miniere, i trasporti, le telecomunicazioni, l’agricoltura, la pesca: questi sono i settori strategici e l’obiettivo è quello di attrarre investimenti rilevanti per l’Albania, offrendo procedure accelerate e zero tasse. Lo stato quindi dà in concessione terre e proprietà statali a qualsiasi investitore politico. È una scorciatoia per gli oligarchi, insomma. Una scorciatoia per aggirare la consultazione pubblica e i controlli. In questo caso è l’isola di Sazan, che sono 45 ettari secondo Reuters, e il progetto riguarda 1,4 miliardi.

Il governo albanese in pratica dice: se investite questa somma, non dovete pagare le tasse, perché aprirete nuovi posti di lavoro. É ovvio, però, che poi non c’è un reale vantaggio per la popolazione anche perché spesso chi viene assunto non è nemmeno albanese”.

I costruttori hanno detto che “l’investimento dovrebbe superare i 4 miliardi di euro, contribuendo a un aumento del Pil albanese dal 3 al 4 per cento nei prossimi cinque anni”. Hanno anche detto che questo resort creerà oltre 10.000 posti di lavoro. È vero?

“Questa è pura propaganda. Sempre per propaganda, si è voluto pubblicizzare questo progetto come di Trump-Kushner, ma nel momento in cui sono scoppiate le proteste, Edi Rama ha rinnegato che Kushner e Trump c’entrino. Sta succedendo proprio questo: Rama sta smentendo se stesso e le sue stesse parole. In particolare si è parlato di un investimento di 4 miliardi, ma prima era 1,4 miliardi. Non c’è certezza che questi soldi entreranno effettivamente nell’economia albanese e nemmeno che ci saranno posti di lavoro stabili e non precari, dignitosi e non stagionali. In Albania esistono già dei resort di lusso e negli anni si è visto che non democratizzano né il lavoro né le vacanze. C’è stato il resort, molto contestato, di Palasë, in mano al miliardario Samir Mane, e quei soldi non hanno inciso sul PIL albanese. Se ogni resort aumentasse il PIL del 3% a questo punto dovremmo essere al 20% di PIL, ma non è così. Anche matematicamente è impossibile quello che hanno dichiarato: 4 miliardi di investimento significa 12% del PIL e questo non è possibile per la dimensione del Paese. Manca la trasparenza, prima si dice che c’è un progetto e poi che non c’è, ma alzerà il PIL di 3 punti.”

Ivanka Tump ha detto in un’intervista che, da quando lei e suo marito hanno visto l’isola di Sazan hanno contribuito a realizzare il suo potenziale. Ma cosa è accaduto veramente? I loro investimenti possono rappresentare qualcosa di positivo per il popolo albanese?

“No, non sono investimenti positivi, perché non rispettano tre condizioni: la trasparenza, la tutela ambientale e il beneficio per le comunità che ci vivono. Sazan (in italiano si chiama Saseno) è disabitato, ma il succo del discorso non cambia. Il racconto di Ivanka Trump è problematico, perché lei parla, non troppo implicitamente, di colonizzazione, di white saviorism. Lo sguardo di Ivanka Trump è uno sguardo coloniale che va contestato. Saseno non si può raccontare come un’isola in attesa di essere scoperta da Ivanka Trump: è un luogo con una storia, militare, di resistenza, snodo e migratorio, ecologico. È un luogo strategico nel Mediterraneo, vicino al Canale di Otranto, e forte della memoria collettiva di tanti migranti perché da lì partivano diversi mezzi di fortuna per migrare in Italia negli anni 90’. E poi c’è un altro problema, più pratico: Ivanka ha raccontato che hanno nuotato e che hanno camminato a piedi scalzi sull’isola, ma è impossibile camminare a piedi nudi su quest’isola perché ha un tipo di vegetazione incolta e con aghi, un tipo di pietra particolare. Edi Rama, quando durante un’intervista gli hanno chiesto cosa pensa della dichiarazione di Ivanka Trump, si è rifiutato di rispondere alla domanda della giornalista Sidorela Gjoni.”

Diverse fonti riportano che i finanziamenti per questi resort provengono dal Qatar e dal fondo sovrano Saudita. Sappiamo anche che Kushner è stato il primo a parlare pubblicamente del “Gaza Riviera”. Se quanto affermato è vero, a tuo avviso ci sono interessi solo di natura economica o anche di natura geopolitica? E se ci sono, sono complementari agli interessi degli Stati Uniti o sono contrastanti?

