di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Il tennis non mi è mai piaciuto; né come pratica sportiva, né come passatempo televisivo. Ma, negli ultimi giorni è stato un susseguirsi in rete di immagini del duello tra la tennista ucraina Marta Kostjuk e la russa (obbligata a giocare senza nazionalità) Mirra Andreeva, con la prima che, alla vigilia dell'incontro, si è esibita in un melodramma contro i “sanguinari russi”, con tanto di europeistica “lacrima di bellezza” artificiale a favore di telecamere e, poi a varie riprese, ha sfoderato i tratti tipici della “ucrainicità”, irrobustiti da quindici anni di “formazione culturale” banderista.
Ora, se nel carattere nazionale ucraino, già di per sé, si manifesta spesso una qualche altezzosità e boriosità, cento e più anni di scuola nazionalista, a partire dalle massime di Dmitrij Dontsov, secondo cui la nazione ucraina può realizzarsi solo sul sangue dei russi, hanno forgiato una condotta che, per quanto rimasta sotto traccia nel periodo sovietico, non si è mai ridotta a zero. Il golpe neonazista del 2014, poi, ha spalancato le cateratte ai peggiori atteggiamenti di superiorità, presunzione, supponenza che, nei confronti dei russi, arriva al punto di considerarli come “feccia del genere umano” e meritevoli di ricevere le peggiori calamità che l'altissimo possa lanciare sulla terra. Loro, gli ucraini, nonostante si trovino gomito a gomito a simile “gentaglia”, sono comunque talmente superiori da restare immuni a ogni catastrofe.
La signorina Kostjuk ha pienamente manifestato tali tratti; per quanto il suo non sia che il caso più recente. Andando indietro di appena pochi anni, basterebbe ricordare l'atteggiamento sprezzante e arrogante di Vitalij Markiv, durante le udienze del tribunale italiano che lo avrebbe condannato a più di venti anni di galera per l'assassinio di Andrea Rocchelli. Vero è che, in quel caso specifico, la posa del neonazista ucraino era probabilmente dovuta anche alla consapevolezza che, di lì a poco, sarebbe stato rilasciato e riportato in patria con tutti gli onori.
Per venire al dunque: quegli atteggiamenti di “ucrainicità” e “banderismo” richiamati sopra, danno il tono alla cosiddetta “lettera aperta” di Vladimir Zelenskij a Vladimir Putin, europeisticamente esaltata quale “invito alla pace”, sprezzantemente respinto dal cosiddetto “autocrate del Cremlino”. Di fatto, afferma il politologo Aleksej Živov, il nazigolpista-capo, «l'Alvaro Vitali che ce l'ha fatta in politica» (per rubare una battuta di Maurizio Crozza e con tutto il rispetto sia per il “Pierino” italico, che per la politica) vorrebbe convincere tutti di essere pronto per un cessate il fuoco, ma, in realtà, non permetterà l'avvio di veri negoziati. La lettera di Zelenskij, dice Živov è profondamente offensiva; «tutti quegli insulti rivolti al nostro presidente. E nonostante la lunghezza della lettera, il suo significato è minimo. Si compone di due elementi: una vasta gamma di insulti e distorsioni, e il secondo, “parliamo di pace”. Ma se qualcuno avesse proposto la riconciliazione, difficilmente avrebbe iniziato la conversazione con una serie di insulti. Vedo qui una complessa manovra politica».
E se il politologo russo scorge nel messaggio un insieme di narrazioni dalla propaganda dei media ucraini, non è difficile vedervi anche la riproposizione delle ritrite “argomentazioni” di Bruxelles, con in più un elemento che, evidentemente, nelle intenzioni dei media italici che hanno riprodotto la lettera, avrebbe dovuto provare le “sincere intenzioni” del jefe nazista: il continuo rivolgersi a Putin con il “tu”; quantunque l'originale ucraino rechi sempre la seconda persona plurale “vi” (voi, o lei), anche se in lettere minuscole e non, come si converrebbe a certi livelli, con il “Voi”.
