Perché l’Eurasia non può attendere: una Carta per il nostro tempo

La crisi che si dispiega: confermata l’interferenza esterna

Lo scorso anno, in un ampio contributo dedicato alla Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità nel XXI secolo, pubblicato dalla rivista Russia in Global Affairs, ho sostenuto che le interferenze esterne negli affari dei Paesi eurasiatici hanno costantemente impedito il loro sviluppo indipendente e di successo. Ho ricostruito questa dinamica a partire dalla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE), passando per l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), fino alle strategie statunitensi del periodo successivo alla Guerra Fredda fondate sull’“allargamento” e sulla dominazione geostrategica, formulate dagli ex Consiglieri per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti Anthony Lake e Zbigniew Brzezinski.

L’attuale conflitto in Medio Oriente ha purtroppo e inequivocabilmente confermato questa osservazione. Questo conflitto non rappresenta soltanto un’altra tragedia regionale. Esso costituisce l’ennesima prova violenta del fatto che attori esterni non sono in grado di gestire la sicurezza eurasiatica. Ancora una volta abbiamo assistito a uno schema ben noto: interventi unilaterali in violazione del diritto internazionale, disprezzo per le realtà locali, tentativi di contrapporre Paesi vicini tra loro e perseguimento di interessi strategici estranei al benessere delle nazioni coinvolte.

Il risultato, come sempre, è un aumento delle vittime, degli sfollati e un’ulteriore erosione di ogni speranza di stabilità regionale. Purtroppo, gli artefici di queste politiche non hanno tratto insegnamento dalle esperienze dei Balcani, dell’Iraq, dell’Afghanistan o dell’Ucraina. Continuano a credere che la forza militare, le sanzioni unilaterali e la manipolazione politica possano rimodellare l’Eurasia secondo i propri schemi. E ogni volta falliscono, ma soltanto dopo aver provocato immense sofferenze ai popoli del nostro continente.

Per i Paesi eurasiatici il messaggio non potrebbe essere più chiaro. Non possiamo fare affidamento su garanti esterni per la nostra sicurezza. Non possiamo attendere il ritorno di un presunto «ordine internazionale liberale benevolo», perché un tale ordine, nella pratica, non è mai realmente esistito: non era liberale, ma egemonico.
E certamente non possiamo permetterci di restare passivi mentre altri tentano di decidere il futuro del nostro continente.

Ciò di cui abbiamo urgente bisogno è una soluzione nostra, elaborata da noi e per noi. Abbiamo bisogno di soluzioni eurasiatiche ai problemi dell’Eurasia.

La Carta eurasiatica: una soluzione autoctona fondata sulla sicurezza indivisibile

La lezione fondamentale dell’attuale conflitto in Medio Oriente, così come di ogni altro fallimento degli interventi esterni in Eurasia negli ultimi trent’anni, è la seguente: soltanto un’architettura di sicurezza autoctona, inclusiva e fondata sul consenso può funzionare. La CSCE ebbe successo durante la Guerra Fredda proprio perché rappresentava un autentico foro di dialogo tra due blocchi che riconoscevano reciprocamente la propria esistenza.

L’OSCE ha fallito quando è divenuta uno strumento attraverso il quale un gruppo di Stati partecipanti imponeva la propria volontà agli altri. Il cosiddetto «ordine liberale» guidato dagli Stati Uniti ha fallito perché non è mai stato realmente liberale: era egemonico.

Ciò di cui l’Eurasia ha bisogno è invece un nuovo approccio fondato sul principio che viene richiamato fin dall’Atto Finale di Helsinki del 1975, ma che non è mai stato realmente applicato: il principio dell’indivisibilità della sicurezza.

Nessun Paese dell’Eurasia dovrebbe perseguire la propria sicurezza a discapito di quella degli altri. Nessuna potenza esterna dovrebbe essere autorizzata a mettere uno Stato eurasiatico contro un altro. Nessun conflitto regionale dovrebbe essere considerato un’opportunità di vantaggio geopolitico. È precisamente questo che la Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità nel XXI secolo intende offrire.

Come ho sostenuto nel mio articolo del 2025, la Carta non sarebbe diretta contro alcun Paese o gruppo di Stati. Essa è concepita come uno sforzo costruttivo, autoctono, collettivo, inclusivo e globale. La Carta si propone di creare un’architettura di sicurezza paneurasiatica fondata sulle norme e sui principi della Organizzazione delle Nazioni Unite. Essa riguarderà non soltanto la sicurezza, ma anche la cooperazione economica, gli scambi umanitari e il dialogo tra civiltà.
In linea di principio, sarà aperta a tutti gli Stati dell’Eurasia, da Lisbona a Manila.


Al centro della Carta vi sarà il principio dell’indivisibilità della sicurezza, presente nel preambolo di Helsinki ma mai posto realmente al centro dell’attenzione. Questa volta dovrà esserlo. Tuttavia, non basta richiamare tale principio. La Carta dovrà tradurlo in impegni concreti e verificabili, quali, ad esempio:

1. Nessuno Stato potrà aderire a un’alleanza militare i cui criteri di adesione escludano sistematicamente altri Stati eurasiatici senza una consultazione multilaterale preventiva.

2. Nessuno Stato potrà ospitare infrastrutture militari permanenti straniere che minaccino in modo sostanziale gli interessi fondamentali di sicurezza dei Paesi vicini senza preventiva notifica e verifica nell’ambito di un quadro multilaterale.

3. Tutte le controversie tra gli Stati partecipanti dovranno essere sottoposte a consultazioni obbligatorie attraverso le istituzioni previste dalla Carta.