“Conosciamo tutti Affinity Partners: un fondo finanziato soprattutto da capitali del Golfo, in particolare Arabia Saudita, Qatar e Emirati Arabi. Questo è confermato da dati pubblici di Affinity Partners, ma anche da dati della Zvërnec South Adriatic Development, cioè la compagnia locale aperta per i lavori di distruzione della zona naturalistica di Zvërnec. C’è un legame anche con alcune strutture olandesi, come è stato pubblicato da BIRN (Balkan Investigation Reporting Network). E riguarda la geopolitica chiaramente perché Kushner è l’architetto degli Accordi di Abramo che hanno portato la situazione a Gaza allo stato attuale. Si parla chiaramente di interessi geopolitici perché quando Gaza veniva bombardata, Kushner era interessato solo a investirci. Lui è un collegamento tra le élite politiche del Golfo, degli Stati Uniti e Israele: non è un imprenditore a caso. Aveva un progetto anche in Serbia contestato da fortissime proteste. Ricordiamo anche l’allarme lanciato da Francesca Albanese per quanto riguarda l’israelizzazione dei Balcani. L’Albania fa parte del Board Of Peace e sarà uno dei sei paesi a governare Gaza, in particolare la zona di Deir Al-Balah, con le sue truppe. Questo non può essere un caso, soprattutto se consideriamo che il Board Of Peace ha richiesto a ciascun paese partecipante un miliardo di investimento e, nonostante la mancata trasparenza, da qualche parte questi soldi dovrebbero risultare nel bilancio di Stato. Sembra, quindi, esser avvenuto uno scambio: Kushner fa il suo progetto e l’Albania entra gratis nel Board of Peace, che alla fine è un progetto immobiliare. Questa idea è avvalorata dal fatto che Edi Rama non si trovava nella riunione del Board of Peace di questa primavera perché Kushner e Ivanka Trump stavano visitando l’area degli investimenti. Fare questo collegamento è inevitabile: più Edi Rama ci dice che non c’è, più noi ci convinciamo del contrario.”

Credi che la posizione strategica dell’Albania, e in particolare dell’isola in questione, giochi un ruolo importante rispetto a quanto sta avvenendo in questi giorni?

“Si, penso di si. L’isola di Sazan si trova in una posizione strategica, l’Albania stessa è in una posizione strategica, lo è sempre stata: il colonialismo ha fatto finta di dimenticare questo particolare. Noi come attivisti decoloniali, contro l’accordo Rama-Meloni, contro il genocidio in Palestina e contro l’israelizzazione nostri territori, abbiamo sempre denunciato il fatto che l’Albania non veniva vista come uno dei paesi del Mediterraneo: l’accordo Rama-Meloni dimostra il contrario, così come gli accordi con Israele e gli USA per la militarizzazione del Mediterraneo. Da novembre, dopo il Summit Italia-Albania, quest’ultima è ufficialmente entrata nella mappa della militarizzazione. Come attivisti di Palestina e lirë lo avevamo capito a gennaio del 2024 quando Blinken, segretario del Dipartimento di Stato Americano è venuto in Albania ad annunciare l’apertura di fabbriche di armi. E non ultimo, il vertice Italia-Albania quando tra sedici accordi di diversa natura ci sono stati anche quelli tra Leonardo, Fincantieri e Kayo per la militarizzazione. La guerra viene delocalizzata e a Gaza l’esperimento è sulla vita delle persone, sul diritto all’acqua e al cibo, ma c’è anche un colonialismo di vassallaggio per cui ci sono altri paesi che sperimentano questa colonialità: non si rischia la vita, ma vengono tolti diritti progressivamente, come l’accesso alla democrazia, alla trasparenza e alla propria terra. Noi abbiamo monitorato e denunciato tanti passaggi di navi che trasportavano non solo carburante grezzo, ma probabilmente anche altro materiale militare. Non è un caso che l’Italia sta in questo triangolo tra Israele e Albania. Sazan quindi, anche se dimessa, è una zona militare e fino a poco fa rispondeva al Ministero della Difesa, infatti ci sono ancora mine sottoterra. E ora si vuole trasformare tutto in un resort. L’articolo “Coloniality by proxy: Albania’s road to Brussels Runs through Tel Aviv” di Untold Mag racconta benissimo questa triangolazione di colonialismo e genocidio a Gaza”.

Gli accordi Rama-Meloni sono collegati a questa situazione?