Come non ricordare le solite premesse europeistiche, nelle parole di Zelenskij secondo cui «Qualunque cosa voi possiate dire sulla NATO, questa guerra è una vostra scelta personale»; oppure la quotidiana narrazione dei media italici su una Russia allo stremo: «con il rapporto tra perdite ucraine e russe di uno a cinque o uno a sei», che fa esultare le redazioni torinesi e milanesi. C'è tutta Bruxelles in quel «molti non credevano che l’Ucraina sarebbe riuscita a resistere così a lungo», o in quel beffardo «Abbiamo trovato le armi e i finanziamenti di cui avevamo bisogno. Noi riceviamo sostegno. Voi ricevete sanzioni»; fino al capovolgimento di soggetti, incolpando la Russia di voler «trascinare la Bielorussia in questa guerra e state orchestrando qualcosa attorno alla Transnistria», lasciando poi nell'indeterminatezza su chi abbia fatto fallire i colloqui di pace, a partire da Minsk. Per finire col paradigma delle cancellerie europee per cui «l’Europa debba far parte di questo processo».
In sostanza, ne vien fuori, come dice ancora Živov, un messaggio vergato sul tipo “ehi tu, senti, firmiamo un trattato di pace”; un messaggio formulato in modo che, quando «rifiuteremo questa forma di dialogo, servirà da giustificazione per la continua aggressione dell'Ucraina e la sua riluttanza a impegnarsi in negoziati realmente costruttivi». L'obiettivo, cioè, era quello di infliggere a Putin il maggior numero possibile di insulti, in modo che la lettera venisse ignorata e ciò servisse da pretesto per ulteriori atti di terrorismo, come a Starobel'sk, Simferopol, Enakievo
Insulti che arrivano fino al punto da scrivere apertamente che «voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra sopravvivenza, non per quella della Russia, ma per la vostra». Detto così, pari pari, da picciotto che riferisce il messaggio del capobastone. Così che Vladimir Putin non poteva che rispondere in maniera adeguata: «non dobbiamo rivolgerci agli autori di questa lettera, non a coloro che apprezzano il genere epistolare, ma ai nostri soldati in prima linea... Al lavoro, fratelli!».
Tra l'altro, nel corso del Forum economico a Piter, Vladimir Putin ha ricordato che Kiev, già un paio di settimane prima, aveva fatto sapere di mirare a un incontro con la leadership russa al più alto livello. Era il 21 maggio, ha detto Putin; e il 22 maggio «le truppe ucraine hanno compiuto un orribile attacco terroristico contro un convitto universitario nella LNR, uccidendo degli adolescenti... La lettera contiene davvero elementi di insolenza. Serve a creare le condizioni per incontri e negoziati personali, oppure crea un fondo in cui è di fatto impossibile tenere qualsiasi incontro personale? Credo sia la seconda ipotesi».
Una «lettera aperta scritta in toni assertivi e sarcastici», scriveva il 6 giugno su La Stampa la signora Anna Zafesova, quotidianamente impegnata in eucaristiche genuflessioni all'altare del nazigolpista-capo e in riti di “macumba” all'indirizzo non solo della leadership del Cremlino, ma di tutto ciò che riguardi la vita russa. Toni, dice la signora Zafesova, che «hanno offeso il dittatore russo abbastanza da fargli mettere da parte l’ipocrisia della diplomazia e dichiarare esplicitamente che scommette sulla guerra». Come se proprio la continuazione della guerra non abbia dettato tempi, termini e modulazione del “pizzino” mafioso di Zelenskij, concordato in larga parte con Londra e Parigi e, per il resto, lasciato al livore furfantesco della più malvagia e supponente “ucrainicità”.