4. I partecipanti non dovranno applicare reciprocamente misure coercitive unilaterali.

Questi dovrebbero costituire i punti di partenza del negoziato. Essi trasformerebbero il principio dell’indivisibilità della sicurezza da nobile slogan in un quadro operativo concreto. Di conseguenza, nessun Paese eurasiatico dovrebbe sentirsi minacciato dai legittimi accordi di sicurezza di un altro Stato. Nessun conflitto in Eurasia dovrebbe essere risolto mediante la forza o attraverso imposizioni esterne. Nessun Paese dovrebbe essere costretto a scegliere tra blocchi contrapposti.

La Carta non sarà una dichiarazione generica. Essa è concepita come un quadro pratico di azione, una vera e propria geostrategia per il nostro supercontinente, capace di abbracciare sicurezza, economia, tecnologia, cultura e altri ambiti.

A tal fine immaginiamo la creazione di specifiche istituzioni che non si sovrappongano alle numerose strutture eurasiatiche già esistenti.

Tra queste potrebbero figurare:

* una Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Eurasia;
* un piccolo segretariato con sede in un luogo neutrale;
* un meccanismo di risoluzione delle controversie;
* esercitazioni regolari di rafforzamento della fiducia reciproca, comprendenti il dialogo diretto tra strutture militari.

Anche queste proposte dovranno essere oggetto di negoziazione.

La Carta dovrà essere una dichiarazione dotata di efficacia reale.

Dalla discussione all’azione

Da quasi tre anni l’idea della Carta eurasiatica viene discussa in forum internazionali, consultazioni bilaterali e pubblicazioni accademiche. Il concetto ha suscitato un interesse crescente e numerosi Stati eurasiatici hanno espresso un sostegno di principio.

Tuttavia, la discussione, per quanto utile, non basta.

La Repubblica di Belarus e la Federazione Russa, promotrici congiunte dell’iniziativa, hanno predisposto una tabella di marcia concreta per passare dalla fase del dibattito a quella del negoziato formale.

Tale percorso è illustrato in un documento informale (non-paper) già condiviso con i nostri partner eurasiatici.

In particolare, proponiamo di avviare il processo negoziale nel settembre 2026, durante la settimana di alto livello dell’81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di giungere all’adozione del testo definitivo della Carta in occasione di un Vertice dei leader eurasiatici, previsto indicativamente entro la fine del 2027.
Comprendiamo che alcuni possano guardare alla Carta con scetticismo. Alcuni potrebbero temere che essa sia rivolta contro di loro. Altri potrebbero ritenere sufficienti le alleanze e i partenariati esistenti. Altri ancora potrebbero preferire attendere l’evoluzione del processo.

A queste perplessità desidero rispondere con tre osservazioni.

In primo luogo, la Carta non è diretta contro nessuno. Essa è aperta a tutti. Parteciparvi non significa tradire alcun impegno esistente, bensì investire in un ordine eurasiatico più stabile e prevedibile.

L’Unione Europea, gli Stati membri della Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord e gli altri Paesi allineati all’Occidente sono invitati a partecipare in buona fede, come interlocutori alla pari e non come istruttori.

In secondo luogo, le condizioni esterne che hanno sostenuto la prosperità e la sicurezza dell’Europa stanno rapidamente cambiando.

Gli Stati Uniti stanno progressivamente riducendo la priorità strategica attribuita all’Europa, come confermato dalla Strategia di Sicurezza Nazionale del 2025. L’epoca del libero commercio illimitato e delle risorse a basso costo è terminata. Le sfide demografiche, economiche e migratorie dell’Europa sono in aumento. Nessuna potenza esterna salverà l’Europa da queste tendenze. Una cooperazione efficace all’interno dell’Eurasia, invece, può contribuire a farlo.

In terzo luogo, e soprattutto, il costo della non partecipazione cresce ogni giorno.

Restare fuori dal processo comporta la perdita della possibilità di contribuire alla definizione delle regole che governeranno questo continente per i prossimi decenni. Ogni Stato che siede al tavolo contribuisce alla stesura del testo finale. Ogni Stato che sceglie di restarne fuori accetta regole scritte da altri.

Lo affermiamo come una semplice realtà della vita diplomatica.

Se si sceglie di restare al di fuori del nascente ordine eurasiatico, non lo si potrà fermare. Si rinuncerà semplicemente al proprio posto al tavolo mentre altri modelleranno il futuro del continente in cui si vive.

Abbiamo già visto ciò che la cooperazione autoctona può realizzare.

La Shanghai Cooperation Organization nel contenimento delle tensioni di confine in Asia Centrale, la resilienza dell’Association of Southeast Asian Nations nonostante la competizione tra grandi potenze, e le rapide consultazioni dell’Collective Security Treaty Organization durante la crisi kazaka del 2022 non rappresentano modelli perfetti.
Ma sono modelli nati in Eurasia.

La Carta mira a estendere tali insegnamenti all’intero continente, facendo tesoro sia dei successi sia dei fallimenti di ogni esperienza eurasiatica nel campo della sicurezza.

Il tempo della discussione è terminato.

Il tempo dell’esitazione è terminato.

Gli eventi del 2026 hanno lanciato un allarme che nessun Paese responsabile può ignorare. L’Eurasia ha bisogno di una nuova architettura di sicurezza, fondata sull’indivisibilità della sicurezza, sul rispetto reciproco e su una genuina cooperazione. La Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità nel XXI secolo rappresenta lo strumento per costruire tale architettura.

E il settembre 2026, a New York, è il momento per avviarne la costruzione.

Rivolgo un appello a tutti gli Stati eurasiatici affinché si uniscano a noi nell’avvio di questo storico processo.

Dimostriamo di essere capaci di plasmare il nostro destino con le nostre stesse forze.

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