“Sì, innanzitutto perché gli accordi Rama-Meloni si inseriscono nella stessa logica coloniale che emerge da questa storia: l’idea che sia l’Albania a dover restituire un favore all’Italia, mentre l’Italia non viene mai chiamata a fare i conti con il proprio debito storico verso gli albanesi, dalla colonizzazione allo lo sfruttamento migratorio, dal naufragio della Kater i Radës all’attuale comunità di immigrati albanesi in Italia. L’Italia non ha mai chiesto scusa per aver causato la morte di oltre cento persone nel Mediterraneo con la Kater i Radës, o per avere ancora una legge sulla cittadinanza legata ad un’idea suprematista dell’appartenenza, scritta proprio in seguito alle ondate migratorie albanesi e che ancora rende tortuoso l’accesso alla cittadinanza per chi cresce nel Paese, e anche l’idea stessa dei centri detentivi, nati, anche quelli, in seguito alle ondate migratorie degli albanesi. C’è una continuità evidente tra quel passato e il presente e un’evidente logica di vassallaggio: una forma di ricatto morale per cui, se vuoi emanciparti dall’etichetta di Paese in via di sviluppo, io ti riconosco come alleato e ti attribuisco un ruolo strategico. L’Italia sostiene l’ingresso dell’Albania nell’Unione Europea, ma lo faceva già prima che prendesse forma il progetto dei CPR. E allora la domanda è inevitabile: all’Italia conviene davvero che l’Albania entri nell’Unione Europea, se questo comporterebbe la chiusura dei CPR e renderebbe molto più difficile sostenere la logica della delocalizzazione? Guardiamo quello che è successo con la Romania per esempio: l’Italia ha delocalizzato le fabbriche e imprese lì, ma quando la Romania è entrata nell’Unione Europea c’è stata una grande crisi perché avere l’impresa delocalizzata in un paese dell’Unione Europea non conveniva più, dato che salari e le norme tendevano ad avvicinarsi a quelli europei. Quindi è una forma di ricatto: ti lascio dove sei, ma ti faccio sperare nel meglio. E questo “meglio” dovrebbe essere l’Unione Europea”.

Le proteste riguardano anche questi accordi?

“Gli accordi sono presenti nei poster delle proteste, ma non troppo. Sono presenti in alcuni discorsi legati al colonialismo, ma al momento non si parla troppo dei CPR. Gli albanesi non sanno cosa succede davvero nei CPR, perché i media non parlano di chi entra e di chi esce, sono tutte notizie di cui parla solo la stampa italiana”.

Non è la prima volta che nei Balcani accade qualcosa di simile: in Serbia, a novembre del 2025, è stata approvata una legge speciale per consentire la costruzione di un complesso di lusso a Belgrado, anche questo finanziato da una società legata a Kushner. Alla fine non è stato costruito perché il procuratore serbo per la criminalità organizzata ha incriminato quattro persone per abuso d’ufficio e falsificazione di documenti al fine di agevolare il progetto, quindi Kushner si è tirato indietro.

L’approccio statunitense è un approccio, dal mio punto di vista, tipicamente suprematista e coloniale: ho i soldi, quindi ho il potere di comprare un’isola intera se voglio e quindi posso comprare anche un popolo intero. Ti riconosci in questa visione?

“Oggi il colonialismo è fatto soprattutto di denaro, è un colonialismo capitalista e predatorio. Nelle proteste che facciamo usiamo lo slogan “Albania is not for sale”: non si tratta solo di denaro, ma è anche una questione di potere, perché gli affari loschi in America non vengono responsabilizzati e neanche per quanto riguarda il genocidio a Gaza. É ovvio che questo denaro è sporco. Il messaggio rimane questo: chi ha i soldi ha anche il potere e quindi può cambiare la storia di un posto, può cambiare i connotati della comunità che ci abita e poi può chiamare tutto questo modernizzazione o investimento.”

La magistratura ha avviato un’inchiesta. Come sta andando?

“è ancora aperta, non ci sono ancora conclusioni. Ci sono state diverse indagini, per esempio sul cambiamento della legge che ha permesso i lavori nelle aree protette. Ci sono stati degli arresti, come riportato da Report su Rai3: uno di questi riguarda una figura chiave degli accordi Rama-Meloni, un altro riguarda una persona coinvolta nel progetto. Il fatto che ci siano indagini dimostra che le proteste stanno facendo una pressione positiva”.

Da anni ad Ostuni è in corso un progetto per costruire un mega-resort di lusso finanziato dall’Omnam Group, un gruppo immobiliare israeliano. Ci sono state delle proteste e alcuni cittadini hanno presentato un ricorso al TAR, ma la notizia è passata in sordina.

Questa notizia è collegata in qualche modo a quello che sta succedendo adesso in Albania?

“Ripropone lo stesso modello di turismo estrattivo: prendere delle coste e trasformarle in asset per le elite globali, promettere lo sviluppo per le comunità locali, ma mai ci sarà. Gli albanesi, in questi tre anni di genocidio, sono diventati più consapevoli per quanto riguarda questi meccanismi e hanno aperto gli occhi sul fatto che questo modello non porta realmente a uno sviluppo. Gli albanesi sentono la necessità di diventare un paese sviluppato economicamente, ma non con questi modelli.

È girata una foto, fatta con l’intelligenza artificiale, che rappresentava il recinto e il filo spinato di cui abbiamo parlato all’inizio, ma in più c’erano i simboli del confine tra Albania e Israele: c’è consapevolezza, forse non a livello politico e discorsivo. Ma c’è. Agli albanesi si è accesa subito una lampadina: noi non vogliamo essere colonizzati né da Israele né dall’America. Noi non siamo in vendita”.

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