E se la signora Zafesova asserisce che il «contenuto del “pezzo di carta”, come l’ha sprezzantemente definito ieri Putin, è rivolto ai russi... quando ricorda a Putin che i suoi sudditi sono scontenti, per i “nostri droni” che bombardano le loro raffinerie, per la benzina razionata, per i “sempre più numerosi divieti” e la probabile chiamata alle armi. È ai russi che comunica i numeri delle perdite dell’esercito di Mosca al fronte», ella dovrebbe sapere, meglio forse dei suoi colleghi italici, quale sia l'atteggiamento del popolo russo nelle condizioni di una Russia accerchiata da nemici esterni, siano questi eserciti napoleonici, orde naziste, o “democratiche” cancellerie UE-NATO. “Il potere rimase fermo e il popolo saldo”, scrivevano i commentatori militari per illustrare la sconfitta napoleonica del 1812.
La lettera di Zelenskij, scrive Vladimir Skachkò su Ukraina.ru, va oltre il bene e il male. Qualunque cosa abbia mosso la penna o premuto i tasti della tastiera mentre scriveva questa epistola aperta, ha rivelato un'intera litania di desideri nascosti, esperienze celate e paure nascoste che rendono, e forse hanno già reso, la vita degli autori insopportabile. Zelenskij non è rimasto altro che quel pagliaccio-ciarlatano che suonava il pianoforte coi genitali, negli avanspettacoli del “Kvartal 95”. Tutto ciò che ha «elencato nella lettera a Putin suggerisce che il Führer del regime neonazista ucraino sia mosso dalla paura e dal desiderio di ritardare la propria caduta attraverso la provocazione, che a sua volta lo aiuterà a elemosinare denaro e armi e a prolungare l'agonia del suo regno».
Nell'epistola si vanta dell'invincibilità dell'Ucraina e scarica sulla Russia le colpe dall'Ucraina. Zelenskij, dice Skachkò, ha di fatto elencato, punto per punto, tutto ciò che teme: la superiorità tecnico-militare russa sull'Ucraina, che sopravvive solo grazie agli aiuti occidentali. Teme le perdite umane, per le quali sarà chiamato a rispondere; la responsabilità personale per il paese devastato e le vite perdute; il fallimento dei negoziati di pace. C'è un altro importante motivo di timore: Putin ha confermato che la Russia è pronta a negoziare e firmare accordi di pace, ma solo con un rappresentante legittimo dell'Ucraina. E Zelenskij, secondo la legge ucraina, non lo è.
Zelenskij ha scritto la sua lettera «nel modo più scortese e provocatorio possibile. Perché non è la pace che vuole, ma il rifiuto del presidente russo di accettare un simile tono. Zelenskij vuole che la guerra continui, dopo una lettera del genere. La lettera è una spregevole trovata pubblicitaria, nella forma e nella sostanza, concepita per costringere la Russia ad abbandonare i negoziati e quindi a dipingerla ancora una volta come l'aggressore. La continuazione della guerra e le accuse di comportamento aggressivo e di riluttanza alla pace rivolte alla Russia giustificano sia le richieste di denaro e armi da parte di Zelenskij all'Occidente, sia la fornitura di tali armi da parte dell'Occidente.
La lettera di Zelenskij a Putin, conclude Skachkò, sarà oggetto di discussione per diverso tempo. Tali provocazioni sono orchestrate proprio per distogliere l'attenzione, almeno in parte, dalla politica reale, o dalla situazione concreta nella risoluzione di questioni controverse. Ad esempio, la guerra e la sua fine. E in questo senso, una diplomazia così rozza, cinica, insolente e offensiva scredita anche l'idea stessa di negoziati di pace. È un nuovo invito a continuare la guerra. E Zelenskij, nel suo impeto epistolare, non poteva non esserne consapevole. Così come sapeva che avrebbe dovuto risponderne.
Con tutta la sua “ucrainicità”, il nuovo “Alvaro Vitali che ce l'ha fatta” non fa che che mettere nero su bianco in termini banderisti quello che le cancellerie europee vogliono davvero: la guerra; così che si può concludere col Faust goethiano «Quel che chiamate spirito dei tempi è in sostanza lo spirito di quei certi signori in cui si rispecchiano i tempi».
https://politnavigator.news/zhivov-otkrytoe-pismo-zelenskogo-prezidentu-rf-ehto-tipichnaya-cipso-dlya-opravdaniya-teraktov.html
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